Articoli marcati con tag ‘futuro’

semi-ottica

domenica, 14 giugno 2009

Tranci di vita in piazzole di sosta
son solo
occhi per vedere
bocche per parlare
e cuori per ascoltare
cigli di strada e ciglia
di sguardi
Venite, andiamo
è tempo di mirare
pupille nuove e case
pupilli freschi e cose
buone da mangiare.
Tranci di vita intrecciati a sospiri
buoni da guardare
saporiti da toccare
e cose belle e grandi
tutte da leccare

Il post che non ho scritto

mercoledì, 18 marzo 2009

Avevo iniziato a scrivere qualcosa riguardo ai tempi, quelli che vivo, quelli che ho vissuto. Una sorta di “constatazione amichevole” tra passato e presente della mia realtà percepita.
Era anche una cosa caruccia, per carità, mica la solita solfa del “quando ero giovane io”. Piuttosto una narrazione lineare, senza colpi di scena ché tanto la storia è mia e la conosco già.
Ma ecco, più scrivevo e più sentivo – fisicamente proprio – i capelli scolorirsi e le rughe scavarmi il volto, e ho avuto una gran paura. E allora ho smesso, e ho cancellato tutto. Ché quando cominci a ragionare così, quando cominci a considerare ciò che era e ciò che è – ma non come due entità a sé stanti – proprio come un’unica cosa: ciò-che-era-e-ciò-che-è, ecco, quando inizi a farlo, praticamente, sei già vecchio.
L’ho scampata bella.

I sogni son desideri, dì felì cità

martedì, 24 febbraio 2009

Nel V° atto del Re Lear, Il culmine del più importante lavoro della letteratura drammatica di tutti i tempi, Shakespeare, per annunciarne la fine scrive “muore”. Tutto lì, niente fanfare, niente metafore, nessuna brillante battuta finale, “muore”. Ci voleva Shakespeare per inventare “muore”! Tutte le storie, anche quelle che amiamo, prima o poi hanno una fine, ma è proprio perché finiscono, che ne può cominciare un’altra! Dobbiamo affrontare il futuro, qualunque cosa possa accaderci, con determinazione gioia e molto coraggio!

E’ che a me le favole piacciono ancora come quando ero piccola! Ogni volta che mi capita di vedere un film come “Mr Magorium e la bottega delle meraviglie“, vado in brodo di giuggiole e per tutta la durata del racconto riesco a convincermi che le fate esistono, che il bene trionfa sempre sul male e che l’amore vince su tutto, come l’asso a briscola. Mettici poi che questo qui mi cita anche Shakespeare con grazia e devozione, e l’involuzione all’età dell’innocenza è completa. Knock out, caput, andata.

Perché in fondo l’ottimismo dei buoni sentimenti mi stordisce: tutto questo credere nella gioia, nel futuro migliore, nella pace nel mondo, nei Big Mac  senza cetriolini, in fondo, dicevo, mi rende migliore. Almeno per tutta la durata del film. E allora mi sento libera di commuovermi e di amare tutti come me stessa – che in quel momento mi amo tantissimo, perché sono buona – ascolto beata la favola e rido, rido, dentro e fuori, sopraffatta da uno stato di grazia  catatonico durante il quale familiarizzo con Biancaneve, discuto con Topolino, e osservo felice Cecco Angiolieri e la piccola fiammiferaia vagare liberi per il teatro Ariston. Praticamente una drogata, sì. Ma animata dalle migliori intenzioni.

Ti amo

martedì, 30 settembre 2008

Ti amo. Tutto sommato queste due parolette non sono poi così importanti. Voglio dire: lo sono, certo, simbolicamente, ok, sono imprenscindibili, va bene. Ma riflettendoci meglio un “ti amo” sottintende una staticità, un immobilismo ed un’incertezza inquietanti. Ti amo = qui e ora. Non c’è spazio per un futuro troppo lontano nello spietato indicativo presente di un “ti amo”. Oggi ti amo. Domani chi può saperlo. Vuoi mettere invece quanto di più ne può contenere un “non ti lascerò mai” oppure un “ti amerò per sempre”? Minaccioso, eh. Ma è proprio questo il punto: il “non ti lascerò mai” fa paura perché lui non ne ha, di paura. Fa paura perché c’è tanto tempo dentro. Un “non ti lascerò mai” al pari di un “ti amo” non conosce il futuro, eppure a differenza del “ti amo” ha lo slancio deciso dell’ottimismo più sfacciato nel proiettarsi eccitato verso un tempo tendente all’infinito. E’ tanto tempo, l’infinito, ne convengo. Manca il fiato a pensar quanto.

Del perché vorrei un figlio

sabato, 26 luglio 2008

C’è chi fa figli per moda. Chi perché “arrivano”, e davanti al fatto compiuto è difficile dir di no. C’è chi i figli li fa perché è così che sua madre, o suo padre, o tutt’e due, gli hanno insegnato dev’essere, per reputarsi un uomo (donna) realizzato (realizzata).

Io no. Io vorrei un figlio, o una figlia, il sesso non è un particolare importante, perché amo talmente tanto la persona con cui vivo che non so immaginare una “ciliegina sulla torta” della mia felicità amorosa, più significativa ed emblematica di un figlio insieme. Io vorrei un figlio perché mi sento così piena di ideali compresi, di valori da tramandare, di esperienza da trasmettere, di amore ed emozioni acquisiti e conquistati nel corso della mia esistenza, da considerarli un patrimonio troppo prezioso e ricco perché vada disperso “senza infamia né lode” come fossero una qualunque, delle banali, ed insignificanti conquiste che tutti possono fare nel corso della propria esistenza. Come se anche la mia, quindi, fosse un’esistenza qualunque, insignificante e banale.
Io, vorrei un figlio perché già lo amo, quel figlio, quando sbadatamente mi capita di pensare a cosa io farei, se avessi un figlio, per quel figlio.

Non voglio chiamarlo istinto materno; non so nemmeno se ce l’ho, quel fantomatico istinto. Io, così impulsiva, così passionale, così istintiva, così bambina io stessa; così attaccata alla vita, e che sia intensa, anche quando questa fa di tutto per convincerti che noi, ammassi di cellule umane, siamo solo comparse in un tempo indefinito ed infinito di eventi troppo complessi e incontrollabili, più grandi di noi, ed imprevedibili, per arrogarci il merito, o demerito che sia, di uno soltanto degli innumerevoli accadimenti che si rincorrono. Inesorabili, imprevedibili, inaspettati.

Mi sento già in ritardo sulla tabella di marcia per il ruolo di madre. Ma, mio figlio, io lo amo da sempre e mi manca ogni giorno, quando osservo il mondo che scorre davanti ai miei occhi, ed al contempo immagino quello che vorrei.