Articoli marcati con tag ‘vita’

Segnaletica

domenica, 25 aprile 2010

Lontano, un qualsiasi posto utile a seminare il tempo. Un posto da non raggiungere mai. Un posto lontano, lontano da qui, dove “qui” sia solo un punto da attraversare in fretta, senza fermarmi mai. Voglio reggermi allo sterzo sudando, per correre veloce, come chi scappa di paura, come chi ha paura e scappa, e prova sollievo nella corsa, sudando via l’angoscia. Lontano e in fretta, sorpassando senza freccia, senza scalare marcia, mai, senza farmi prendere mai, senza raggiungermi,  mai. Lontano, lontano.
Lontano da me.

Chi vuol esser, lieto sia

martedì, 28 luglio 2009

C’è anche un benessere fatto di attesa, d’inquietudine.

E’ quel piacere sottile che ti formicola sulle mani stanche e te le fa sudare mentre stringono, vuote, dettagli così netti che li senti già veri riempirti i solchi  dei polpastrelli.

E’ il piacere perverso e arrogante che cola a fiotti dagli occhi chiusi sbaragliando il sonno e i pensieri, amoreggiando fitto fitto come  cicale lussuriose estive.

E’ quel senso del muoversi, deciso e leggero, che gonfia d’incenso ogni passo e ogni strada, come una liturgia, come una preghiera.

Alzarsi presto, camminare, guardare fuori, pagare il conto, salutare. Contando i giorni, e i minuti, e le sigarette già spente dentro un tempo indefinito e molle, e scostante.
Ma che ti appartiene.
Violentemente ti appartiene.

liber-tatà(n)

lunedì, 6 luglio 2009

Il gusto pieno della vita, no, non lo trovi nell’amaro averna; schifo.
E’ sotto gli pneumatici invadenti che mangiano strada e amari averna, come nei sogni ricorrenti delle guide ad alta velocità, dove ci sei tu e la tua guida ad alta velocità su strade che, non importa dove vanno purché vadano come vuoi tu: curve, rette, e perfino a gomito e ginocchio, perché tu le vuoi così e loro fanno così, nei sogni ricorrenti lo fanno, le strade delle guide ad alta velocità.

E’ nella sterzata adrenalinica e cantereccia tra le tue mani possenti, il gusto pieno della vita, in quelle tue mani racchiuse, strette, appassionate, attorno alla guida della tua propria esistenza, che si fa vita sul cambio in seconda, poi terza, quarta, e infine quinta e via, lontano, verso di te medesimo,  in direzione sempre più in là, oltre l’asfalto complice e il fischio aerodinamico del finestrino semiaperto, che trasuda libertà e canzoni da cantare ai girasoli e ai campi dell’estate malandrina e sudaticcia di libertà.

La libertà, non la si compra mica in saldo nei supermercati, né a prezzo pieno nei negozi più in della città. No, no. La libertà, cercala sotto le scarpe di chi fa passi lunghi e frizzanti, e salti, o nel bicchiere mezzo pieno del pazzo alcolizzato e poeta. Cercala, se la vuoi davvero, corteggiala, se riuscirai a vederla, e poi amala, amala forte la tua libertà, con le gambe con gli occhi e con la bocca va amata la libertà. Come credi altrimenti che sia possibile soffermarsi alle rive di un fiume verde-fiume e vederlo azzurro-mare?

I pazzi siete voi. Non io. I pazzi siete voi.

Allegro-rie

venerdì, 22 maggio 2009

C’erano scatole divise per forma, dimensione e colore.  Scatole grandi, scatolette, scatoloni, e dentro le scatole spesso altre scatole, non sempre più piccole. C’erano fiocchi, e nastri rosa e rossi, e scatole. Se ne stavano lì, incastrate l’una con l’altra  in ordine sparso, nel senso orizzontale del peso e in quello verticale dell’età, ma non sempre. A volte infatti occupavano gassose angoletti sospesi, o il soffitto, in barba all’ordine e alla linearità delle altre. Erano scatole cialtrone o eccentriche. O solo maleducate. Tutte dipinte di sesamo e pane caldo, caldo come quando è fresco, il pane. Alcune avevano forma romboidale, altre erano ellittiche, piramidali, quadrate, tonde e a semicerchio, con gli spigoli incazzati o tondeggianti e soffici come mozzarelle di bufala. Altre ancora erano a forma di occhio azzurro, di palude, di stecco del gelato o di arrivederci. Mille e mille scatole multicolori e multisapori tutte piene zeppe di cose.

Era il cinque di Aprile

martedì, 7 aprile 2009

Il fatto è che uno pensa che la sua vita sia sua, e che niente e nessun possa interferire.
Uno pensa che le cose succedano sempre agli altri, che le cose che vede dentro il televisore siano lontane, che sì, dispiace, ma, cazzo, mica posso disperarmi per tutti, ho già i miei pensieri, ognuno pensasse ai suoi. Uno pensa che sì, una volta espressa la solidarietà il mio l’ho fatto, mica posso farmi carico dei problemi degli altri. E poi, ci ho da fare ci ho.

Ma poi arriva una cosa tipo il terremoto. No, senza tipo: il terremoto. E nel giro di pochi secondi tutto quel “gli altri” diventa il tuo PIU’ NIENTE. Venti fottuti secondi e diventa un “non succede solo agli altri”. E ti è andata anche di lusso se è un “non succede solo agli altri”, perché vuol dire che ti sei cagato sotto per venti secondi, che sembrano pochi, ma in realtà ci sta dentro un mucchio di roba: la mia famiglia, non voglio morire, i miei amci, non voglio morire, l’estate sta per arrivare, non voglio morire, la mia casa, non voglio morire, la mia vita, non voglio morire. Non voglio morire. Tutto, tutto in quegli stramaledetti venti secondi. E ti è andata di lusso, perché hai la merda nelle mutande ma anche tutto il resto è ancora lì. Gli affetti, la libreria, le mutande di ricambio, il dentifricio, il phon, lo scottex, le padelle, il cuscino, il secco, il vetro, la plastica il gatto e quel rompipalle del vicino. Ti assicuri anche che stia bene, il vicino, e con lui tutta la sua famiglia. E lo abbracceresti, quel verme, perché è salvo. Siete salvi. La vostra vita è salva.

Il fatto è che se ti va male in venti secondi hai perso TUTTO.
Tutto.
Tutto.
E ti chiedi perché.
E ti chiedi come.
Era la tua casa.
Era la tua vita.
Erano i tuoi cari.

E, magari, vorresti esser morto.

Il Dispensatore Di Sorrisi

venerdì, 3 aprile 2009

Il Dispensatore Di Sorrisi, dispensava sorrisi.
Sorrideva per il fornaio, sorrideva per il postino, sorrideva persino per il suo datore di lavoro, il Dispensatore Di Sorrisi. E quelli, mentre lui sorrideva, sorridevano a loro volta, perché il Dispensatore Di Sorrisi, dispensava sorrisi per quelli che di sorrisi non ne avevano. Fin da quando era stato arruolato nell’esercito, il Dispensatore Di Sorrisi dispensava sorrisi, e l’esercito rideva e sparava, sparava e rideva i sorrisi che il Dispensatore Di Sorrisi dispensava; a destra, a manca, col buio di notte e col sole di giorno finché il Dispensatore Di Sorrisi divenne famoso in tutto il pianeta globale, in America, in Australia, nei continenti con la E, come l’Europa, e in quelli con la X, sulla fiducia. Aveva cataste piene di sorrisi  in soffitta, in cantina, sotto il cuscino, nelle scarpe e nei barattoli di zucchero nella dispensa, il Dispensatore Di Sorrisi, e tutti, tutti li donava i suoi sorrisi, senza emettere fattura e senza compenso.

Quando dispensò il suo centoquattordicimiliardesimo sorriso, il Dispensatore Di Sorrisi ebbe un malore e si accasciò. Proprio lì, tra il martello e l’incudine del fabbro che non aveva ancora finito di sorridere il sorriso che il Dispensatore Di Sorrisi stava dispensando per lui e la sua gatta morta appena scappata con l’amico: una faccenda di coito interrotto. No, non con la gatta morta, con il sorriso del Dispensatore Di Sorrisi.
Dopo che il dottore lo visitò, sfoggiando un sorriso d’ottima annata del Dispensatore Di Sorrisi e un costosissimo cappotto, e senza mettere via né l’uno né l’altro, sentenziò la diagnosi: – due, al massimo tre sorrisi di vita. Lei è stato poco morigerato, lo ammetta -

Nessuno sa cosa avvenne dopo quel giorno, ma si mormora che per paura di un possibile contagio, nessuno avvicinò più quello che un tempo era il maggior Dispensatore Di Sorrisi della terra. Qualcuno dice sia morto sparandosi in gola i tre sorrisi rimasti.

Questa è la triste storia del Dispensatore Di Sorrisi

Testamento biologico.

venerdì, 6 febbraio 2009

Sono ore di forti polemiche. Sulla vicenda di Eluana Englaro si spendono opinioni, si lanciano anatemi, si consumano conflitti d’interesse, si accapigliano fazioni, si sprecano puttanate di ogni calibro. In un tal clima sento fortemente la necessità di chiarire e mettere nero su bianco, in prima persona, un paio di cosette.

Inizierei col dire che non condivido ma rispetto le idee di chi crede in un qualsiasi dio – nel caso specifico penso al dio della chiesa cattolica – ma mi aspetto in cambio lo stesso rispetto per le mie idee di scettica, laica e soprattutto non cattolica. E’ il vostro dio, tenetevelo nelle vostre vite. La mia vita non è proprietà di nessun ente divino che scelga al posto mio, ma nemmeno statale. Lo ripeto, per maggior chiarezza: la mia vita appartiene a me. Se proprio foste interessati ad individuare delle comproprietà secondarie, le dovete cercare tra le persone che mi amano, la mia famiglia, i miei amici. Dal momento che ad oggi godo di ottima salute, e resto quindi l’esclusiva proprietaria della mia vita, e dal momento che comunque non puoi mai sapere cosa ti succederà domani, nessuno dovrà rivolgersi a nessuno, perché ve lo spiego io quel che c’è da sapere:

sono e sarò viva fino a quando potrò piangere le mie lacrime e ridere le mie risate; il mal di pancia non l’ho mai condiviso con nessuno, e questo rende mia, la mia vita. Sono e sarò viva fino a quando potrò continuare a scegliere scientemente sul mio futuro e su tutto ciò che mi riguarda in prima persona. Sono e sarò viva fino a quando sarò nel pieno possesso delle mie facoltà di essere umano: pensare, obiettare, discutere, decidere, sognare, ma anche masticare, bere e pulirmi il culo senza l’ausilio di macchine e badanti.

Non è la mia condizione di essere vivente a fare di me una persona viva; sono le mie convinzioni, le mie gioie, le mie paure, la mia coscienza, la mia volontà, la mia consapevolezza. La mia vita è mia soltanto. E se mai dovessi ridurmi ad essere solo un cumulo di carne pulsante, non esitate a finirmi. Fatelo senza indugio, perché è quello che voglio.