Articoli marcati con tag ‘italia’

W la sQuola!

giovedì, 4 settembre 2008

E torna il maestro unico alle elementari, esattamente come sostengono da anni gli psicologi di tutto il mondo, che hanno tentato di spiegarci, in tutte le lingue, che i bambini hanno assoluto bisogno di una figura di riferimento, unica e solida. Che noi poi, in Italia, avessimo problemi di esuberi per gli insegnanti e ci fossimo quindi inventati la presenza plurima, va benissimo, ma non diciamo che era per il bene dei bambini.

L’editoriale di Vera Montanari, questo mese su Grazia, offre secondo me spunti di riflessione interessanti a proposito del nuovo decreto Gelimini che tanto sta facendo discutere in questi giorni.
Sono già stati stimati 87000 tagli di posti di lavoro tra gli insegnanti, e ciò chiaramente genera non poche perplessità e preoccupazioni.
Francamente però trovo che non costituisca una ragione sufficiente a bocciare la scelta del ritorno al maestro unico, punta massima delle polemiche, sebbene si tratti ancora una volta di una scelta dettata da ragioni economiche. Considerando che oltre ad essere gli unici della comunità europea ad avere un team di insegnanti per la scuola primaria anziché una figura unica (verificare per credere), siamo anche il paese che “vanta” livelli d’istruzione tra i più bassi nelle classifiche stilate in questi ultimi anni dall’OCSE, a me, il sospetto che qualcosa di sbagliato nel nostro modello scolastico ci sia, viene.

Messa a confronto con gli standard europei infatti, appare ancora più evidente di quanto già non sia che la scuola italiana ha ancora tanta strada da fare per raggiungere livelli di efficienza che siano quanto meno confortanti; la Gelmini è di certo ancora lontana dal realizzare un progetto di tale portata, e Tremonti evidentemente lo è ancor di più sul fronte economico, ma la scuola non è, né dev’essere, un’incubatrice di posti di lavoro e trovo aberrante che si continui, dopo tanti anni di sfacelo, a pensarla in questi termini.

Na tazzulella ‘e cafè?

venerdì, 11 aprile 2008

caffe italianoChe per un italiano bere un buon caffè all’estero sia una rarità, non è un mistero. Sottolineo per un italiano perché se tutto il resto del mondo trova normale bere tazzoni annacquati dal vago colorito bruno, e noi siamo gli unici al mondo ad attuare la “prova dello zucchero” (il quale deve inabissarsi dolcemente e lentamente, nevvero) per testarne la qualità prima ancora di assaggiarlo, evidentemente sono i nostri gusti a costituire “eccezione”. Per fortuna, aggiungo io.

Quanti di noi viaggiando all’estero hanno mai degustato (ché noi lo degustiamo, mica lo beviamo il caffè) un caffè degno di essere così chiamato? Certo, a cercar bene, con un po’ di fortuna, magari si riesce persino a scovare un localino italiano (= gestito da italiani, nota bene) che ricorda ancora come si faccia il caffè italiano, oppure un autoctono super chic che, una tazzina si una tazzina no, è capace di soprenderci. A cifre spaventevoli naturalmente.

A Praga per esempio esiste un barettino, proprio lungo la strada del mercato, che fa un ottimo caffè, alla modica cifra di 7 euro a tazzina; dopo giorni di astinenza da caffè, un italiano in vacanza (e a Praga ce ne sono veramente tanti) 7 euro per un caffè li paga, oh se li paga. Siamo o non siamo un popolo di viziosi? Lo siamo, lo siamo. E all’estero lo sanno bene. Eccoteli i 7 euri, dammi quel benedetto caffè e possano tornarti in lassativi, dannato ladro.

Ebbene oggi mi capita tra i feed questa notizia e non posso fare a meno di pensare che la colpa deve essere anche un po’ nostra. Insomma ragazzi, smettetela di sorridere mentre dite “questo caffè è una merda” nei bar e nei ristoranti all’estero, che poi quelli ci prendono sul serio.

il Bidet

mercoledì, 8 novembre 2006

Avvertenze: La lettura di questo post è sconsigliata ad utenti sensibili. I contenuti forti e la trattazione cruda possono indurre, nei soggetti di cui sopra, manifestazioni di nausea, capogiri e inappetenza. Se i sintomi persistono, consultare il ginecologo.

Il Bidet (maiuscolo nobilitante). Accessorio comunemente presente solamente in alcuni paesi europei, non solo per il lavaggio dell’ano dopo la defecazione, insieme alla carta igienica, ma anche per un lavaggio supplementare e opzionale, o per un’igiene corporale giornaliera. Nel resto del mondo è considerato invece “roba da puttane”: Wikipedia dice che residenti dei paesi in cui l’utilizzo dei bidet è raro (Stati Uniti, Regno Unito, ecc.), non hanno alcuna idea su come servirsene quando si recano all’estero. I primi americani che incontrarono il bidet furono quelli che si recavano nei bordelli durante la seconda guerra mondiale e pensavano servisse alle prostitute per lavare la vagina prima dell’atto sessuale.

Non ce l’hanno. Non sanno nemmeno come e perché si usa. Niente.
Ora, a parte il fatto che, in generale, quella di rinfrescarsi i genitali prima di copulare non mi pare poi una pratica così infamante e immonda, ammettiamo poi anche che una bella doccia al mattino è sempre cosa buona e giusta; ma vogliamo parlare del post-defecazione? Se l’intestino si risveglia solo dopo la doccia, che si fa? Si rifà la doccia? Dopo ogni evacuazione? Si portano a spasso i propri residui fecali per tutto il dì fino all’indomani mattina? Fai in tempo a stringere amicizia con i tarzanelli e conversarci, tanto è il tempo che ci passi insieme:
- come è andata oggi al lavoro? -
- lascia perdere, giornata di merda! -
E se nell’arco della giornata ci scappa anche un’accoppiamento? Ci si struscia tutti insieme appassionatamente?

Io voto per il Bidet, faro di civiltà e simbolo di un’Italia che lavora, mangia, poi caga e si pulisce il culo come cristo comanda.