Articoli marcati con tag ‘twitter’

Mamma, perdonami, perché ho plurkato

martedì, 3 giugno 2008

ecco cosa succede se ci si iscrive a questo servizio di microblogging:
nel giro di poche ore (ad esser fortunati, altrimenti son più che sufficienti pochi minuti), e senza averne la benché minima consapevolezza, ti ritrovi incollato all’interfaccia del Plurk a leggere tutti i messaggini che si aggiornano in tempo reale sullo schermo, e a scriverne altrettanti preso da una foga disumana per non perdere nemmeno una battuta.
Praticamente una manica di imbecilli che l’asilo durante la ricreazione ci fa un baffo. Ed è inutilmente e drammaticamente bellissimo!
Il titolo, è frutto di questa malata sindrome

L’Era del web2.0

martedì, 19 febbraio 2008

L’era della comunicazione via internet ci ha modificati, è sotto gli occhi di tutti: gli approcci sessuali, gli scambi confidenziali, perfino il rapporto con noi stessi, in certi casi, cambia.

Le chat, i forum, i vari messenger, i blog, i social network tutti, e le dinamiche ad essi collegate, si sono infrante come onde distruttive sul nostro secolare patrimonio comunicativo, ci hanno proiettato verso nuove simbologie, nuovi codici, nuove etichette, regole, linguaggi abitudini …

Ci parliamo da una parte all’altra del mondo come fossimo seduti alla stessa tavola o distesi nello stesso letto, ci guardiamo negli occhi da posti distanti chilometri; vogliamo ridere? Vogliamo comunicare tristezza? Stizza? Rabbia? Amore? Dubbi? Incertezze? Perplessità? C’è un’emoticon per ogni evenienza, e non ci sentiamo più neanche tanto stupidi a scrivere un “ahahaha”, un LOL, un “Rotfl”, un “asd” e chi più ne ha più ne metta.

Una vera rivoluzione che agisce nell’ambito dei rapporti umani, insomma, con gli altri, ma anche con se stessi in fatto di espressione da un punto di vista qualitativo, nel doppio significato di qualità =” modo di”, e qualità = ”spessore di”, perché diciamolo, senza metterci la faccia è tutto più facile fin dai tempi in cui si mollava il moroso per telefono piuttosto che di persona.

Ora, di tutti questi strabilianti strumenti offerti da mamma “tecnologia web2.0”, e credo di averne sperimentata una buona quota, ce n’è solo uno che non mi si confà ancora del tutto: il Twitter. E vi spiego anche perché: passi il fatto che tra gli iscritti ci siano persone che, con una frequenza che oserei definire ad intermittenza, tipo lucine di natale per intenderci, ti tengono informato su tutto, ma davvero tutto quello che stanno facendo; esempio: pincopalla si sta vestendo; pincopalla si sta mettendo le scarpe; pincopalla si sta allacciando le scarpe; pincopalla ha fatto male il fiocco quindi slaccia le scarpe; pincopalla si riallaccia le scarpe; pincopalla osserva il nuovo fiocco; pincopalla è contento dell’allacciatura delle stringhe; pincopalla slega e riallaccia anche l’altra scarpa per farla uguale.. e così via, fino a che pincopalla non annoda l’ultimo laccio della sua giornata, che tu speri sia un cappio. Dicevo, passi questo uso ossessivo compulsivo, che del resto non è un fatto nuovo ed è riscontrabile, mediamente, anche nell’uso di altri strumenti; ma c’è una cosa, su tutte, che proprio non riesco a metabolizzare: l’uso imposto, pare dalla “twitter-netiquette”, della terza persona. La terza persona per parlare di me. Ecco, io ad usare la terza persona quando parlo di me non ci riesco. Funziona bene nelle chat, la simulazione della terza persona, (il comando /me action, per intenderci), perché spezza un discorso, si frappone enfaticamente, è funzionale a rendere meglio una battuta in un determinato contesto e soprattutto è occasionale; ma parlare in terza persona, indiscriminatamente, a prescindere, sempre e comunque, no, non mi riesce!!

IO, che proprio grazie a questa nuova forma di comunicazione sono finalmente libera di dar libero sfogo al mio EGO smisurato; IO, che anche si trattasse di un mio idolo intellettuale, ucciderei se lo sentissi riferirsi a sé come fosse un altro; IO che quando esprimo il più cretino dei concetti un po’ per correttezza, ed anche, diciamolo, un po’ per compiacenza, non mi esonero mai dall’uso del “secondo ME”; IO che parlerei tutt’al più usando il NOI, per riferirmi a ME STESSA; IO; A ME; MI. E’ una questione di coerenza, cribbio.

ohhhh… adesso che si è sfogata, teiluj vi saluta e vi augura la buonanotte (…)