Articoli marcati con tag ‘ricordi’

Allegro-rie

venerdì, 22 maggio 2009

C’erano scatole divise per forma, dimensione e colore.  Scatole grandi, scatolette, scatoloni, e dentro le scatole spesso altre scatole, non sempre più piccole. C’erano fiocchi, e nastri rosa e rossi, e scatole. Se ne stavano lì, incastrate l’una con l’altra  in ordine sparso, nel senso orizzontale del peso e in quello verticale dell’età, ma non sempre. A volte infatti occupavano gassose angoletti sospesi, o il soffitto, in barba all’ordine e alla linearità delle altre. Erano scatole cialtrone o eccentriche. O solo maleducate. Tutte dipinte di sesamo e pane caldo, caldo come quando è fresco, il pane. Alcune avevano forma romboidale, altre erano ellittiche, piramidali, quadrate, tonde e a semicerchio, con gli spigoli incazzati o tondeggianti e soffici come mozzarelle di bufala. Altre ancora erano a forma di occhio azzurro, di palude, di stecco del gelato o di arrivederci. Mille e mille scatole multicolori e multisapori tutte piene zeppe di cose.

Mai più mai

martedì, 28 aprile 2009

Ci fu un tempo in cui fui piccina.
Mai più mai, ritornerà.
Piccina picciò fui un tempo
e mai più mai ritornerò,
piccì picciò.
M’innamoravo di tutto, senza correr dietro ai cani, no. no.
Mai più mai, ai cani
dietro, correrò.
Ci fu ambarabà
e ciccì
e coccò
ma mai più mai, piccina picciò. Ci fu
mai più mai,
ahi
ahi
cài.

ò.

Riempitivi

sabato, 28 marzo 2009

Lunedì 30 Maggio 2005

Vagoni di un treno in ritardo odorosi di urina sono il modo peggiore per rientrare a casa. Il sole rimane fuori, e il calore all’interno trapassa gli elementi e sollecita le evaporazioni. Odore stantio, aria tumefatta e Trenitalia che si scusa per il disagio. Ripasso l’esame di qualcun altro, mentre invidio privatamente il 30 e lode che io non ho ancora conquistato. Non so quale processo logico trasformi pensieri fatti di occlusive palatali sorde geminate in forme pensierose non meglio identificate : “chi siamo..da dove veniamo” ma soprattutto quando parte questo schifosissimo treno? Digressioni su digressioni e poi di nuovo occlusive bilabiali sonore.
Avete idea di quante cose facciamo contemporaneamente per pronunciare una misera [b] ?

Fortuna che ho il mio vecchio blog da cui attingere, quando cado in crisi espressiva. Questa cosa qui la scrissi in treno, nel periodo in cui lavoravo e studiavo contemporaneamente. Nello specifico, preparavo l’esame di linguistica.
Uno dei libri più romantici che abbia mai letto dopo Shakespeare, per altro, quello di linguistica.

Il post che non ho scritto

mercoledì, 18 marzo 2009

Avevo iniziato a scrivere qualcosa riguardo ai tempi, quelli che vivo, quelli che ho vissuto. Una sorta di “constatazione amichevole” tra passato e presente della mia realtà percepita.
Era anche una cosa caruccia, per carità, mica la solita solfa del “quando ero giovane io”. Piuttosto una narrazione lineare, senza colpi di scena ché tanto la storia è mia e la conosco già.
Ma ecco, più scrivevo e più sentivo – fisicamente proprio – i capelli scolorirsi e le rughe scavarmi il volto, e ho avuto una gran paura. E allora ho smesso, e ho cancellato tutto. Ché quando cominci a ragionare così, quando cominci a considerare ciò che era e ciò che è – ma non come due entità a sé stanti – proprio come un’unica cosa: ciò-che-era-e-ciò-che-è, ecco, quando inizi a farlo, praticamente, sei già vecchio.
L’ho scampata bella.

così, senza ragione.

mercoledì, 19 novembre 2008

Hai presente quelle sere in cui vorresti sbronzarti?
Così, per distendere i nervi. Ché non serve mica avere un qualche problema esistenziale per aver voglia di abbandonarsi ad un totale, assoluto, smisurato relax.
Come quando eri ragazzo, hai presente? Che uscivi la sera sulle tue gambe e rincasavi sulle ginocchia, senza ricordare come, al risveglio.
Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia!
E’ che, ahimé, ho la tendenza a soccombere allo stress. Senza rendermene conto, invero, ma pare sia così.

Pensa: il locale giusto, luci soffuse e tavolini bassi; musica alta quanto basta, quattro chiacchiere in totale intimità, e il bicchiere sempre pieno, fino a che ne hai voglia, senza mai guardare l’orologio, ché tanto domani non c’è scuola.

Rivoglio indietro i miei quindici anni. Ma mi basterebbe la scandalosa irresponsabilità, dei miei quindici anni.
Solo per stasera, giuro.
Sto invecchiando.

Odi et amo

giovedì, 13 novembre 2008

- E mi raccomando, non fare passare altri 5 anni prima di tornare!
- Si zio.
- E ricordati che sei calabrese!
- Certo zio.
- Non sei romana!
- Si zio.

Al di là della confusione geografica familiare che induce mio zio – forse per l’aereo che prendo – ad associare la mia residenza a Pescara con una non meglio identificata cittadinanza romana, Reggio Calabria, la città in cui non sono certo nata ma che altrettanto certamente mi ha ospitato per più tempo – 21 anni – è per me un luogo stregato, quasi mistico.

Reggio Calabria è la città dei miei ricordi eterni. Della mia infanzia e della mia adolescenza. E’ la città dei miei esami di maturità e delle mie prime bravate. Dei giri in motorino, dei falò in spiaggia la sera, delle sbornie con gli amici e dei fine settimana chiusa in casa in punizione. Reggio Calabria è la città del mio primo bacio, e delle mie prime lacrime d’amore.
Ma è anche la città che mi ha inferto la sofferenza più grande ch’io abbia provato in tutta la mia vita.
Tutti ne hanno una, di sofferenza “più grande”. La mia, affonda le sue radici a Reggio Calabria. E non è mai finita.

Il sedici agosto di sette anni fa presi un treno di sola andata dalla stazione di Reggio Calabria; era l’inizio della mia età adulta, della mia indipendenza. Era l’inizio. Lontano da Reggio Calabria. Da allora io sono cresciuta, sono cambiata; ho visto cose, ho fatto cose, ho continuato a ridere e anche a soffrire, ho continuato a vivere, dilatando sempre di più la frequenza delle mie visite a Reggio Calabria. Perché quando negli occhi hai collezionato mille orizzonti nuovi, quel che prima ti andava stretto, diventa soffocante. Quel che ricordavi discreto, improvvisamente è mediocre. E quel che mai hai dimenticato è sempre lì, e si fa beffe di te che scappi via per non pensarci. Sì, scappi via. Così finisce che non ci vorresti mai tornare, a Reggio Calabria, e quando sei costretta, fai in modo che la permanenza sia il più breve possibile.
Potenza del dolore. Che ti strappa via la serenità, la sminuzza, la mastica, e la risputa chissà dove. Per non restituirtela mai più.

Sono tornata a Reggio Calabria la scorsa settimana perché, ancora una volta, c’era di che preoccuparsi a Reggio Calabria, perché c’è sempre di che preoccuparsi a Reggio Calabria. Ospedali, paura, tensione, caos.
Poi, finalmente, la mia mamma lascia l’ospedale e con lei torna a casa il suo e il nostro sorriso. E anche Reggio Calabria sembra sorridere.
Stavolta, ripartendo, sono persino riuscita a sentire un po’ di quella nostalgia che a Reggio Calabria non concedo più da anni e, sorvolando in aereo la città, a riconoscere che quando viene la sera qualcosa di magico sullo stretto, succede ancora.

Lungomare Reggio Calabria - Tramonto

Lungomare Reggio Calabria - Tramonto

Prime donne crescono

giovedì, 23 ottobre 2008

Io ero la prima della classe. Ma non la secchiona della classe, no…
Ero la luce degli occhi della mia maestra delle elementari, che gironzolava per la scuola con i miei temi per le mani col fine ultimo di leggerli a voce alta nelle quarte e quinte classi e alle altre insegnanti, e poi si chiedeva come mai io, così piccola, fossi già tanto permalosa e vanitosa. Ero l’esempio da imitare per la professoressa di italiano alle medie, che al primo colloquio tra genitori e docenti disse a mia madre di non essersi mai accorta del fatto che qualche libro non l’avevo ancora. Ero la prima della classe al ginnasio e poi al liceo. Non avevo i voti più alti, no, specie in matematica. Ma il perchè una tagente nel punto in cui coincide con una circonferenza vale 0, lo sapevo, certo che lo sapevo, e anche Caruso sapeva che lo sapevo: deridendo spudoratamente il resto della classe mi lasciava col braccio alzato, perché non aveva bisogno di saperlo da me, diceva platealmente. Ero la sua prediletta. Ero la musa indiscussa della professoressa di italiano, che tesseva pubblicamente le lodi alla mia intelligenza – sfacciata -  mentre io mi riparavo dietro uno schermo di rossore per non morire annientata dalle occhiate indignate dei miei compagni di classe che non gradivano quanto me cotanto tributo. Ero la più attesa agli esami di maturità: fui l’unica ad essere raccomandata solo ed esclusivamente dai suoi stessi insegnanti – tutti – e fui l’unica ad essere presentata alla commisione con un “Arriva lei, adesso andiamo su un altro pianeta”.
Dunque non prendetevela con me se sono affetta da sindrome da PRIMADONNA. Ma soprattutto, non provateci neanche a rifilarmi una posizione di second’ordine.