- E mi raccomando, non fare passare altri 5 anni prima di tornare!
- Si zio.
- E ricordati che sei calabrese!
- Certo zio.
- Non sei romana!
- Si zio.
Al di là della confusione geografica familiare che induce mio zio – forse per l’aereo che prendo – ad associare la mia residenza a Pescara con una non meglio identificata cittadinanza romana, Reggio Calabria, la città in cui non sono certo nata ma che altrettanto certamente mi ha ospitato per più tempo – 21 anni – è per me un luogo stregato, quasi mistico.
Reggio Calabria è la città dei miei ricordi eterni. Della mia infanzia e della mia adolescenza. E’ la città dei miei esami di maturità e delle mie prime bravate. Dei giri in motorino, dei falò in spiaggia la sera, delle sbornie con gli amici e dei fine settimana chiusa in casa in punizione. Reggio Calabria è la città del mio primo bacio, e delle mie prime lacrime d’amore.
Ma è anche la città che mi ha inferto la sofferenza più grande ch’io abbia provato in tutta la mia vita.
Tutti ne hanno una, di sofferenza “più grande”. La mia, affonda le sue radici a Reggio Calabria. E non è mai finita.
Il sedici agosto di sette anni fa presi un treno di sola andata dalla stazione di Reggio Calabria; era l’inizio della mia età adulta, della mia indipendenza. Era l’inizio. Lontano da Reggio Calabria. Da allora io sono cresciuta, sono cambiata; ho visto cose, ho fatto cose, ho continuato a ridere e anche a soffrire, ho continuato a vivere, dilatando sempre di più la frequenza delle mie visite a Reggio Calabria. Perché quando negli occhi hai collezionato mille orizzonti nuovi, quel che prima ti andava stretto, diventa soffocante. Quel che ricordavi discreto, improvvisamente è mediocre. E quel che mai hai dimenticato è sempre lì, e si fa beffe di te che scappi via per non pensarci. Sì, scappi via. Così finisce che non ci vorresti mai tornare, a Reggio Calabria, e quando sei costretta, fai in modo che la permanenza sia il più breve possibile.
Potenza del dolore. Che ti strappa via la serenità, la sminuzza, la mastica, e la risputa chissà dove. Per non restituirtela mai più.
Sono tornata a Reggio Calabria la scorsa settimana perché, ancora una volta, c’era di che preoccuparsi a Reggio Calabria, perché c’è sempre di che preoccuparsi a Reggio Calabria. Ospedali, paura, tensione, caos.
Poi, finalmente, la mia mamma lascia l’ospedale e con lei torna a casa il suo e il nostro sorriso. E anche Reggio Calabria sembra sorridere.
Stavolta, ripartendo, sono persino riuscita a sentire un po’ di quella nostalgia che a Reggio Calabria non concedo più da anni e, sorvolando in aereo la città, a riconoscere che quando viene la sera qualcosa di magico sullo stretto, succede ancora.








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