Articoli marcati con tag ‘italiano’

Prime donne crescono

giovedì, 23 ottobre 2008

Io ero la prima della classe. Ma non la secchiona della classe, no…
Ero la luce degli occhi della mia maestra delle elementari, che gironzolava per la scuola con i miei temi per le mani col fine ultimo di leggerli a voce alta nelle quarte e quinte classi e alle altre insegnanti, e poi si chiedeva come mai io, così piccola, fossi già tanto permalosa e vanitosa. Ero l’esempio da imitare per la professoressa di italiano alle medie, che al primo colloquio tra genitori e docenti disse a mia madre di non essersi mai accorta del fatto che qualche libro non l’avevo ancora. Ero la prima della classe al ginnasio e poi al liceo. Non avevo i voti più alti, no, specie in matematica. Ma il perchè una tagente nel punto in cui coincide con una circonferenza vale 0, lo sapevo, certo che lo sapevo, e anche Caruso sapeva che lo sapevo: deridendo spudoratamente il resto della classe mi lasciava col braccio alzato, perché non aveva bisogno di saperlo da me, diceva platealmente. Ero la sua prediletta. Ero la musa indiscussa della professoressa di italiano, che tesseva pubblicamente le lodi alla mia intelligenza – sfacciata -  mentre io mi riparavo dietro uno schermo di rossore per non morire annientata dalle occhiate indignate dei miei compagni di classe che non gradivano quanto me cotanto tributo. Ero la più attesa agli esami di maturità: fui l’unica ad essere raccomandata solo ed esclusivamente dai suoi stessi insegnanti – tutti – e fui l’unica ad essere presentata alla commisione con un “Arriva lei, adesso andiamo su un altro pianeta”.
Dunque non prendetevela con me se sono affetta da sindrome da PRIMADONNA. Ma soprattutto, non provateci neanche a rifilarmi una posizione di second’ordine.

La lingua batte dove il dente “duole”

lunedì, 13 ottobre 2008

Penso che gli sms non abbiano svilito il linguaggio: ormai c’è un tale tasso di ignoranza che se uno si sforza di scrivere è comunque un bene. Ogni forma di scrittura anche se abbreviata, contaminata, deviata, imbastardita è sempre meglio che non scrivere nulla.

Dacia Maraini

Computerese, webbese, smessese: l’italiano di oggi. Espressioni come K6, SXO, XKE’, CMQ, XO’, pullulano sui nostri cellulari; termini come POSTO, BLOGGO, SPAMMO, FOLLOWO, REDIRECTO infestano il nostro linguaggio quotidiano. Ma non è tanto di questo che mi cruccio, ché tutte le lingue vive, in quanto tali, si modificano nel tempo (seppur con gran tormento dei puristi). Nutro piuttosto nostalgia per un certo italiano scritto, quello dei libri, degli scrittori. Quello che si differenziava dal parlato per ricchezza lessicale e grammaticale. Così succede che anche storie molto belle come, ad esempio, quella de “La solitudine dei numeri primi” (ma è una tendenza generale) siano scritte in un linguaggio semplice, scarno, periodi brevi e pochi virtuosismi: tipico del parlato appunto.

Mi si obietterà che è solo un bene.
Eppure non riesco a convincermene. Chi non legge solo per assimilare storie ma anche per godere della scrittura stessa, comprenderà la mia malinconia per le subordinate eleganti, gli aggettivi ricercati, le allegorie sinuose.
Il dizionario italiano è pregno di poesia …

“Parla sì come ti nutri”

venerdì, 16 maggio 2008

La lingua italiana è una creatura straordinaria.

Ancor di più lo è l’italiano burocratico; creatura mitologica, direi in questo caso senza alcun timore di sbagliarmi. Per usare una massima imparata da poco al lavoro, potrei definirlo usando questa frase: “rendere difficile ciò che è facile, attraverso l’inutile”. Da annotare, ne converrete. La massima, intendo.
Inauguro oggi una nuova rubrica, dedicata a parole o espressioni di uso inconsueto, e per questo stesso motivo, per me, affascinanti. Qui, ne prenderò nota.
Apriamo quindi la rubrica con:

vieppiù: vi|ep|più
avv.
CO ancor più, sempre più
Varianti: viepiù, vie più

a tal uopo
|po
s.m.
LE spec. sing., bisogno, necessità: lo scudiero fedel subito appresta | ciò ch’al lor u. necessario crede (Tasso) [quadro 12]
Polirematiche
all’uopo loc.avv., loc.agg.inv. CO allo scopo, al caso proprio: fatto all’u.; al momento opportuno: capitare all’u.
(bibliografia)

Esercitazione:

componi cinque frasi che contengano le parole/locuzioni indicate.

Italiano et Italiani

giovedì, 3 aprile 2008

Per una fortuita coincidenza, questo blog porta lo stesso nome di un libro di grammatica molto ricercato sul web. Lo scopro proprio grazie alle numerose occorrenze della voce “a chiare lettere” tra le chiavi di ricerca che conducono ignari e presto delusi naviganti su queste pagine, le quali pagine possono essere definite in ogni modo, ma niente hanno a che vedere con un testo scolastico. Ebbene, mortificata per questi equivoci ricorrenti, ho deciso di dare un taglio culturale al mio blog, all “a chiare lettere de noantri”, e di iniziare a fornire indicazioni che in qualche maniera possano soddisfare le ricerche di un’utenza certamente accorta e distinta, da tenere perciò in buon conto.

Iniziamo, dunque, con la prima lezione di grammatica (riciclando un mio vecchio post, di un mio vecchio blog, che solo due o tre di voi potranno, forse, ricordare. Ed una di quelli sono io): oggi parliamo dell’articolo determinativo:

L’articolo determinativo si distingue per genere e numero a seconda del termine cui si riferisce. Ma vediamo subito un esempio:

LA PISTOLA

IL PISTOLA

Spero di essere stata esaustiva. Grazie per l’attenzione ed arrivederci alla prossima lezione

Bio Post (ovvero post riciclato)

venerdì, 22 febbraio 2008

Sottotitolo: il vantaggio di avere almeno due blog è che puoi riciclare i vecchi post

Svolgimento

(rivisto, corretto e dekappizzato) 

 

 

"prospettando l’incauta profilassi mnemonica, il substrato incognito brandisce, irridendo i latrati intrinseci che adducono gli autunni all’estasi"

 

Questa ‘perla’ me la fece leggere una persona che conoscevo tempo fa, ed io la conservo da allora perché trovo che sia una chicca sfolgorante su un certo uso dell’italiano.

Spesso ci lasciamo "intimorire" dal parlare aulico di certe persone, dal riverbero di paroloni e dal suono “difficile” di frasi che ci incutono riverenza aldilà del loro significato, per il fatto stesso che non capiamo quale arcano messaggio si celi dietro cotanto “bel parlare”.

Certo è che di gente che stupra l’italiano ne esiste parecchia,  ma questa frase mi è cara proprio perché dimostra brillantemente che a volte anche usando parole importanti, e costruendo una sintassi non semplice ma corretta, non significa che non si stiano comunque dicendo fregnacce, e se non riusciamo a capire è solo perché, come in questo caso, non c’è proprio un bel niente da capire.

Power of suggestion…

L’Era del web2.0

martedì, 19 febbraio 2008

L’era della comunicazione via internet ci ha modificati, è sotto gli occhi di tutti: gli approcci sessuali, gli scambi confidenziali, perfino il rapporto con noi stessi, in certi casi, cambia.

Le chat, i forum, i vari messenger, i blog, i social network tutti, e le dinamiche ad essi collegate, si sono infrante come onde distruttive sul nostro secolare patrimonio comunicativo, ci hanno proiettato verso nuove simbologie, nuovi codici, nuove etichette, regole, linguaggi abitudini …

Ci parliamo da una parte all’altra del mondo come fossimo seduti alla stessa tavola o distesi nello stesso letto, ci guardiamo negli occhi da posti distanti chilometri; vogliamo ridere? Vogliamo comunicare tristezza? Stizza? Rabbia? Amore? Dubbi? Incertezze? Perplessità? C’è un’emoticon per ogni evenienza, e non ci sentiamo più neanche tanto stupidi a scrivere un “ahahaha”, un LOL, un “Rotfl”, un “asd” e chi più ne ha più ne metta.

Una vera rivoluzione che agisce nell’ambito dei rapporti umani, insomma, con gli altri, ma anche con se stessi in fatto di espressione da un punto di vista qualitativo, nel doppio significato di qualità =” modo di”, e qualità = ”spessore di”, perché diciamolo, senza metterci la faccia è tutto più facile fin dai tempi in cui si mollava il moroso per telefono piuttosto che di persona.

Ora, di tutti questi strabilianti strumenti offerti da mamma “tecnologia web2.0”, e credo di averne sperimentata una buona quota, ce n’è solo uno che non mi si confà ancora del tutto: il Twitter. E vi spiego anche perché: passi il fatto che tra gli iscritti ci siano persone che, con una frequenza che oserei definire ad intermittenza, tipo lucine di natale per intenderci, ti tengono informato su tutto, ma davvero tutto quello che stanno facendo; esempio: pincopalla si sta vestendo; pincopalla si sta mettendo le scarpe; pincopalla si sta allacciando le scarpe; pincopalla ha fatto male il fiocco quindi slaccia le scarpe; pincopalla si riallaccia le scarpe; pincopalla osserva il nuovo fiocco; pincopalla è contento dell’allacciatura delle stringhe; pincopalla slega e riallaccia anche l’altra scarpa per farla uguale.. e così via, fino a che pincopalla non annoda l’ultimo laccio della sua giornata, che tu speri sia un cappio. Dicevo, passi questo uso ossessivo compulsivo, che del resto non è un fatto nuovo ed è riscontrabile, mediamente, anche nell’uso di altri strumenti; ma c’è una cosa, su tutte, che proprio non riesco a metabolizzare: l’uso imposto, pare dalla “twitter-netiquette”, della terza persona. La terza persona per parlare di me. Ecco, io ad usare la terza persona quando parlo di me non ci riesco. Funziona bene nelle chat, la simulazione della terza persona, (il comando /me action, per intenderci), perché spezza un discorso, si frappone enfaticamente, è funzionale a rendere meglio una battuta in un determinato contesto e soprattutto è occasionale; ma parlare in terza persona, indiscriminatamente, a prescindere, sempre e comunque, no, non mi riesce!!

IO, che proprio grazie a questa nuova forma di comunicazione sono finalmente libera di dar libero sfogo al mio EGO smisurato; IO, che anche si trattasse di un mio idolo intellettuale, ucciderei se lo sentissi riferirsi a sé come fosse un altro; IO che quando esprimo il più cretino dei concetti un po’ per correttezza, ed anche, diciamolo, un po’ per compiacenza, non mi esonero mai dall’uso del “secondo ME”; IO che parlerei tutt’al più usando il NOI, per riferirmi a ME STESSA; IO; A ME; MI. E’ una questione di coerenza, cribbio.

ohhhh… adesso che si è sfogata, teiluj vi saluta e vi augura la buonanotte (…)

Tutti scrivono, pochi sanno scrivere

martedì, 1 gennaio 2008

Mi succede di rado, molto di rado, di essere incantata da un libro fino a provarne amore viscerale: il mio limite nei confronti della lettura è quello di non saper capire ed accettare stili di scrittura diversi da quello che piace a me, per cui, il più delle volte, non mi spingo oltre le prime dieci pagine di un libro che non sia immediatamente nelle mie corde. Leggere è un piacere, ed io non compio lo sforzo di “allargare i miei orizzonti” laddove questo piacere non si manifestasse in fretta.

Tutto questo per dirvi che mi sono innamorata. Mi sono innamorata di un libro. Non essendo un evento consueto, sento la necessità di urlarlo al mondo, come quando ci si innamora di una persona e lo si vorrebbe dire a tutti tanto sono forti i tumulti emotivi che avvengono dentro di noi.

L’eleganza del riccio, di Muriel Barbery: questo il libro che mi ha rubato l’anima; e non posso aspettare di finire di leggerlo (un paio di notti e ci sono)  per decantarlo; non resisto più.

Questo libro fa la differenza tra ciò che significa scrivere e ciò che significa saper scrivere. Piega la “parola” all’Arte di usarla, o meglio la innalza; senza la necessità di vomitare alberi declinati in tutte e quattro le stagioni ma sempre uguali e uccelletti canterini sui rami, sempre gli stessi anche loro nella letteratura contemporanea, per suscitare (o elemosinare?) una qualche emozione.

E’ la rivincita dei raffinati periodi lunghi su quelli brevi (ormai evangelizzati dalla maggioranza dei linguisti (?) e grazie ai quali i libri sono sempre di più raccolte di “singhiozzi” che non  “tripudi del linguaggio”).

Pagherei per saper scrivere con altrettanta eleganza, raffinatezza, padronanza della lingua (a tal proposito un dovuto encomio va ai traduttori dal francese: Emanuelle Caillat e Cinzia Poli)…

Qui di seguito un estratto che è comunque poca cosa rispetto al tutto, ma che ho scelto per lo spirito e l’intenzione con cui nasce questo post:

Immagine di L'eleganza del riccio 

"Apro la busta e leggo questo breve messaggio, scritto sul retro di un biglietto da visita così patinato che l’inchiostro, trionfando invece su costernate carte assorbenti, si è sbavato leggermente sotto ogni lettera.

 

Madame Michel,

potrebbe, ricevere i pacchi della tintoria

questo pomeriggio?

Passerò a prenderli questa sera alla guardiola.

La ringrazio anticipatamente,

Firma scarabocchiata

 

Non mi aspettavo una simile ipocrisia nell’incipit. Mi lascio cadere sulla sedia per lo shock. Mi chiedo, tra l’altro, se non sono un po’ pazza. Quando capita a voi, vi fa lo stesso effetto?

Guardate:

il gatto dorme.

La lettura di questa frase insignificante non ha risvegliato in voi nessun sentimento di dolore, di sofferenza? E’ legittimo.

Ora:

il gatto, dorme.

Ripeto affinché non sussistano ambiguità:

il gatto virgola dorme.

Il gatto, dorme.

Potrebbe, ricevere.

Da una parte abbiamo un uso prodigioso della virgola che, prendendosi delle libertà con la lingua, che di solito non l’ammette prima di una congiunzione coordinativa, ne esalta la forma:

Mi hanno rimproverato non poco, e per la guerra, e per la pace..

E dall’altra abbiamo le sbrodolature su carta velina di Sabine Pallières che trafigge la frase con una virgola divenuta pugnale.

Potrebbe, ricevere i pacchi della tintoria?"

 

Un consiglio appassionato: LEGGETELO!

P.S. Buon anno a tutti!