Articoli marcati con tag ‘papà’

L’odio dell’amore

lunedì, 14 dicembre 2009

Dicembre ha gli occhi di un assassino feroce, sputa odio e frusta dolore, Torquemada a  forma di vento,  ripugnante bestemmia ancestrale.
Entra in casa pisciando sangue, rovista nell’intimo con le mani sporche, grasse, nauseabonde, e paralizza tuo padre. Sette volte lo paralizza, dall’emisfero destro al ventricolo sinistro, il tuo ventricolo sinistro, affondando i denti lerci schifosi sulle arterie che trova e causandone decomposizione improvvisa.
Dicembre è un bambinello con la bava alla bocca e gli artigli alle mani venuto nel nome del signore a depredarti del muscolo che gli uomini di buona volontà usano chiamare cuore, per figurarsi un dio al posto di quei fiotti di sangue che sgorgano della carne umida e pulsante.
Dicembre ci prova a privarmi di me, mi massacra e mi tortura gli affetti, li tiene in ostaggio e gli ruba la bocca per impedir loro anche di piangere il dolore che impone; è così che  si prende gioco dei belli e li appaia ai malvagi per gusto meschino, per sentirsi invincibile come la morte, per farsi grande con questa piccola vita. Dicembre, perfido e impietoso,  dammi retta, lascia stare: è inutile insistere con squallidi vessilli neri al mio albero, schiacciandolo con il peso del tuo: ho più palle di te tra gli addobbi, e un angelo nero rabbioso, più forte di te e col sangue negli occhi, fa la guardia per me alle pupille dell’oggi, contandomi i sogni sulle ceneri appuntite delle tue misere perfidie.

Il mio contributo alla ormai tradizionale raccolta  Post sotto l’Albero , che raccoglie centinaia di altri post di numerosi blogger sul tema del Natale. Un grazie a  Sir Squonk, che ne è il papà

Santo Stefano

venerdì, 26 dicembre 2008

Non è stato un Natale esemplare. Non per me, imbevuta come sono di quell’idea di Natale che impera da sempre nella mia famiglia. L’idea del Sacro, sì, ma di una sacralità che va ben oltre il significato religioso. L’idea del Religioso sì, ma di una religiosità fatta di cose terrene, umane, fatta di carne e sangue.
No, non è stato un Natale esemplare.
Mi ero messa a letto, per leggere un po’, e poi senza riuscire a dormire eccomi di nuovo in piedi; allora riaccendo il laptop, e un messaggio di papà mi ricorda che è passata la mezzanotte, ed è il mio onomastico.
Insieme agli auguri, una frase, che restituisce il senso del mio stato d’animo, ed allo stesso tempo mi coccola, come una carezza sul viso. No, di più: come la carezza di papà sul mio viso.

Le persone viaggiano per stupirsi
delle montagne, dei fiumi, delle stelle..
e passano accanto a se stesse senza meravigliarsi
(S. Agostino)

Cena a casa di amici con infante

sabato, 25 ottobre 2008

Ci eravamo visti l’ultima volta all’inizio dell’estate. Poi il lavoro, il doppio lieto evento, e le solite motivazioni stupide che tengono lontani gli amici anche per lungo tempo, oltrepassati i 35 anni (che io ancora non ho, n.b.), hanno fatto sì che solo stasera, dopo mesi, siamo riusciti ad organizzare una cena insieme, tutti e sei. Anzi no, tutti e otto ormai: stasera abbiamo infatti sperimentato la “cena con amici infante-dotati”. E’ andata più o meno così: arriviamo dagli infante-dotati ospitanti prima degli altri due amici, infante-dotati anche loro, entriamo, io consegno il nostro presente per la cena, il regalo del compleanno che avevo comprato tre mesi fa, il regalo per la nascita del piccolo, postdatato anche quello dal momento che il piccolo ha già 4 mesi. Non ci si vedeva da tanto, avevamo da recuperare.
Lei ha l’aria stanca: il piccolo “oggi è piccioso“, e stargli dietro rende nervosi. Il piccolo, non appena mi avvicino, mi afferra per un dito e non sembra più tanto “piccioso”, tanto che il suo papà comincia a trattare sul prezzo del mio indice miracoloso. “La zia Teiluj stasera fà da baby-sitter, amore”. Deglutisco.
Quando arrivano anche gli altri due amici infante-dotati, si và giù a dare una mano, ché il passeggino in ascensore non entra. Faccio quindi la conoscenza del mio secondo “nipote” che non è ancora arrivato e già mi guarda in modo preoccupante. E’ la volta del tour in casa nuova, io l’ho già fatto per cui “sta’ con zia Teiluj, amore” sussurra amorevole la sua mamma mentre me lo mette in braccio, “solo un consiglio, attenta ai capelli”. Faccio in tempo a carpire il messaggio che il pupo ha già affondato le sue morbide, tenere e veloci manine nei miei capelli. Però lui sorride.

Star dietro alla cena non è facile con un bimbo che richiede attenzioni, per cui “zia Teiluj” regge l’infante1 mentre mamma e papà portano in tavola; poi zia Teiluj regge l’infante2 ché almeno mamma finisce di mangiare, zia Teiluj ripiglia l’infante1 mentre arriva in tavola il secondo; zia Teiluj restituisce l’infante1 e prende l’infante2, poi rende l’infante2 per poter reggere l’infante1, e poi riprende l’infante2 che, ormai stanco si addormenta tra le braccia di zia Teiluj che passeggia avanti e indietro da venti minuti. Sui tacchi.

Adesso lo so, a cosa servono le zie putative.

Io, sono antica.

giovedì, 17 luglio 2008

Stasera, ad un’ora non meglio precisata, un sms ci annuncia, tra mille puntini di sospensione che dio solo sa quanti e quali significati possano celare, che alle 19 e 35 di oggi anche la seconda delle “coppie incinte” che abbiamo per amici, è diventata “mamma e papà”.
Questo significa che io sono ufficialmente l’unica del gruppo a non avere figli. Ma c’è di più: sono anche l’unica a non aver mai divorziato. Del resto sono anche l’unica a non essersi mai sposata.
In una realtà come questa, in cui tutti si sposano, fanno figli, divorziano (non necessariamente in quest’ordine) mi sento in difetto, quasi mi vergogno per essere arrivata a 30 anni senza poter vantare almeno un ex marito.

Ieri come oggi

mercoledì, 16 luglio 2008

L’uomo migliore che abbia mai conosciuto, ha i miei stessi occhi, ed io i suoi. Porta sempre con sé il ricordo del tempo, passato, ma mai finito. E’ l’uomo migliore del mondo, per i suoi sorrisi sornioni, e le sue risate beffarde. Ha il cuore grande, quanto i piazzali dei lunapark, e come quelli straripa di zucchero filato. Quel che gli devo vale più di una vita, né la mia potrà mai valere tanto da ringraziarlo abbastanza. E’ l’uomo senza il quale non avrei mai imparato il meglio di quel che so, quello che sono, e tutto quel che non sono. Perchè lui conosce meglio di chiunque altro l’inestimabilità della ricchezza, quella vera, fatta di strizze al cuore e di sorrisi, e di giochi da bambino, di sogni forti come un abbraccio e lacrime d’amore, che senza di lui, non avrei mai imparato a saper sentire, in mezzo al rumore del mondo, e dell’altra gente. Tutta quella gente che non sa niente dell’anima, e non sa niente del cuore malgrado sia convinta di crederci.

Buon compleanno papino.

Del perché amo mio padre

martedì, 27 maggio 2008

“oggi sono qui. E’ una bella giornata di sole e l’aria è fresca: così mi è venuto in mente il tuo sorriso” .


la cartolina è di qualche anno fa, ma tutte le volte che mi ricapita tra le mani, mi va il cuore in giuggiole ed il mondo improvvisamente si tinge di una perfezione che non gli appartiene.
Tanto da sentire la necessità di raccontarlo a tutti: questo è il mio papà.

Lettera aperta a mamma e papà

lunedì, 14 aprile 2008

Son cresciuta a suon di “fagli vedere chi sei”, oppure “sei la migliore, certo che ce la farai” o ancora “non avevo nessun dubbio che ci saresti riuscita” e via dicendo.. Frasi che mi hanno accompagnato fin dall’infanzia da parte dei miei insegnanti, si, ma prima ancora e soprattutto da parte dei miei genitori.

Ricordo che quando facevo il quinto ginnasio, travolta dai dèmoni adolescenziali, mi balenò per la mente l’idea di abbandonare la scuola. Molte delle mie amiche di allora lo avevano già fatto, non mi sembrava poi così strano. Allora, ormai convinta, lo comunicai a mio padre: “ho deciso di lasciare la scuola”. La scuola non era mai stato un problema per me prima di quell’anno, per cui vacillare in due o tre materie mi pareva una ragione sufficiente per concludere la mia carriera scolastica. Ricordo ancora la faccia di mio padre alla notizia: non era arrabbiato, no. Ma così scuro in volto per qualcosa che riguardasse me, non l’avevo mai visto; ricordo perfettamente la delusione ed il dolore che la mia decisione gli procurava, perché simbioticamente li sentivo anche dentro di me. Lo avevo pugnalato. Per tutta una giornata non fece altro che parlarmi, pungolarmi, incalzarmi, ripetendomi che stavo sottovalutando me stessa, che potevo ancora farcela, perché ero io. Che dovevo ancora farcela, perché ero io. Le sue parole mi mortificarono allora, perché lo avevo ferito, perché lo avevo deluso, ed io lo amavo e lo amo ancora troppo per sopportare di esser causa di un suo dolore. Mi chiusi in camera. Piansi. Mi sentii una fallita, prima di allora non mi era mai successo. Ma le parole di papà, la fiducia di papà che avevo disatteso, continuavano a girarmi in testa (e nel cuore) e a quel punto il mio vero fallimento si era spostato dall’idea della scuola, all’idea di aver tradito papà. Ancora chiusa in camera, e ancora in lacrime presi il mio libro di antologia senza rendermi conto che avevo già cambiato idea. Papà bussò alla porta della mia cameretta, entrò, mi vide piangere sul mio libro e, serio, come si è seri per le cose importanti, ma con la voce dolce, come si è dolci con gli amori importanti, mi disse, senza aggiungere mai più altro, quel fatidico: “fagli vedere chi sei”.

Oggi sono una donna testarda e caparbia, e anche se la paura di deludere chi mi considera speciale mi accompagna come un’ombra, anche se non concepisco nemmeno l’idea di poter fallire, con tutte le implicazioni emotive che questo comporta, guardo a ciò che ho fatto. Guardo a cosa ho conquistato con le mie risorse, e sono felice. Fiera. Orgogliosa. A tratti insopportabile. Ma mi compiaccio autoironicamente della mia vanità, e rido al telefono con la mia mamma, che ancora oggi mi ripete: “certo che sei la migliore” nonostante io le ripeta che è sfacciatamente di parte, perché provo per me stessa tutto l’amore che loro, mamma e papà, provano per me.

Hanno fatto un ottimo lavoro con me, e le mie debolezze sono ben poca cosa in confronto alle mie forze. Di questo, non gli sarò mai grata abbastanza.