Articoli marcati con tag ‘sclero’

Capodanno

venerdì, 28 novembre 2008

Riporto testualmente da Wikipedia:

Sempre citando Wikipedia, per noi:

Capodanno (da capo d’anno) è il primo giorno dell’anno. Nel mondo moderno cade il 1º gennaio del calendario gregoriano in uso ai fini civili in tutto il mondo, e nella larghissima maggioranza degli Stati è un giorno di festa. Per le popolazioni che seguono il calendario giuliano, ad esempio alcune chiese ortodosse, ai fini strettamente religiosi l’inizio dell’anno viene celebrato nel giorno corrispondente al 14 gennaio gregoriano.

Bellissima la storia di (cito ancora) Sant’Eligio (morto nel 659 o nel 660), che redarguì il popolo delle Fiandre dicendo loro: “A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica”.

Ecco. Il bello del Capodanno risiede principalmente nella tradizionale e rituale contravvenzione a questa pseudo-regola.
“Embé?” – direte voi.
Niente. E’ che oggi piove.

Decompressione

martedì, 25 novembre 2008

Iniziare un nuovo lavoro sa essere “totalizzante”.
Prendi, gira, sposta, rovescia, togli, metti. ALT!… ragiona..
E di nuovo: sposta, lima, modifica, rimetti..
Le ore passano talmente veloci che quando è finita la giornata non sai più se “stamattina” era “oggi” o “ieri”.

Fortuna che arriva, comunque, la sera.
E allora… calma.. relax..
Con te la musica sparata in cuffia e un bicchiere di quel che ti pare.
Basta saper aspettare.
Sì.. aspettare

E non ci penso affatto

lunedì, 15 settembre 2008

Prendi un giorno qualsiasi. Prendiamo, per esempio, il 14 settembre: è chiaramente un giorno qualsiasi. Bene. Consideriamo ora un arco di tempo, a partire dal 14 settembre pomeriggio. Non, dunque un tempo qualunque, ma esattamente quello che intercorre tra il pomeriggio, diciamo le 16 e 30, del 14 di settembre ed il momento esatto in cui stiamo parlando, tu ed io, cioè questo momento, ora, adesso.
Effettivamente la questione si fa complicata ed anche tendenzialmente filosofica per il sol fatto di aver tirato in ballo un concetto, un’idea, così effimera ed ineffabile, seppure tanto poetica quanto affascinante: l’ora, l’adesso. Puff. Andato. Ora! Adesso! Puff.. passato. Eticamente discutibile, ma ingegnoso, non c’è che dire.

Ma torniamo al nostro arco di tempo. Assumiamo che il nostro “ora, adesso” sia le 18.16 di oggi, 15 settembre, e non ne parliamo più.

Ci stiamo quindi riferendo ad un insieme di ore, numerabili da 0 a 25 e 3/4; un gran bell’insieme ed un gran bel numero, ne converrete. Per non parlare della versatilità intrinseca del numero 25 e 3/4. Ecco, ora è un numero: 25 e 3/4, ed ora è una serie di lettere: venticinque e tre quarti. Strabiliante. Sensazionale. Ora di nuovo un numero: 25,75! Fantastico. Ed è sempre lui, l’altrimenti enunciabile “giorno e un’ ora e tre quarti”, che nasce alle 16 e 30 di un giorno qualunque, tipo il 14 settembre, e ne diventa persino più vecchio, compiendo le 26 ore, che, quindi, son di più delle 24 che conta il giorno 14 settembre, morto miseramente alla nascita del 15 di settembre. Dio l’abbia in gloria. Siam quindi di fronte ad un giorno che è più di un giorno, perché in realtà è un giorno e un’ ora e tre quarti, cioè un giorno più vecchio, di un’ ora e tre quarti, di un altro giorno.

E insomma che stavo dicendo?
Ah, sì: da ieri pomeriggio ho smesso di fumare.

Ottimismo e gradimento

mercoledì, 3 settembre 2008

Sono una persona notoriamente allegra e piena di vitalità. Sono dotata di una naturale overdose di sana autostima e serena spensieratezza. Sono incredibilmente disponibile nei confronti dell’umanità tutta, e a meno di non averne seriamente motivo, non ho pregiudizi e men che meno maldisposizioni nei confronti del prossimo. Perché la celebre frase: ”vivi e lascia vivere” rispecchia esattamente quello che è il mio motto nell’affrontare la vita di tutti i giorni, che può girare più o meno bene, certo, spesso è così; però altrettanto spesso il mio atteggiamento iniziale è quello del “se hai un problema e c’è una soluzione, perché preoccuparsi; se non c’è soluzione.. perché preoccuparsi“.
Perché sostanzialmente, quand’anche non dovesse trasparire al primissimo sguardo, non sono per nulla fragile e vulnerabile, anzi. Sono invece fortemente attaccata alla vita ed alla convinzione che la speranza è l’ultima a morire. Di default.
Talmente tanto che certi giorni sono innamorata e sorridente non solo nei confronti del mondo umano, animale vegetale e minerale tutto (chè sarebbe troppo poco), ma anche nei miei stessi riguardi: io, il mio idolo supremo; io, il mio massimo modello d’ispirazione; io, il mio bene più prezioso; io, il mio unico dio, in quei giorni son proprio fiera di me. Mi amo proprio. Mi guardo e mi compiaccio con orgoglio e soddisfazione, tanta è la stima che ho di ME . Come ad esempio oggi, per dire.

Stasera uscendo dal bagno dopo la pipì, ho incrociato sbadatamente il mio riflesso nello specchio e mi son detta: cacchio che gnocca!

(il giorno prima)

Pessimismo e Fastidio

martedì, 2 settembre 2008

@#!!!Sono una persona notoriamente spocchiosa e piena di sé. Sono dotata di una naturale overdose di autostima e fierezza. Sono schifosamente snob nei confronti dell’umanità tutta, e fino a prova contraria guardo tutti con sospetto e diffidenza; e a volte anche con una punta d’ aria di sufficienza. Perché la celeberrima frase: ” io sò io, e voi non siete un cazzo” rispecchia esattamente quella che è l’impostazione predefinita dei miei rapporti sociali, che possono migliorare, certo, spesso è così; però altrettanto spesso il mio atteggiamento iniziale è quello del “fidarsi non è bene, non fidarsi è già meglio, ma se ti impegni puoi migliorare“.
Perché sostanzialmente, benché lo nasconda bene, non sono per nulla socievole, anzi. Sono invece fortemente misantropa, misogina, misomnias e di più. Di default.
Talmente tanto che certi giorni sono insofferente ed intollerante non solo nei confronti del mondo umano, animale vegetale e minerale tutto (chè sarebbe troppo poco), ma anche nei miei stessi riguardi: io, il mio idolo supremo; io, il mio massimo modello d’ispirazione; io, il mio bene più prezioso; io, il mio unico dio, in quei giorni non sopporto nemmeno Me. Mi detesto proprio. Mi sto sullo stomaco e mi guardo dall’alto in basso con cattiveria e schifo, per quanto non mi posso vedere. Come ad esempio oggi, per dire.
Fanculo.

(il giorno dopo)

‘a mala crianza

giovedì, 14 agosto 2008

Chi lavora a stretto contatto col “pubblico” lo sa: occorre una pazienza di ferro per avere a che fare con umanità di varia natura, ogni giorno, per più ore al giorno, conservando l’equilibrio mentale.
C’è quello che esce di casa con un pensiero radicato in mente: andiamo a rompere i coglioni al primo dei fessi che lavorano in un bar. Il perché non lo sa bene nemmeno lui, ma si presenta al tuo cospetto con aria di sufficienza, ti guarda come fossi stato, non assunto regolarmente, ma acquistato (da altri, per altro, ma comunque per essere immolato al suo servizio) alla tratta degli schiavi e con fare da pezzente arricchito (perché i veri signori, diciamolo, si riconoscono dal buongiorno all’uscio) ti si pianta al fianco come una molesta spina di cactus fino a che non è sicuro di aver sottoposto la tua pazienza al massimo della sopportazione.

C’è quello che si sente dio in terra: non esiste, per questa sottospecie di essere animale, la parola “buongiorno”, che sarebbe già oltremodo rispettosa rispetto ad un colloquiale “ciao”, sconosciuto finanche quest’ultimo. No, l’umanoide in questione entra e dice direttamente “voglio”, oppure “fammi”, e a seguire l’oggetto dei suoi comandamenti.

Io non lo so quanto abbia a che fare con l’età: a vent’anni ero meglio disposta a trattare con individui arroganti, maleducati, che in virtù della loro funzione di “cliente” sopportavo pazientemente e senza troppa fatica, soprassedendo a quelli che considero sacri ed inviolabili principi di civiltà. Considerando che, ahimè, la civiltà e la buona creanza non sono doni a buon mercato, e che io, più fortunata rispetto a loro, potevo essere felice di fornirne un esempio.

Io non lo so quanto possa dipendere dal fatto che in fondo in fondo lavorare a contatto diretto con la gente non mi è mai granché piaciuto, sebbene solo ora emerga insistentemente; a me, che tollero poco persino le persone che amo o che in qualche modo fanno parte della mia vita, quando il loro modo di porsi cozza con il mio modo (sacro) di intendere il rispetto per l’altro, soprattutto quando quest’altro, è un altro che sta lavorando.

Sta di fatto che faccio sempre più fatica a trattare con una clientela fatta di gente che spesso, troppo spesso è piuttosto gentaglia.

La mia pazienza, un tempo misurabile su altezze notevoli, si è significativamente assottigliata, e non passa giorno senza ch’io senta l’impulso irrefrenabile di scagliarmi con tutta la cattiveria che posso (e, giuro, ne posso tanta se adeguatamente stimolata) contro il maleducato di turno che mi capiti a tiro.

Perché posso comprendere, tollerare, chiudere un occhio, di fronte ad un numero molto elevato di cose, ma quello che proprio non so mandare giù, è la maleducazione, o scostumatezza che dir si voglia.

Fortunatamente è il 14 di agosto, e fra non molto il lavoro stagionale sarà terminato.
Se riuscirò a non sclerare prima di allora, voglio un paio di settimane di riposo assoluto: fatte di solitudine, silenzio, e solitudine. E silenzio. E solitudine.

Si. Sono stressata.

Ipse dixit

domenica, 20 luglio 2008

- Scusi signorina, ma i tavoli sul prato sono tutti prenotati?
- No signora, in seconda fila c’è ancora qualche posto disponibile, se si vuole spostare..
- Oh, bene. Ma mi dica: sul prato, ci sono le zanzare?
- …

Io, a settembre, così, non ci arrivo.

[questa triste storia è reale; in blu la cliente, in nero io]