Articoli marcati con tag ‘insegnanti’

Caruso

lunedì, 22 settembre 2008

Se c’è una persona dei tempi del liceo che, fra tutte, ricordo con sincera nostalgia è il mio professore di fisica e matematica. Non ha mai usato un libro di esercizi – se non per i compiti a casa – lui gli esercizi li improvvisava alla lavagna. Prendeva il suo bel pezzettino di gesso, se lo rigirava fra le dita per un paio di minuti e poi sussurava categorico “scrivete”. Io che non sono mai stata un genio in matematica restavo imbambolata per una manciata di secondi prima di iniziare a copiare: dovevo gustarmela, tutta l’adorazione che nutrivo per quell’uomo che improvvisava le espressioni, così, come io potrei improvvisare una pernacchia. Un dio ai miei occhi. Elegante e composto, un vero signore, era capace però di fulminarti con uscite spiazzanti se dall’alto dei tuoi 15 anni di liceale cercavi, o anche solo pensavi di farlo fesso. Infatti non ci provava nessuno da quando mortificò con una battuta – che capimmo, per la verità, solo a distanza di una settimana – il galletto di turno.

Era l’insegnante con cui potevi parlare di tutto, che ogni tanto si lasciava anche scappare dei poco accademici “cazzo” o “stronzo”. Era il suo modo per conquistare la nostra fiducia. Senza con questo perdere mai la sua autorità su di noi. Insegnare matematica al liceo classico dev’essere triste, per uno che ti calcola a mente 35467 diviso 342 nello stesso tempo che a te serve per metterlo in colonna. Io lo stimavo ancor di più pensando a questo e quasi quasi mi dispiaceva che gli fossimo toccati noi – liceo classico – l’emblema di chi fugge la matematica.
Ma il suo essere speciale si spingeva al di là delle sue capacità prettamente logiche; ci ascoltava e ci parlava come un padre – di più – come un padre che fa gli occhi tristi se hai un problema. Non ricordo nessun altro insegnante che l’abbia fatto. Gli occhi tristi per un mio problema, intendo.
Ho imparato molte più cose da lui, che non dall’insegnante di filosofia, per dire, perché lui contestualizzava tutto, estrapolava concetti e li ricuciva ad arte addosso ai suoi discorsi. E ciascun discorso, si rivelava ogni volta un’utile lezione di vita. Come quella volta che in risposta a una domanda sciocca e provocatoria, piegò Kant al suo volere dicendo: non mi incazzo quasi mai per quello che gli altri dicono di me: ogni giudizio è proporzionale alle capacità di chi lo esprime.* Io mi son detta: – cazzo, è vero! – e ancora oggi, ogni volta che mi ritrovo a pensare a quella perla di saggezza, vorrei rivederlo per dirgli “grazie!”

..ma non l’ho trovato neanche su FaceBook!

*la citazione di kant è – ogni giudizio è proporzionale alle capacità di chi lo esprime

W la sQuola!

giovedì, 4 settembre 2008

E torna il maestro unico alle elementari, esattamente come sostengono da anni gli psicologi di tutto il mondo, che hanno tentato di spiegarci, in tutte le lingue, che i bambini hanno assoluto bisogno di una figura di riferimento, unica e solida. Che noi poi, in Italia, avessimo problemi di esuberi per gli insegnanti e ci fossimo quindi inventati la presenza plurima, va benissimo, ma non diciamo che era per il bene dei bambini.

L’editoriale di Vera Montanari, questo mese su Grazia, offre secondo me spunti di riflessione interessanti a proposito del nuovo decreto Gelimini che tanto sta facendo discutere in questi giorni.
Sono già stati stimati 87000 tagli di posti di lavoro tra gli insegnanti, e ciò chiaramente genera non poche perplessità e preoccupazioni.
Francamente però trovo che non costituisca una ragione sufficiente a bocciare la scelta del ritorno al maestro unico, punta massima delle polemiche, sebbene si tratti ancora una volta di una scelta dettata da ragioni economiche. Considerando che oltre ad essere gli unici della comunità europea ad avere un team di insegnanti per la scuola primaria anziché una figura unica (verificare per credere), siamo anche il paese che “vanta” livelli d’istruzione tra i più bassi nelle classifiche stilate in questi ultimi anni dall’OCSE, a me, il sospetto che qualcosa di sbagliato nel nostro modello scolastico ci sia, viene.

Messa a confronto con gli standard europei infatti, appare ancora più evidente di quanto già non sia che la scuola italiana ha ancora tanta strada da fare per raggiungere livelli di efficienza che siano quanto meno confortanti; la Gelmini è di certo ancora lontana dal realizzare un progetto di tale portata, e Tremonti evidentemente lo è ancor di più sul fronte economico, ma la scuola non è, né dev’essere, un’incubatrice di posti di lavoro e trovo aberrante che si continui, dopo tanti anni di sfacelo, a pensarla in questi termini.