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Parlami d’amore #6

venerdì, 14 novembre 2008

Da leggere, in rispettoso silenzio. Perché ci sono cose che vanno salvaguardate con cura e serietà e lontano dalle luci dei riflettori. Lontano da giudizi gratuiti e avventati ed estranei.
Conosco i miei lettori e ne ho stima ma di fronte a questa lettera, perdonatemi, scelgo di chiudere i commenti.
(vi voglio bene, ragazzi)

Il mio amore non è morto di morte naturale.

Il mio grande amore è stato soffocato, anestetizzato, spinto e costretto nell’angolo più buio del mio cuore… e lì è morto, di solitudine e disperazione, annaspando e tentando di tornare in superficie per salvarsi… ma non ha trovato la tua mano. Ha trovato mesi e mesi di incomprensioni, mesi e mesi di silenzi, mesi e mesi di gelo, di questioni di principio, di mettersi in competizione con un altro amore, quello per nostro figlio, un amore puro, diverso, che voleva solo donare e non privare.

Non è vero che non ce lo siamo detti come stavano le cose, ce lo siamo detti e come, ma ogni nostro discorso si arrestava davanti ad un muro di marmo, il mio, il tuo di entrambi. Davanti alla paura di ammettere che eravamo stati abbagliati da un sentimento immenso che ci aveva fatto perdere di vista la realtà, il concreto della vita. Ma è nel concreto della vita che, alla fine, volenti o nolenti, bisogna esistere.

Il tuo amore mi è mancato disperatamente molto prima di adesso… molto prima della tua presa di coscienza. L’uomo di cui mi ero innamorata non lo vedevo accanto a me da tanto e anche a me mancava tutto di lui. La sua infinita dolcezza, le sue attenzioni, i suoi abbracci, i suoi baci, ma soprattutto i suoi bellissimi sorrisi e le sue risate.
Di quanti sorrisi, di quanti abbracci, di quante carezze, di quanti baci mi hai privata in nome del principio.
Tanti, troppi.
Da quanto tempo nella nostra casa non si sentiva l’eco delle nostre risate.
Tanto, troppo.
Al posto di quell’uomo ce n’era uno che mi urlava contro tutto il suo odio e il suo disamore… ad ogni occasione. Lui per primo ha detto di non amarmi più, lui mi ha chiesto di non chiamarlo più con quel nomignolo stupido… e così il mio amore non aveva più nemmeno un nome.
E’ vero, ci sono stati dei bei momenti, anche in quel buio, splendidi momenti di riconciliazione, resi ancora più belli dalla loro rarità, come un diamante puro, che duravano però il tempo di un sorriso.

Ed il mio amore era lì, sempre più sofferente, che cercava di restare vitale, che si aggrappava agli istanti di felicità, che cercava di ricordare quanto era grande e forte una volta, così grande da non poter nemmeno pensare di essere rinchiuso in quello stretto pezzettino di cuore.

E’ da quel pezzettino di cuore che sto cercando di tirarlo fuori, sto tentando di scaldare quell’angolo buio per provare a rianimarlo… da quando hai deciso, sei riuscito, a far riapparire quell’uomo, l’uomo che mi aveva fatto innamorare. Da quando hai messo sul piatto della bilancia, hai detto… ma forse per il mio amore era troppo tardi.

La donna di cui ti sei innamorato e che hai sposato, quella che credeva nelle favole del principe azzurro e dell’amore eterno, disillusa, è stata risucchiata in un vortice e non riesce a tornare indietro, a nuotare controcorrente. Lo sai, non posso pretendere che tu l’aspetti, perché non lo so nemmeno io se e quando quella donna, recuperato l’amore, tornerà nelle tue braccia come nulla fosse accaduto, con lo stesso entusiasmo di una volta… come una volta, proprio come vorresti tu. Tutto com’era prima.

Ma per te… sarebbe davvero come nulla fosse accaduto? Tutto esattamente come prima?

L’amore, purtroppo, non si compra su una bancarella, né ci si può convincere ad amare qualcuno. Se si potesse comprerei amore per te a tonnellate e sceglierei di amarti come un tempo e per tutta la vita, ma non mi è dato.

Mi fa male vederti soffrire… e tanto. Ma allo stesso tempo mi fa rabbia ed ho paura di avvicinarmi, ho paura di accarezzarti, ho paura di baciarti, perché non voglio illuderti e non voglio fingere. Perché un giorno potrei accorgermi che è tutto inutile, che è tutto irrecuperabile, perché quel giorno io non mi debba sentire di nuovo tacciata di insensibilità.

Non sono insensibile, non sono ipocrita… ci siamo fatti del male, è vero, ma come tu dici di non avermene fatto intenzionalmente, lungi da me aver avuto la lucida intenzione di fare del male all’uomo che più ho amato nella vita, in assoluto.

Gli avvenimenti si sono susseguiti in fretta, come in un film e quando mi sono accorta di esserne la protagonista era troppo tardi ed era già finito, prima di cominciare.

Il mio amore non è morto per colpa di un altro, e lo sai bene… certo, è più comodo per te credere che sia così…

Non posso aiutarti a stare meglio, non come vorresti tu. La forza di reagire alla vita, questa vita tanto bella quanto bastarda, la devi trovare dentro di te. La tua vita non può dipendere da nessuno, chiunque esso sia, perché la vita è tua e di nessun altro e merita di essere vissuta al meglio sempre e comunque.

Nella tua sofferenza rivedo la mia, di mesi fa, di un anno fa, con l’unica differenza che tu la esterni e la gridi al mondo, perché il mondo ti dia conforto, o compassione?, mentre io la tenevo e la tengo per me, con quella riservatezza che tu chiami ipocrisia, perché penso sempre che al mondo non interessi nulla di me e delle mie sofferenze, perché non voglio essere di peso a nessuno, perché penso che gli altri siano sempre pronti ad approfittare delle nostre debolezze… ed io ne ho avuta, alla fine, l’amara constatazione. E’ così che quell’altro ha trovato una breccia per insinuarsi subdolamente nella mia vita, nei miei pensieri. E’ vero, ti ho mentito… per qualche settimana, ma quale verità potevo dirti? Una verità di cui non mi rendevo conto nemmeno io? Una verità che mi annebbiava il cervello, lusingato a tradimento da false attenzioni, dopo che aveva smarrito la guida del grande amore.
Da quell’illusione mi hai risvegliata tu, mi hai risvegliata bene. Sento ancora gli urli, le offese, i miei capelli attorcigliati alle tue mani, tirati, fino a staccarsi, la testa che fa male, i lividi, gli occhi del nostro bambino che piange disperato. Ma tu sembri non ricordare. Ricordi solo il male che ti ho fatto io.

La verità è che entrambi, come tutti, cerchiamo una giustificazione al nostro lato peggiore.
La verità è che come io so che non sei l’uomo di quella maledetta sera, tu sai che io non sono la donna di quelle settimane di menzogna.

E così, ora, al mondo, cerco sempre di mostrare il lato più solare di me, con quell’allegria che tu chiami incoscienza.
Incoscienza come assenza di coscienza, come se io fossi una persona vuota, incurante di quello che ci sta succedendo, di quello che inesorabilmente potremmo perdere, e di te, del tuo stato d’animo, del tuo dolore.

No, la mia non è indifferenza, non è inconsapevolezza… sono perfettamente cosciente di quello che accade intorno a me, a noi, perché il tuo dolore è anche il mio. Perché ammettere un fallimento è sempre doloroso. Ma se incoscienza significa continuare a vivere dignitosamente, nonostante tutto e tutti; se incoscienza significa non piangersi addosso ed avere fiducia in quello che può ancora accadere, nel bene e nel male; se incoscienza significa continuare a ridere e a giocare col nostro bambino, come nulla fosse, allora chiamami pure incosciente.

Ti voglio e ti vorrò sempre bene… grande amore della mia vita.

L’ istruttore di acquagym

mercoledì, 12 novembre 2008

Una vita dedicata al nuoto e a tutte le discipline ginniche legate all’acqua gli si è scolpita addosso: spalle larghe, fianchi stretti, gambe nerborute, braccia asciutte e costumino da bordo piscina.
Età media delle donne che affollano (guarda caso) le sue lezioni a quell’ora: 60 anni.
Niente di strano.
Quel che invece non credevo avrei mai ascoltato è uno scambio del tipo:

- Ma oggi non c’è il nostro istruttore?
- (sguardo perplesso) Ma sono io
- Uh scusa! Con i pantaloni non ti riconoscevo!

Parlami d’amore #4

sabato, 1 novembre 2008

La rubrica “parlami d’amore” questa settimana ospita la lettera dell’amico Clockwise. Intensa, appassionata, profumata d’infinito.


Purtroppo non è rimasto nulla, di quel nostro amore, se non il mio. E penso non avrai difficoltà a capire che questo non è sufficiente per stare bene, per sentirsi sereni, per sorridere della vita che vivo.
Mi manca tutto, di quell’amore: mi manca la complicità di un gesto, l’intesa raggiunta con uno sguardo, mi manca fare tutto insieme, mi manca guardarti infilare i collant, mi manca svegliarci nudi aggrovigliati ad un lembo di lenzuolo, mi mancano i tuoi respiri nel piacere, mi manca il profumo della tua pelle, mi mancano le tue attenzioni, mi manca il tuo farti bella per me, mi manca un sms provocante, mi manca una canzone dedicata, mi mancano le sorprese, mi mancano le coccole, mi manca che mi pensi come io penso a te, mi manca che mi chiami con quel nomignolo stupido ma pieno di significati, mi manca fare la spesa per noi, mi manca la valigia che preparavi per noi, mi manca vederti addormentata per il viaggio, mi manca una carezza, mi manca saper tutto di te come tu sapevi tutto di me, mi manca un progetto, mi manca la donna della quale mi ero innamorato e che mi scriveva, ricambiata, del suo profondo ed eterno sentimento.
Perché, in fondo, mi manca semplicemente il tuo amore.
C’è stato un tempo in cui tutto questo c’era, e vivevamo bene insieme, ed è vero: siamo stati accecati dalla nostra passione… Ma è stato così bello che speravo di non dover mai recuperare questa vista, e che questo nostro sentimento potesse vincere e superare ogni ostacolo, proprio perché puro, esclusivo, unico.
Gli errori, i problemi, le difficoltà, tutto potevamo affrontare con l’onestà di dirsi le cose come stavano, senza tenere il piede in due staffe, senza nascondere che per te tutto ciò non aveva più alcun senso: le tue attenzioni, il tuo sentimento, e la voglia di fare quello che facevi con me, ormai erano per un altro.
Eppure sento di aver bisogno ancora di queste cose, e non posso accettare che la nostra vita scorra asettica come quella di due anziani che hanno già passato cinquanta anni insieme e non han più nulla da dirsi, e da darsi.
E invece il tempo scorre per tutti e tutto logora, ed io sono convinto di poter ancora donare amore, passione ed attenzioni a qualcuno che possa realmente appezzarle e restituirmele.
E spero, ancora scioccamente, che quel qualcuno possa essere tu, unico amore mio.

Cena a casa di amici con infante

sabato, 25 ottobre 2008

Ci eravamo visti l’ultima volta all’inizio dell’estate. Poi il lavoro, il doppio lieto evento, e le solite motivazioni stupide che tengono lontani gli amici anche per lungo tempo, oltrepassati i 35 anni (che io ancora non ho, n.b.), hanno fatto sì che solo stasera, dopo mesi, siamo riusciti ad organizzare una cena insieme, tutti e sei. Anzi no, tutti e otto ormai: stasera abbiamo infatti sperimentato la “cena con amici infante-dotati”. E’ andata più o meno così: arriviamo dagli infante-dotati ospitanti prima degli altri due amici, infante-dotati anche loro, entriamo, io consegno il nostro presente per la cena, il regalo del compleanno che avevo comprato tre mesi fa, il regalo per la nascita del piccolo, postdatato anche quello dal momento che il piccolo ha già 4 mesi. Non ci si vedeva da tanto, avevamo da recuperare.
Lei ha l’aria stanca: il piccolo “oggi è piccioso“, e stargli dietro rende nervosi. Il piccolo, non appena mi avvicino, mi afferra per un dito e non sembra più tanto “piccioso”, tanto che il suo papà comincia a trattare sul prezzo del mio indice miracoloso. “La zia Teiluj stasera fà da baby-sitter, amore”. Deglutisco.
Quando arrivano anche gli altri due amici infante-dotati, si và giù a dare una mano, ché il passeggino in ascensore non entra. Faccio quindi la conoscenza del mio secondo “nipote” che non è ancora arrivato e già mi guarda in modo preoccupante. E’ la volta del tour in casa nuova, io l’ho già fatto per cui “sta’ con zia Teiluj, amore” sussurra amorevole la sua mamma mentre me lo mette in braccio, “solo un consiglio, attenta ai capelli”. Faccio in tempo a carpire il messaggio che il pupo ha già affondato le sue morbide, tenere e veloci manine nei miei capelli. Però lui sorride.

Star dietro alla cena non è facile con un bimbo che richiede attenzioni, per cui “zia Teiluj” regge l’infante1 mentre mamma e papà portano in tavola; poi zia Teiluj regge l’infante2 ché almeno mamma finisce di mangiare, zia Teiluj ripiglia l’infante1 mentre arriva in tavola il secondo; zia Teiluj restituisce l’infante1 e prende l’infante2, poi rende l’infante2 per poter reggere l’infante1, e poi riprende l’infante2 che, ormai stanco si addormenta tra le braccia di zia Teiluj che passeggia avanti e indietro da venti minuti. Sui tacchi.

Adesso lo so, a cosa servono le zie putative.

Prime donne crescono

giovedì, 23 ottobre 2008

Io ero la prima della classe. Ma non la secchiona della classe, no…
Ero la luce degli occhi della mia maestra delle elementari, che gironzolava per la scuola con i miei temi per le mani col fine ultimo di leggerli a voce alta nelle quarte e quinte classi e alle altre insegnanti, e poi si chiedeva come mai io, così piccola, fossi già tanto permalosa e vanitosa. Ero l’esempio da imitare per la professoressa di italiano alle medie, che al primo colloquio tra genitori e docenti disse a mia madre di non essersi mai accorta del fatto che qualche libro non l’avevo ancora. Ero la prima della classe al ginnasio e poi al liceo. Non avevo i voti più alti, no, specie in matematica. Ma il perchè una tagente nel punto in cui coincide con una circonferenza vale 0, lo sapevo, certo che lo sapevo, e anche Caruso sapeva che lo sapevo: deridendo spudoratamente il resto della classe mi lasciava col braccio alzato, perché non aveva bisogno di saperlo da me, diceva platealmente. Ero la sua prediletta. Ero la musa indiscussa della professoressa di italiano, che tesseva pubblicamente le lodi alla mia intelligenza – sfacciata -  mentre io mi riparavo dietro uno schermo di rossore per non morire annientata dalle occhiate indignate dei miei compagni di classe che non gradivano quanto me cotanto tributo. Ero la più attesa agli esami di maturità: fui l’unica ad essere raccomandata solo ed esclusivamente dai suoi stessi insegnanti – tutti – e fui l’unica ad essere presentata alla commisione con un “Arriva lei, adesso andiamo su un altro pianeta”.
Dunque non prendetevela con me se sono affetta da sindrome da PRIMADONNA. Ma soprattutto, non provateci neanche a rifilarmi una posizione di second’ordine.

Parlami d’amore #3

lunedì, 20 ottobre 2008

Torna la nostra rubrica Parlami d’amore, e stavolta a scrivere è un uomo. Le righe di hermansji trasudano d’amore dall’inizio alla fine, un amore accorato, nostalgico, totale.

Lunedì, 20 Ottobre 2008

Mi torna in mente, sì ma cosa? Forse il giorno che hai smesso di cambiare il colore dei tuoi capelli e neppure ci frequentavamo. Hai dato retta a me perché mi piaceva il tuo colore vero. Ma che giorno era? Con le caldarroste nel cartoccio e Roma che non sembrava così infantile. Forse avevo già scritto una poesia per te mentre ero di ritorno in Abruzzo.

Mi torna in mente, sì ma cosa? Quando ti baciavo piano su una panchina, tu avevi i brividi e sfuggivi ma poi non scappavi mai. Così quando si è fatta l’ora di andare via, mentre ti riaccompagnavo sotto casa, mi hai detto all’orecchio che avevi bisogno di una doccia fredda. Ci siamo abbracciati e c’era il rumore del traffico, ma a me importava solo di percepire il battito del tuo cuore. Ricordo di aver pensato che forse erano vere tutte quelle storie ricamate attorno all’amore, io che ho sempre detto che chi ne parla alla fine non l’hai mai conosciuto.

Mi torna in mente, sì ma cosa? Quando mi urlavi contro e piangevi, sembrava che l’avermi incontrato fosse stato uno di quegli sbagli che non ti fanno più dormire. Sbattevi i piedi come in quelle scene già vissute da qualche parte, forse perché in tutte le famiglie prima o poi si scivola in qualcosa e non si può scegliere d’amare senza impattare nell’attrito del dolore di vivere.

Mi torna in mente, sì ma cosa? L’odore che avevi appena finito l’amore, quando mi hai detto che forse eri incinta. Io ti ho guardato innamorato e sorridevo, ma tu mi hai respinto e sono rimasto seduto all’altra sponda del letto senza capirti.

Mi torna in mente, sì ma cosa? Non lo so più, forse che quando bussa l’amore porta con sé anche le valigie. Potrebbe anche avermi scritto prima di partire, ma la sua lettera non mi è mai giunta. E allora pensi ad una tortora che, in uno di quei giorni dispari che fanno meno male al cuore, ha ritrovato il foro nel muro da cui era entrata.

Parlami d’amore #2

lunedì, 6 ottobre 2008

Bandolin mi invia la sua “lettera postuma”, come lei stessa l’ha definita, facendo suo lo spazio di questa settimana della rubrica “parlami d’amore“.
Un amore, questa volta, lontano nel tempo ma ancora vivido sul cuore seppur scrutato, forse, con occhi nuovi.

Pasquale

Ti ho conosciuto quando avevo 23 anni e tu ne avevi sette più di me. Per sette anni siamo stati insieme: per la prima volta mi sono sentita amata, coccolata, vezzeggiata e per la prima volta molto innamorata. Sono stati anni intensi, bellissimi. Con te ho fatto i viaggi più belli, ho visto tantissimi concerti, tantissimi film, letto tanti libri e, ovviamente, fatto tantissimo sesso. Insieme a te ho conosciuto persone sempre interessanti. E’ stato un amore ricco di esperienze e di allegria. Se ci penso oggi è solo questo che ricordo. Ma so che non c’è stato solo questo. Quando siamo andati a vivere insieme mi sono accorta di essere stata iscritta d’ufficio al “Club della Supercazzola” dove le bugie e i tradimenti erano all’ordine del giorno. Ho sopportato perché io ti amavo e perché pensavo che se una persona non ti ama più te lo dice, ti libera. E’ doloroso, ma leale. Ero ingenua e innamorata e avevo ancora tante cose da imparare.
Dopo la mia uscita di scena tu hai continuato ad irretire giovani fanciulle e ad affascinarle non solo con le parole, per loro fortuna, ma anche con tutto quel turbinìo di viaggi, ristoranti, cultura, divertimenti e godimenti vari che io avevo già avuto il privilegio di apprezzare per sette “formativi” anni.
Insomma un “do ut des” che oggi mi fa dire: “ Nonostante tutto, ne è valsa la pena”.
E poi oggi sei un amico carissimo e insostituibile, un “parente” amato, “uno che c’è” sempre e comunque.

Ma qualcosina te la devo dire, perché all’epoca me ne andai di casa senza una spiegazione. (continua…)