Da considerarsi adesione rivista alla catena passatami a suo tempo dal cattomoderasta apostolo hubrys.
Io e quella scatola luminosa che tutti usano chiamare TV, siamo due entità appartenenti ad universi diversi. Me ne dimentico persino l’esistenza se sono in casa da sola, vivo benissimo senza, se è accesa significa che esiste un’altra presenza umana nello stesso ambiente, e anche in quel caso la mia soglia di tolleranza si esaurisce allo scadere, al massimo, dei due tempi di un film di durata media.
Tanto per dire, film che tutti hanno visto tipo Pulp Fiction, io l’ho visto solo di recente; Matrix, per dirne un’altra, non l’ho ancora mai visto; insomma non sono esattamente una “cultrice” di cinematografia, e men che meno di televisione in senso più generale. Ma dal momento che ciò nonostante sono comunque un essere umano, e divido il mio tempo con esseri umani più umani di me, qualche film nel corso della mia vita l’ho visto anch’io. E posso dire, con assoluta fermezza, che quello che più ho subìto, ancor più della trilogia del signore degli anelli (e quindi veramente stratantissimo), rimane ad oggi A.I. Intelligenza Artificiale, di Spielberg del quale ne vado a far recensione.
Dunque ci troviamo nel futuro, la gente non è libera di riprodursi quando ne avrebbe voglia, perché esiste un fortissimo problema di sovrappopolazione e quindi per accoppiarsi senza preservativo bisogna avere il permesso scritto del governo. Poi c’è una coppia tristissima perché il loro unico figlio è in coma, e per questo si sentono repressi come genitori, e siccome non possono farsene un altro perché il governo non vuole, vanno alla fabbrica dei Mecha, robot in tutto simili agli umani, e affittano un robot-bambino Mecha, tale David. Poi però il figlio in coma si riprende, e allora i due genitori modello decidono di abbandonare nel bosco il robottino, che tanto non era neanche troppo simpatico e da questo momento inizia la fase “tafazziana” del film come se fin qui non fosse stato già abbastanza patetico. Dal momento dell’abbandono unico chiodo fisso di David, il bambino Mecha, è ritrovare la mamma, quella stronza, aggiungo io, ma l’unica che David conosce, vuole farci pensare il regista. La prima ora del film, che ne dura in tutto 5 o 6, o almeno tante mi pare di ricordarne, già basterebbe, ma invece no, Spielberg si inerpica sugli specchi per il resto del film cercando evidentemente un finale che sembra non riuscire a trovare; il risultato ricorda un po’ quei librettini in cui a fine capitolo si metteva il lettore davanti a più opzioni del tipo: se vuoi che il protagonista apra la porta vai a pag 34, se vuoi che si lanci nel vuoto, vai a pagina 56. Una roba così, solo che Spielberg dopo avervi mandato a pag 34, vi fa lo stesso leggere anche l’opzione di pag 56, e per di più vi cambia la trama a sorpresa.
Dopo tre ore di film, David è ormai un misto tra Pinocchio, E.T., Pollicino, Hansel e Gretel, e Indiana Jones, tale è la quantità di patetici, nonché inutili intrecci che Spielberg riesce a partorire e a sovrapporre, e voi siete li ad autofustigarvi già da circa un’ora e un quarto, quando cioè avevate avuto il primo (e non unico) sentore che il frame successivo sarebbe stato quello del THE END. Unico effetto suspance e sorpresa del film in effetti.
L’ultimo secolo di film vi proietta in uno scenario che ormai non riconoscete più, ma non serve controllare l’adesivo sul dvd, nessuno l’ha sostituito a vostra insaputa, è solo il regista che si è incartato e non sa più come uscirne. Quando dopo dieci anni arriva la tanto attesa schermata della FINE, voi state già piangendo da due mesi invocando l’eutanasia. Per David, e per voi stessi.
La sensazione che rimane, perché il ricordo tende ad autorimuoversi, è quella di aver visto tre film diversi. Tutti e tre di merda.
Passo amorevolmente la catena, tanto per cambiare modificata, a Novecento, ChesterWilliams e campanellino, i quali potranno decidere se recensire un libro di merda e/o un flim di merda