E che altro poteva fare se non mungere la luna?
Oh luna, oh tonda! Oh tonda, oh luna!
Se ne stava fissa lì,
sulla strada più lontana
stesa dritta sotto il cielo
e si faceva bella
cogli zompi al cuore suo
Olunotonda
e quello, intanto, la guardava di laggiù.
Minuscolo e amoroso le parlava di laggiù.
Come un micio infradiciato dalla pioggia,
inaspettata
incandescente
lattiginosa.
Oh luna, oh tonda, le diceva
con le labbra emulsionate, con il cuore a capannetta.
E la luna lo sapeva che era notte anche da lì
perché quando il cuor di lui
un po’ più forte la stringeva
un formicolìo stellato
le accendeva il cielo blu
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Olunotonda
mercoledì, 3 febbraio 2010Noir
domenica, 20 settembre 2009“Ecco cosa farò” disse, facendo dei capelli una treccia per nascondere l’inquietudine. Prese a camminare lungo un portico, svoltò due volte per il semplice bisogno di spezzare la linearità arrogante del percorso, raggiunse una scalinata, la evitò cambiando strada ancora, e quando fu sul suo seicentoseiesimo passo arrestò le gambe e i pensieri, esattamente come si arresta un criminale. Bruscamente.
Chiudendo gli occhi vide bene il cielo, immenso e lontano e l’aggredì il silenzio della notte. Probabilmente era inverno, dato che aveva freddo, quindi si rimise in cammino stringendo i pugni e i denti per non cadere. Giunse infine a un portone conosciuto e chiuso, si fermò e si sentì risucchiare dall’asfalto pesante. Un tocco, due tocchi, e un uomo aprì la porta. Senza dire una parola aprì la porta, fece un cenno col capo e chiuse la notte fuori, per proteggerla, o per ignorarla.
La donna con la treccia si mise a sedere, estrasse dalla tasca un temperino, lo portò al viso e si cavò gli occhi. Prima uno, poi l’altro, lasciando fiottare sangue sul pavimento e sulle pareti, rumorosamente. Si cavò gli occhi, lasciandoli rotolare su un sostegno casuale e vide il cielo, immenso e lontano.
Si alzò in piedi, sorrise, riprese l’uscio, e il buio l’inghiottì.
liber-tatà(n)
lunedì, 6 luglio 2009Il gusto pieno della vita, no, non lo trovi nell’amaro averna; schifo.
E’ sotto gli pneumatici invadenti che mangiano strada e amari averna, come nei sogni ricorrenti delle guide ad alta velocità, dove ci sei tu e la tua guida ad alta velocità su strade che, non importa dove vanno purché vadano come vuoi tu: curve, rette, e perfino a gomito e ginocchio, perché tu le vuoi così e loro fanno così, nei sogni ricorrenti lo fanno, le strade delle guide ad alta velocità.
E’ nella sterzata adrenalinica e cantereccia tra le tue mani possenti, il gusto pieno della vita, in quelle tue mani racchiuse, strette, appassionate, attorno alla guida della tua propria esistenza, che si fa vita sul cambio in seconda, poi terza, quarta, e infine quinta e via, lontano, verso di te medesimo, in direzione sempre più in là, oltre l’asfalto complice e il fischio aerodinamico del finestrino semiaperto, che trasuda libertà e canzoni da cantare ai girasoli e ai campi dell’estate malandrina e sudaticcia di libertà.
La libertà, non la si compra mica in saldo nei supermercati, né a prezzo pieno nei negozi più in della città. No, no. La libertà, cercala sotto le scarpe di chi fa passi lunghi e frizzanti, e salti, o nel bicchiere mezzo pieno del pazzo alcolizzato e poeta. Cercala, se la vuoi davvero, corteggiala, se riuscirai a vederla, e poi amala, amala forte la tua libertà, con le gambe con gli occhi e con la bocca va amata la libertà. Come credi altrimenti che sia possibile soffermarsi alle rive di un fiume verde-fiume e vederlo azzurro-mare?
I pazzi siete voi. Non io. I pazzi siete voi.
dis-corsivo
sabato, 27 giugno 2009Ho sete di parole
ho fame.
Voglio sbronzarmi di vocali discinte
e consonanti doppie
voglio mangiare le gambucce cicciottine delle “g”
e condire di salsa rosa le “l” stilettine.
Voglio stendermi su un cuscino nero d’inchiostro
e sognare virgole, spazi bianchi e apici ricurvi
e poi sdrucciole e bisdrucciole,
per scomporle a piccoli morsi, educati e lenti.
Voglio spremere il succo dei puntini di sospensione
che rotolano a fine rigo
e masticare croccanti punto e a capo.
Voglio sgranocchiare ciotoline di “ch” e di “gr”
sorseggiando “s” doppio malto e “c”, dolci, senza ghiaccio.
Voglio baciare rime attraenti
e piccanti
e divorare coppe di “gl”con granella di nocciole
e tanta, tanta panna.
Poi un caffè
e il conto, grazie
semi-ottica
domenica, 14 giugno 2009Tranci di vita in piazzole di sosta
son solo
occhi per vedere
bocche per parlare
e cuori per ascoltare
cigli di strada e ciglia
di sguardi
Venite, andiamo
è tempo di mirare
pupille nuove e case
pupilli freschi e cose
buone da mangiare.
Tranci di vita intrecciati a sospiri
buoni da guardare
saporiti da toccare
e cose belle e grandi
tutte da leccare
Mai più mai
martedì, 28 aprile 2009Ci fu un tempo in cui fui piccina.
Mai più mai, ritornerà.
Piccina picciò fui un tempo
e mai più mai ritornerò,
piccì picciò.
M’innamoravo di tutto, senza correr dietro ai cani, no. no.
Mai più mai, ai cani
dietro, correrò.
Ci fu ambarabà
e ciccì
e coccò
ma mai più mai, piccina picciò. Ci fu
mai più mai,
ahi
ahi
cài.
ò.
Parlami d’amore #5
lunedì, 10 novembre 2008
Eccoci di nuovo alla nostra rubrichetta, che tante soddisfazioni mi sta dando. Questa volta la lettera in questione è un regalo graditissimo del caro pablodepablis; parole speciali e dense; che non lasciano indifferenti. Grazie P.
Cara S.,
alcune delle grandi cose della vita si affrontano in solitudine. L’amore è una di queste.
Nei meandri dei tuoi pensieri lo innalzi con i pilastri della speranza, lo modelli con i mattoni della fantasia, lo pitturi con l’illusione, lavori di cesello ogni particolare finché non pervieni alla costruzione ideale, lucente e inattaccabile.
A questo punto sei costretto a tirarlo fuori dall’incubatrice dei sentimenti e parteciparlo alla musa che ha dato lo sprone ai tuoi desideri, confidando che il suo cuore abbia un capomastro altrettanto ispirato.
Se così non è la vita riprende il suo corso. Il castello rimane disabitato ma ci si fa una ragione, poiché si intuisce che tutta l’architettura è stata solo un esercizio di stile, bello e inutile come un diamante frantumato.
Ma la vita si burla di se stessa ed è singolare che tutto diventi più complicato nella corrispondenza di amorosi sensi, quando ogni cosa in apparenza sembra collimare con i tuoi desideri.
Perdi subito l’esclusivo controllo degli eventi e progressivamente l’equilibrio dell’edificio idilliaco scricchiola. Basta un battito d’ali e ti ritrovi coinvolto nella manutenzione, inesorabile antefatto del disfacimento di ciò che si riteneva immutabile ed eterno.
Ho sempre trovato dilaniante questo declino. L’intelligenza del dolore mi ha spinto a tener chiusa a doppia mandata la porta del cuore. Ma oramai ti sento armeggiare fuori dall’uscio. Con il cacciavite delle parole sviti i cardini e mi ritrovo vulnerabile, inerme vittima dei miei miraggi e delle mie fobie.
L’ineluttabile crollo è prossimo e lo attendo tormentato, affinché mi sveli se la mia fragilità è lo specchio della tua e per scoprire se due fiocchi di neve impalpabili siano in grado di provocare una slavina.
Temo che a valle ci attenda, implacabile, una dolcissima rovina.
P.







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