E torna il maestro unico alle elementari, esattamente come sostengono da anni gli psicologi di tutto il mondo, che hanno tentato di spiegarci, in tutte le lingue, che i bambini hanno assoluto bisogno di una figura di riferimento, unica e solida. Che noi poi, in Italia, avessimo problemi di esuberi per gli insegnanti e ci fossimo quindi inventati la presenza plurima, va benissimo, ma non diciamo che era per il bene dei bambini.
L’editoriale di Vera Montanari, questo mese su Grazia, offre secondo me spunti di riflessione interessanti a proposito del nuovo decreto Gelimini che tanto sta facendo discutere in questi giorni.
Sono già stati stimati 87000 tagli di posti di lavoro tra gli insegnanti, e ciò chiaramente genera non poche perplessità e preoccupazioni.
Francamente però trovo che non costituisca una ragione sufficiente a bocciare la scelta del ritorno al maestro unico, punta massima delle polemiche, sebbene si tratti ancora una volta di una scelta dettata da ragioni economiche. Considerando che oltre ad essere gli unici della comunità europea ad avere un team di insegnanti per la scuola primaria anziché una figura unica (verificare per credere), siamo anche il paese che “vanta” livelli d’istruzione tra i più bassi nelle classifiche stilate in questi ultimi anni dall’OCSE, a me, il sospetto che qualcosa di sbagliato nel nostro modello scolastico ci sia, viene.
Messa a confronto con gli standard europei infatti, appare ancora più evidente di quanto già non sia che la scuola italiana ha ancora tanta strada da fare per raggiungere livelli di efficienza che siano quanto meno confortanti; la Gelmini è di certo ancora lontana dal realizzare un progetto di tale portata, e Tremonti evidentemente lo è ancor di più sul fronte economico, ma la scuola non è, né dev’essere, un’incubatrice di posti di lavoro e trovo aberrante che si continui, dopo tanti anni di sfacelo, a pensarla in questi termini.






Che per un italiano bere un buon caffè all’estero sia una rarità, non è un mistero. Sottolineo per un italiano perché se tutto il resto del mondo trova normale bere tazzoni annacquati dal vago colorito bruno, e noi siamo gli unici al mondo ad attuare la “prova dello zucchero” (il quale deve inabissarsi dolcemente e lentamente, nevvero) per testarne la qualità prima ancora di assaggiarlo, evidentemente sono i nostri gusti a costituire “eccezione”. Per fortuna, aggiungo io.
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