Articoli marcati con tag ‘mamma’

Cena a casa di amici con infante

sabato, 25 ottobre 2008

Ci eravamo visti l’ultima volta all’inizio dell’estate. Poi il lavoro, il doppio lieto evento, e le solite motivazioni stupide che tengono lontani gli amici anche per lungo tempo, oltrepassati i 35 anni (che io ancora non ho, n.b.), hanno fatto sì che solo stasera, dopo mesi, siamo riusciti ad organizzare una cena insieme, tutti e sei. Anzi no, tutti e otto ormai: stasera abbiamo infatti sperimentato la “cena con amici infante-dotati”. E’ andata più o meno così: arriviamo dagli infante-dotati ospitanti prima degli altri due amici, infante-dotati anche loro, entriamo, io consegno il nostro presente per la cena, il regalo del compleanno che avevo comprato tre mesi fa, il regalo per la nascita del piccolo, postdatato anche quello dal momento che il piccolo ha già 4 mesi. Non ci si vedeva da tanto, avevamo da recuperare.
Lei ha l’aria stanca: il piccolo “oggi è piccioso“, e stargli dietro rende nervosi. Il piccolo, non appena mi avvicino, mi afferra per un dito e non sembra più tanto “piccioso”, tanto che il suo papà comincia a trattare sul prezzo del mio indice miracoloso. “La zia Teiluj stasera fà da baby-sitter, amore”. Deglutisco.
Quando arrivano anche gli altri due amici infante-dotati, si và giù a dare una mano, ché il passeggino in ascensore non entra. Faccio quindi la conoscenza del mio secondo “nipote” che non è ancora arrivato e già mi guarda in modo preoccupante. E’ la volta del tour in casa nuova, io l’ho già fatto per cui “sta’ con zia Teiluj, amore” sussurra amorevole la sua mamma mentre me lo mette in braccio, “solo un consiglio, attenta ai capelli”. Faccio in tempo a carpire il messaggio che il pupo ha già affondato le sue morbide, tenere e veloci manine nei miei capelli. Però lui sorride.

Star dietro alla cena non è facile con un bimbo che richiede attenzioni, per cui “zia Teiluj” regge l’infante1 mentre mamma e papà portano in tavola; poi zia Teiluj regge l’infante2 ché almeno mamma finisce di mangiare, zia Teiluj ripiglia l’infante1 mentre arriva in tavola il secondo; zia Teiluj restituisce l’infante1 e prende l’infante2, poi rende l’infante2 per poter reggere l’infante1, e poi riprende l’infante2 che, ormai stanco si addormenta tra le braccia di zia Teiluj che passeggia avanti e indietro da venti minuti. Sui tacchi.

Adesso lo so, a cosa servono le zie putative.

Del perché vorrei un figlio

sabato, 26 luglio 2008

C’è chi fa figli per moda. Chi perché “arrivano”, e davanti al fatto compiuto è difficile dir di no. C’è chi i figli li fa perché è così che sua madre, o suo padre, o tutt’e due, gli hanno insegnato dev’essere, per reputarsi un uomo (donna) realizzato (realizzata).

Io no. Io vorrei un figlio, o una figlia, il sesso non è un particolare importante, perché amo talmente tanto la persona con cui vivo che non so immaginare una “ciliegina sulla torta” della mia felicità amorosa, più significativa ed emblematica di un figlio insieme. Io vorrei un figlio perché mi sento così piena di ideali compresi, di valori da tramandare, di esperienza da trasmettere, di amore ed emozioni acquisiti e conquistati nel corso della mia esistenza, da considerarli un patrimonio troppo prezioso e ricco perché vada disperso “senza infamia né lode” come fossero una qualunque, delle banali, ed insignificanti conquiste che tutti possono fare nel corso della propria esistenza. Come se anche la mia, quindi, fosse un’esistenza qualunque, insignificante e banale.
Io, vorrei un figlio perché già lo amo, quel figlio, quando sbadatamente mi capita di pensare a cosa io farei, se avessi un figlio, per quel figlio.

Non voglio chiamarlo istinto materno; non so nemmeno se ce l’ho, quel fantomatico istinto. Io, così impulsiva, così passionale, così istintiva, così bambina io stessa; così attaccata alla vita, e che sia intensa, anche quando questa fa di tutto per convincerti che noi, ammassi di cellule umane, siamo solo comparse in un tempo indefinito ed infinito di eventi troppo complessi e incontrollabili, più grandi di noi, ed imprevedibili, per arrogarci il merito, o demerito che sia, di uno soltanto degli innumerevoli accadimenti che si rincorrono. Inesorabili, imprevedibili, inaspettati.

Mi sento già in ritardo sulla tabella di marcia per il ruolo di madre. Ma, mio figlio, io lo amo da sempre e mi manca ogni giorno, quando osservo il mondo che scorre davanti ai miei occhi, ed al contempo immagino quello che vorrei.

Io, sono antica.

giovedì, 17 luglio 2008

Stasera, ad un’ora non meglio precisata, un sms ci annuncia, tra mille puntini di sospensione che dio solo sa quanti e quali significati possano celare, che alle 19 e 35 di oggi anche la seconda delle “coppie incinte” che abbiamo per amici, è diventata “mamma e papà”.
Questo significa che io sono ufficialmente l’unica del gruppo a non avere figli. Ma c’è di più: sono anche l’unica a non aver mai divorziato. Del resto sono anche l’unica a non essersi mai sposata.
In una realtà come questa, in cui tutti si sposano, fanno figli, divorziano (non necessariamente in quest’ordine) mi sento in difetto, quasi mi vergogno per essere arrivata a 30 anni senza poter vantare almeno un ex marito.

Lettera aperta a mamma e papà

lunedì, 14 aprile 2008

Son cresciuta a suon di “fagli vedere chi sei”, oppure “sei la migliore, certo che ce la farai” o ancora “non avevo nessun dubbio che ci saresti riuscita” e via dicendo.. Frasi che mi hanno accompagnato fin dall’infanzia da parte dei miei insegnanti, si, ma prima ancora e soprattutto da parte dei miei genitori.

Ricordo che quando facevo il quinto ginnasio, travolta dai dèmoni adolescenziali, mi balenò per la mente l’idea di abbandonare la scuola. Molte delle mie amiche di allora lo avevano già fatto, non mi sembrava poi così strano. Allora, ormai convinta, lo comunicai a mio padre: “ho deciso di lasciare la scuola”. La scuola non era mai stato un problema per me prima di quell’anno, per cui vacillare in due o tre materie mi pareva una ragione sufficiente per concludere la mia carriera scolastica. Ricordo ancora la faccia di mio padre alla notizia: non era arrabbiato, no. Ma così scuro in volto per qualcosa che riguardasse me, non l’avevo mai visto; ricordo perfettamente la delusione ed il dolore che la mia decisione gli procurava, perché simbioticamente li sentivo anche dentro di me. Lo avevo pugnalato. Per tutta una giornata non fece altro che parlarmi, pungolarmi, incalzarmi, ripetendomi che stavo sottovalutando me stessa, che potevo ancora farcela, perché ero io. Che dovevo ancora farcela, perché ero io. Le sue parole mi mortificarono allora, perché lo avevo ferito, perché lo avevo deluso, ed io lo amavo e lo amo ancora troppo per sopportare di esser causa di un suo dolore. Mi chiusi in camera. Piansi. Mi sentii una fallita, prima di allora non mi era mai successo. Ma le parole di papà, la fiducia di papà che avevo disatteso, continuavano a girarmi in testa (e nel cuore) e a quel punto il mio vero fallimento si era spostato dall’idea della scuola, all’idea di aver tradito papà. Ancora chiusa in camera, e ancora in lacrime presi il mio libro di antologia senza rendermi conto che avevo già cambiato idea. Papà bussò alla porta della mia cameretta, entrò, mi vide piangere sul mio libro e, serio, come si è seri per le cose importanti, ma con la voce dolce, come si è dolci con gli amori importanti, mi disse, senza aggiungere mai più altro, quel fatidico: “fagli vedere chi sei”.

Oggi sono una donna testarda e caparbia, e anche se la paura di deludere chi mi considera speciale mi accompagna come un’ombra, anche se non concepisco nemmeno l’idea di poter fallire, con tutte le implicazioni emotive che questo comporta, guardo a ciò che ho fatto. Guardo a cosa ho conquistato con le mie risorse, e sono felice. Fiera. Orgogliosa. A tratti insopportabile. Ma mi compiaccio autoironicamente della mia vanità, e rido al telefono con la mia mamma, che ancora oggi mi ripete: “certo che sei la migliore” nonostante io le ripeta che è sfacciatamente di parte, perché provo per me stessa tutto l’amore che loro, mamma e papà, provano per me.

Hanno fatto un ottimo lavoro con me, e le mie debolezze sono ben poca cosa in confronto alle mie forze. Di questo, non gli sarò mai grata abbastanza.