Articoli marcati con tag ‘occhi’

quello che staccava le braccia alle barbie

domenica, 24 gennaio 2010

Si chiamava Rodolfo Valerio Cristofante e staccava le braccia alle barbie guardandole cogli occhi. Per un atto caritatevole, le guardava cogli occhi, così loro non badavano alle braccia staccate ma agli occhi, gli occhi di Rodolfo Valerio Cristofante staccatore di braccia, caritatevole cogli occhi.

E con ’sta fissa delle braccia.

Doveva essere per una cosa che gli era successa da piccolo, si diceva, quindi ok. E’ tipico degli staccatori di braccia, che gli siano successe cose da piccoli, quindi ok.

Una volta ad esempio da piccolo, Rodolfo Valerio Cristofante gli era successo di battere il naso sul pugno di Raniero Giuseppe Cristofante che si era molto risentito, ché ancora oggi gli chiede scusa Rodolfo Valerio Cristofante, a suo padre.

Gli era successa questa cosa, così staccava le braccia e ne faceva codine per le cose, senza sangue, con la codina staccabile, da staccare alle barbie guardandole cogli occhi per vedere se piangono, ma quelle niente. brave.

Rodolfo Valerio Cristofante staccatore di braccia cogli occhi caritatevoli invece sì, lui piangeva. Piangeva staccando le braccia come codine da riattaccare alle cose senza sangue. E quelle non sanguinavano mai. Così, lui, sanguinava lui, cogli occhi.

Nell’atto semplice del respirare

domenica, 1 novembre 2009

E mentre aspetto la sera per tornare a casa, l’odore delle caldarroste e un solletico insistente, buono ad abbassar le ciglia.
Uno, due, tre pensieri in viaggio dalla pancia al cuore e  mani intirizzite a
gonfiarmi le tasche, ad arrossarmi le guance.
Qualche fantasma, poche streghe, nessun santo in circolazione per via dell’ora tarda e uno strascico lungo, lunghissimo, di parole d’organza a coprirmi le spalle, a umettarmi la cervice; e gli occhi. E il petto, gonfio d’autunno moribondo, del buio, batte di un cuore distratto, come assente, fuori sincrono rispetto ai piedi, fuori circolo rispetto alle vene, fuori da me  rispetto a me. Eppure tanto mio da bruciarmi le narici nell’atto semplice del respirare. Inspirare, espirare.

Novembre
mi cammina di fianco
e gocciola carne e sangue.

Noir

domenica, 20 settembre 2009

“Ecco cosa farò” disse, facendo dei capelli una treccia per nascondere l’inquietudine. Prese a camminare lungo un portico, svoltò due volte per il semplice bisogno di spezzare la linearità arrogante del percorso, raggiunse una scalinata, la evitò cambiando strada ancora, e quando fu sul suo seicentoseiesimo passo arrestò le gambe e i pensieri, esattamente come si arresta un criminale. Bruscamente.
Chiudendo gli occhi vide bene il cielo, immenso e lontano e l’aggredì il silenzio della notte. Probabilmente era inverno, dato che aveva freddo, quindi si rimise in cammino stringendo i pugni e i denti per non cadere. Giunse infine a un portone conosciuto e chiuso, si fermò e si sentì risucchiare dall’asfalto pesante. Un tocco, due tocchi, e un uomo aprì la porta. Senza dire una parola aprì la porta, fece un cenno col capo e chiuse la notte fuori, per proteggerla, o per ignorarla.
La donna con la treccia si mise a sedere, estrasse dalla tasca un temperino, lo portò al viso e si cavò gli occhi. Prima uno, poi l’altro, lasciando fiottare sangue sul pavimento e sulle pareti, rumorosamente. Si cavò gli occhi, lasciandoli rotolare su un sostegno casuale e vide il cielo, immenso e lontano.

Si alzò in piedi, sorrise, riprese l’uscio, e il buio l’inghiottì.

Ieri come oggi

mercoledì, 16 luglio 2008

L’uomo migliore che abbia mai conosciuto, ha i miei stessi occhi, ed io i suoi. Porta sempre con sé il ricordo del tempo, passato, ma mai finito. E’ l’uomo migliore del mondo, per i suoi sorrisi sornioni, e le sue risate beffarde. Ha il cuore grande, quanto i piazzali dei lunapark, e come quelli straripa di zucchero filato. Quel che gli devo vale più di una vita, né la mia potrà mai valere tanto da ringraziarlo abbastanza. E’ l’uomo senza il quale non avrei mai imparato il meglio di quel che so, quello che sono, e tutto quel che non sono. Perchè lui conosce meglio di chiunque altro l’inestimabilità della ricchezza, quella vera, fatta di strizze al cuore e di sorrisi, e di giochi da bambino, di sogni forti come un abbraccio e lacrime d’amore, che senza di lui, non avrei mai imparato a saper sentire, in mezzo al rumore del mondo, e dell’altra gente. Tutta quella gente che non sa niente dell’anima, e non sa niente del cuore malgrado sia convinta di crederci.

Buon compleanno papino.

Quelle cose un po’ così

mercoledì, 9 aprile 2008

Devo ricevere e fare accomodare un rappresentante nell’attesa che il capo lo raggiunga nel suo ufficio. Si presenta un signore di mezza età – piacere, sono tizio - con fare garbato, composto, professionale. Gli sorrido – prego si accomodi, il signor capo arriva subito - e insieme alla stretta di mano: – ma lo sa che ha un colore degli occhi accecante – molto old style, per nulla piacione, e poi potrebbe essere mio nonno – grazie, si sieda pure, avviso che è arrivato – spocchiosa, mi defilo per avvisare. L’attesa si prolunga, torno di là con un cestino di cioccolatini e non si è ancora seduto, sta educatamente impalato ad aspettare – questione di qualche minuto, ma prego si accomodi, gradisce un cioccolatino? – finalmente si sente in diritto di sedersi – no, grazie, lei è molto dolce, ma mi dica, di dov’è? - eccola la domanda che mai mi si dovrebbe fare. Per tutti è una domanda semplicissima, ti si chiede di dove sei, rispondi son di qui o di là. Io no. Se commetti l’errore di chiedermi “di dove sei” mettiti comodo perché: io sto qui ma non sono di qui, vengo da lì, ma in realtà sono nata là, e però anche se mia madre è di là mio padre invece è di lì, comunque non sto più né li né là, ma qua. E così via. Praticamente una tragedia greca. Ebbene dopo alcuni minuti di pantomima, viene fuori che tizio è napoletano, come mio padre – allora sua madre è una donna felice - evviva il patriottismo partenopeo – perché vede, i napoletani sono persone allegre, prendono la vita con poesia, scrive anche suo padre? me ne dica unalo so, la colpa di tutto questo come al solito è di quella domanda, quel “di dove sei”, che apre un mondo infinito di argomenti anche senza avercela, tutta la fantasia di questo tizio; posso rispondere sull’Umbria? – beh allora gliela dico io, una poesia. L’ho scritta io - Senza il minimo imbarazzo, inizia a poetare, e prosegue incurante del fatto che nel frattempo è arrivato il capo; tutta la poesia, tutta in napoletano, recitata con fiero e sobrio ardore.
A me.
Ed era anche bella.
Invidiatemi.
ché c’ho gli occhi accecanti, c’ho. tzè..