Articoli marcati con tag ‘libri’

Un’ottima annata

sabato, 13 dicembre 2008

uvaNo, no, non ho cambiato idea sul 2008. Un’ottima annata è il film che ho finito da poco di vedere.
Bello. Bello, bello. Una favola sulle cose importanti della vita, una favola garbata e a tratti stucchevole, come piace tanto a me. Romantica e appassionata.
Una favola insomma.
Ora voglio leggere il libro, da cui il film è tratto.
Recensioni? Non ci penso nemmeno, esiste wikipedia per quelle e io non ne ho voglia.
Assolutamente da vedere.

“Pardonne mes lèvres, elles trouvent du plaisir dans les endroits les plus inattendus”

La lingua batte dove il dente “duole”

lunedì, 13 ottobre 2008

Penso che gli sms non abbiano svilito il linguaggio: ormai c’è un tale tasso di ignoranza che se uno si sforza di scrivere è comunque un bene. Ogni forma di scrittura anche se abbreviata, contaminata, deviata, imbastardita è sempre meglio che non scrivere nulla.

Dacia Maraini

Computerese, webbese, smessese: l’italiano di oggi. Espressioni come K6, SXO, XKE’, CMQ, XO’, pullulano sui nostri cellulari; termini come POSTO, BLOGGO, SPAMMO, FOLLOWO, REDIRECTO infestano il nostro linguaggio quotidiano. Ma non è tanto di questo che mi cruccio, ché tutte le lingue vive, in quanto tali, si modificano nel tempo (seppur con gran tormento dei puristi). Nutro piuttosto nostalgia per un certo italiano scritto, quello dei libri, degli scrittori. Quello che si differenziava dal parlato per ricchezza lessicale e grammaticale. Così succede che anche storie molto belle come, ad esempio, quella de “La solitudine dei numeri primi” (ma è una tendenza generale) siano scritte in un linguaggio semplice, scarno, periodi brevi e pochi virtuosismi: tipico del parlato appunto.

Mi si obietterà che è solo un bene.
Eppure non riesco a convincermene. Chi non legge solo per assimilare storie ma anche per godere della scrittura stessa, comprenderà la mia malinconia per le subordinate eleganti, gli aggettivi ricercati, le allegorie sinuose.
Il dizionario italiano è pregno di poesia …

1° Agosto

venerdì, 1 agosto 2008

Romeo e Giulietta, quante volte l’avrò riletto: sette, otto, non lo so più.
La prima volta credo avessi si e no 15 anni: piena tempesta ormonale. Le prime cotte, le prime delusioni, e tutto ciò che comportano le prime scoperte su quel terreno angusto, malefico e sublime al tempo stesso che è l’amore. E quel libro, è diventato la mia bibbia sentimentale già dalla prima volta perché mi ha incantato; e mi ha rovinato per tutti gli uomini a venire nella mia vita rendendomi una pesantissima scassapalle romantica che vorrebbe decantar strofe a colazione al bar ed ammirar tramonti dopo la spesa all’iper. Per dire.
Del resto cos’ho io, meno di Giulietta.

Ma torniamo al libro.
Mi è rimasto talmente spalmato dentro che oltre a conoscere a memoria i brani che amo di più, tutti gli anni, il primo di agosto, mi salta in mente il compleanno di Giulietta Capuleti e la voglia di farle gli auguri. Naturalmente con le parole del suo Romeo:

s’io profano della mia mano indegna codesta santa reliquia, il peccato è soltato gentile, e le mie labbra, due pellegrini compresi di pudìco rossore, son qui pronte a render più molle, per un tenero bacio, il ruvido loro tocco.

Shakespeare rimane, per me, il padre delle poesie d’amore più belle.

nozionismo e comprensione

lunedì, 21 luglio 2008

Ho sempre diffidato di chi, ai tempi del liceo, mi guardava dall’alto in basso sostenendo che studiare cose come il latino, il greco, la filosofia, la letteratura fosse una “stupida perdita di tempo”.
(se appartieni a questa categoria, torna al prossimo post, o leggiti quelli precedenti)
Dice ” a che ti serve la filosofia!?”
Al di là del mio gusto personale per le materie umanistiche, con molta pazienza ed umiltà, le mie argomentazioni in difesa delle mie scelte scolastiche ora come allora si reggono su un principio che, personalmente, reputo vitale: la comprensione oltre il mero nozionismo.
Mi spiego: nessuno va in giro a costruire quadrati sull’ipotenusa (cit.), ma comprendere il processo logico attraverso cui questo sia possibile arricchisce, non solo il mio patrimonio nozionistico (fondamentale per esempio se partecipi a “chi vuol esser milionario”), ma anche e direi soprattutto, la mia cultura, intendendo per cultura la capacità di usare il cervello. l’intelligenza, è paragonabile al petrolio: preziosissimo e richiestissimo, perché valga davvero, però, deve subire un processo di raffinazione. La raffinazione è paragonabile alla comprensione di ciò che impariamo (a scuola, certo, ma non solo).
Non mi dilungo oltre e vengo al punto:
Sto leggendo “Il mondo di Sofia – Romanzo sulla storia della filosofia, di Joestin Gaarder” e a dispetto del titolo decisamente cacofonico, trovo sia sublime: racchiude in sé tutte le mie convinzioni già adolescenziali in merito all’importanza della storia della filosofia, quando approcciata nel modo corretto; ossia come quell’insieme di processi attraverso cui l’uomo è cresciuto, si è modificato, ha imparato. “non ci importa cosa il filosofo volesse dimostrare, quanto come sia giunto a sostenerlo”. E la cultura, più in generale ci serve a questo: ad apprendere ma anche ad “interrogarci” piuttosto che assimilare passivamente tutti i dogmi e le risposte che società, religioni, tradizioni cui apparteniamo in qualche maniera ci impongono.

Dimmi cosa leggi e ti dirò quanto sei stupido

venerdì, 29 febbraio 2008

Secondo uno studio condotto negli USA, esistono libri la cui lettura rende stupidi. I risultati sono stati dedotti mettendo in relazione i libri letti dagli studenti universitari e i loro risultati ai test d’ammissione. 

A quanto pare i più stupidi leggono la letteratura erotica, i libri della corrente afro-americana (Their eyes were watching God) e la Bibbia o altri testi religiosi come The purpose driven life. Naturalmente si tratta di libri in inglese, dunque non tutti a noi noti, ma fra quelli che conosciamo anche noi a metà classifica troviamo i famosi libri di Harry Potter, i racconti di Dan Brown, oltre a Il diavolo veste Prada. Anche Shakespeare appare in questa zona di media intelligenza: forse perchè leggere Shakespeare non significa capirlo ma cogliere solamente le storie d’amore che ne sono alla base. (si, dev’essere senz’altro così..)

I più intelligenti invece leggerebbero libri come 100 anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, Lolita, e Delitto e Castigo di Dostojevski.

(fonte)

Si tratta in pratica di una stupidità che deriva dal "leggere senza capire" (l’esempio più pratico è quello della Bibbia, risultata essere testo d’ispirazione per risposte a test di carattere scientifico), e credo anch’io che sia così: tutti possono leggere tutto, ma è il livello di comprensione del testo a far la differenza.

Se penso a tutti quei libri di cui non ho mai capito il successo (potrei citare l’opera omnia di Coelho, per fare un esempio su tutti), questa notizia mi restituisce un gran senso di conforto.

Tutti scrivono, pochi sanno scrivere

martedì, 1 gennaio 2008

Mi succede di rado, molto di rado, di essere incantata da un libro fino a provarne amore viscerale: il mio limite nei confronti della lettura è quello di non saper capire ed accettare stili di scrittura diversi da quello che piace a me, per cui, il più delle volte, non mi spingo oltre le prime dieci pagine di un libro che non sia immediatamente nelle mie corde. Leggere è un piacere, ed io non compio lo sforzo di “allargare i miei orizzonti” laddove questo piacere non si manifestasse in fretta.

Tutto questo per dirvi che mi sono innamorata. Mi sono innamorata di un libro. Non essendo un evento consueto, sento la necessità di urlarlo al mondo, come quando ci si innamora di una persona e lo si vorrebbe dire a tutti tanto sono forti i tumulti emotivi che avvengono dentro di noi.

L’eleganza del riccio, di Muriel Barbery: questo il libro che mi ha rubato l’anima; e non posso aspettare di finire di leggerlo (un paio di notti e ci sono)  per decantarlo; non resisto più.

Questo libro fa la differenza tra ciò che significa scrivere e ciò che significa saper scrivere. Piega la “parola” all’Arte di usarla, o meglio la innalza; senza la necessità di vomitare alberi declinati in tutte e quattro le stagioni ma sempre uguali e uccelletti canterini sui rami, sempre gli stessi anche loro nella letteratura contemporanea, per suscitare (o elemosinare?) una qualche emozione.

E’ la rivincita dei raffinati periodi lunghi su quelli brevi (ormai evangelizzati dalla maggioranza dei linguisti (?) e grazie ai quali i libri sono sempre di più raccolte di “singhiozzi” che non  “tripudi del linguaggio”).

Pagherei per saper scrivere con altrettanta eleganza, raffinatezza, padronanza della lingua (a tal proposito un dovuto encomio va ai traduttori dal francese: Emanuelle Caillat e Cinzia Poli)…

Qui di seguito un estratto che è comunque poca cosa rispetto al tutto, ma che ho scelto per lo spirito e l’intenzione con cui nasce questo post:

Immagine di L'eleganza del riccio 

"Apro la busta e leggo questo breve messaggio, scritto sul retro di un biglietto da visita così patinato che l’inchiostro, trionfando invece su costernate carte assorbenti, si è sbavato leggermente sotto ogni lettera.

 

Madame Michel,

potrebbe, ricevere i pacchi della tintoria

questo pomeriggio?

Passerò a prenderli questa sera alla guardiola.

La ringrazio anticipatamente,

Firma scarabocchiata

 

Non mi aspettavo una simile ipocrisia nell’incipit. Mi lascio cadere sulla sedia per lo shock. Mi chiedo, tra l’altro, se non sono un po’ pazza. Quando capita a voi, vi fa lo stesso effetto?

Guardate:

il gatto dorme.

La lettura di questa frase insignificante non ha risvegliato in voi nessun sentimento di dolore, di sofferenza? E’ legittimo.

Ora:

il gatto, dorme.

Ripeto affinché non sussistano ambiguità:

il gatto virgola dorme.

Il gatto, dorme.

Potrebbe, ricevere.

Da una parte abbiamo un uso prodigioso della virgola che, prendendosi delle libertà con la lingua, che di solito non l’ammette prima di una congiunzione coordinativa, ne esalta la forma:

Mi hanno rimproverato non poco, e per la guerra, e per la pace..

E dall’altra abbiamo le sbrodolature su carta velina di Sabine Pallières che trafigge la frase con una virgola divenuta pugnale.

Potrebbe, ricevere i pacchi della tintoria?"

 

Un consiglio appassionato: LEGGETELO!

P.S. Buon anno a tutti!

Un giorno scopriremo chi ha inventato le catene di Sant’Antonio..

lunedì, 5 marzo 2007

Se dicessi che il maggior numero di libri che ho letto nel corso della mia esistenza si impernia sulla letteratura poetica, nessuno mi crederebbe, o peggio invece si..

Una gran verità è che sono una schifosa snob in fatto di libri, della peggior specie. Prediligo i classici della letteratura alla narrativa post-moderna (intendendo con post-moderna tutto ciò che ancora non è finito nella storia della letteratura, e sperando, in alcuni casi, che mai ci riesca), ed è altresì vero che per lo stesso motivo non ho un bagaglio sconfinato di letture portate a termine.

Come mea culpa credo sia sufficiente. Detto questo, come catena malefica passatami da Novecento vuole, passerò in rassegna tre libri che consiglierei a tutti, e poi, con tutto l’acido che la sindrome premestruale è capace di infondermi, vi parlerò anche di tre libri che invece ho iniziato, e mai finito, perché scagliati via lontano con disgusto. Da brava schifosa snob, appunto.

TRE RECENSIONI PRO:

“Il Maestro e Margherita” – Michail Bulgakov

[…] Dimostrava una quarantina d’anni. La bocca storta. Ben rasato. Bruno. L’occhio destro nero, quello sinistro, stranamente verde. Sopracciglia nere, ma una più alta dell’altra. In poche parole, un forestiero.

Il diavolo in persona, e la sua brigata di bizzarri figuri si aggirano nella Mosca stalinista degli anni ’30, portando scompiglio nelle vite di chi li incrocia. E’ un romanzo magico, che intreccia storie e suggestioni per mezzo di artifici allegorici ed eventi fantastici. Surreale, metafisico, satirico, tragicomico; non è una lettura rilassante, ma tiene col fiato sospeso e fa palpitare il cuore. Travolgente e affascinante, ogni personaggio ha una forte caratterizzazione ricca di sfumature. Mai ostentato, né scontato.

“I dolori del giovane Werther” – J. Wolfgang Goethe

[…]pigrizia e malintesi producono in questo mondo forse più imbrogli di quanto non facciano gli inganni e la cattiveria. Per lo meno questi ultimi sono certamente più rari.

Da emblematico caposaldo dello Sturm und Drang qual è, questo libro è splendidamente stucchevole e lacrimevole. Il linguaggio usato, il tenore generale delle lettere di Werther di cui è composto, i personaggi che egli stesso ci racconta, i paesaggi, tutto potrebbe esser riscritto in versi senza spostarsi di significato. Sconsigliato quindi a chi non ha una particolare simpatia per il genere. Io l’ho letto tre volte, per il gusto di piangere ancora dopo la prima.

“Il linguaggio dimenticato” – Erich Fromm

[…]nei nostri sogni non soltanto siamo meno ragionevoli e meno discreti, ma siamo anche più intelligenti, più saggi e più capaci di giudicare che non quando siamo svegli.

Ovvero il linguaggio dei sogni, e dei simboli più in generale, analizzato da chi fra i primi finalmente ha segnato un’evoluzione rispetto alla psicanalisi di Freud, pur essendone un diretto discendente. Illuminante e rassicurante per certi aspetti, un saggio che scorre come fosse un testo narrativo; lo lessi quando la mia attrazione per la psicologia era forte della mia curiosità adolescenziale, e mi ha arricchito tanto in termini di sicurezza, rispetto a cose che potevo solo immaginare probabili.

Con la cognizione di oggi, posso definirlo un libro interessante anche da un punto di vista più filosofico.

TRE RECENSIONI CONTRO:

“Va dove ti porta il cuore” – Susanna Tamaro

Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina nella quale mi comunicavi di essere ancora viva, non ho tue notizie. Questa mattina, in giardino, mi sono fermata a lungo davanti alla tua rosa. Nonostante sia autunno inoltrato, spicca con il suo color porpora, solitaria e arrogante, sul resto della vegetazione ormai spenta.”

Il trionfo della banalità e della pesantezza. L’emblema del sentimentalismo ostentato, e cercato a fatica, e ad ogni costo. Il testo trasuda di innaturale partecipazione compassionevole, il linguaggio è ruvidamente tenuto insieme da macchinose quanto poco convincenti esposizioni pseudo-romantiche che sembrano dire per ogni virgola:” e adesso che cazzo mi invento”. Cestinato dopo circa trenta pagine per nausee violente.

“L’Alchimista” – Paulo Coelho

Il ragazzo si chiamava Santiago. Stava cominciando a imbrunire quando giunse con il suo gregge davanti a una vecchia chiesa abbandonata

Mistico e profetico oltre i limiti dell’umana tolleranza. C’è questo pastorello di dubbio equilibrio psichico che gironzola attraverso il nulla e intrattiene rapporti ambigui con le sue pecore. Si inseguono e si ripetono allo sfinimento precetti divinatori stile “io sono la via la verità la vita”, misti ad allucinazioni karmiche. Ho riso tantissimo. Dimenticato da qualche parte dopo qualche capitolo.

“La rabbia e l’orgoglio” – Oriana Fallaci

[…]sono molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d’una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso. Io gli sputo addosso.

Questo il tenore che si respira fin dalla prefazione. Incute terrore. Prima di qualsiasi possibile commento, fa paura.. Restituito all’imprestatario immediatamente dopo il punto. Della prefazione, appunto.

Giro la catena a campanellino, hubrys e coprofilo. Nella mia infinità bontà amplio le condizioni di questa catena maledetta, in modo tale che i tre prescelti possano decidere liberamente di recensire tre libri IN , oppure tre libri OUT, oppure tre In e tre OUT.