Articoli marcati con tag ‘cultura’

formalità vezzose

giovedì, 5 febbraio 2009

excelsior01g1Costernati, agitati, screanzati, viviamo nell’ombra dei nostri destini senza più la forza di domarli. Abbiamo il dovere di sollevare le stanche ossa e ridare energia ai muscoli potenti che stanno da qualche parte, sotto quella nostra pelle fatta di formalità vezzosa, inadatta (o meglio: non più adatta) alla civiltà futurista che il Marinetti auspicava.

Io sono Riccardo Pizzi e mi sono introdotto in questo blog di nascosto.

Caruso

lunedì, 22 settembre 2008

Se c’è una persona dei tempi del liceo che, fra tutte, ricordo con sincera nostalgia è il mio professore di fisica e matematica. Non ha mai usato un libro di esercizi – se non per i compiti a casa – lui gli esercizi li improvvisava alla lavagna. Prendeva il suo bel pezzettino di gesso, se lo rigirava fra le dita per un paio di minuti e poi sussurava categorico “scrivete”. Io che non sono mai stata un genio in matematica restavo imbambolata per una manciata di secondi prima di iniziare a copiare: dovevo gustarmela, tutta l’adorazione che nutrivo per quell’uomo che improvvisava le espressioni, così, come io potrei improvvisare una pernacchia. Un dio ai miei occhi. Elegante e composto, un vero signore, era capace però di fulminarti con uscite spiazzanti se dall’alto dei tuoi 15 anni di liceale cercavi, o anche solo pensavi di farlo fesso. Infatti non ci provava nessuno da quando mortificò con una battuta – che capimmo, per la verità, solo a distanza di una settimana – il galletto di turno.

Era l’insegnante con cui potevi parlare di tutto, che ogni tanto si lasciava anche scappare dei poco accademici “cazzo” o “stronzo”. Era il suo modo per conquistare la nostra fiducia. Senza con questo perdere mai la sua autorità su di noi. Insegnare matematica al liceo classico dev’essere triste, per uno che ti calcola a mente 35467 diviso 342 nello stesso tempo che a te serve per metterlo in colonna. Io lo stimavo ancor di più pensando a questo e quasi quasi mi dispiaceva che gli fossimo toccati noi – liceo classico – l’emblema di chi fugge la matematica.
Ma il suo essere speciale si spingeva al di là delle sue capacità prettamente logiche; ci ascoltava e ci parlava come un padre – di più – come un padre che fa gli occhi tristi se hai un problema. Non ricordo nessun altro insegnante che l’abbia fatto. Gli occhi tristi per un mio problema, intendo.
Ho imparato molte più cose da lui, che non dall’insegnante di filosofia, per dire, perché lui contestualizzava tutto, estrapolava concetti e li ricuciva ad arte addosso ai suoi discorsi. E ciascun discorso, si rivelava ogni volta un’utile lezione di vita. Come quella volta che in risposta a una domanda sciocca e provocatoria, piegò Kant al suo volere dicendo: non mi incazzo quasi mai per quello che gli altri dicono di me: ogni giudizio è proporzionale alle capacità di chi lo esprime.* Io mi son detta: – cazzo, è vero! – e ancora oggi, ogni volta che mi ritrovo a pensare a quella perla di saggezza, vorrei rivederlo per dirgli “grazie!”

..ma non l’ho trovato neanche su FaceBook!

*la citazione di kant è – ogni giudizio è proporzionale alle capacità di chi lo esprime

W la sQuola!

giovedì, 4 settembre 2008

E torna il maestro unico alle elementari, esattamente come sostengono da anni gli psicologi di tutto il mondo, che hanno tentato di spiegarci, in tutte le lingue, che i bambini hanno assoluto bisogno di una figura di riferimento, unica e solida. Che noi poi, in Italia, avessimo problemi di esuberi per gli insegnanti e ci fossimo quindi inventati la presenza plurima, va benissimo, ma non diciamo che era per il bene dei bambini.

L’editoriale di Vera Montanari, questo mese su Grazia, offre secondo me spunti di riflessione interessanti a proposito del nuovo decreto Gelimini che tanto sta facendo discutere in questi giorni.
Sono già stati stimati 87000 tagli di posti di lavoro tra gli insegnanti, e ciò chiaramente genera non poche perplessità e preoccupazioni.
Francamente però trovo che non costituisca una ragione sufficiente a bocciare la scelta del ritorno al maestro unico, punta massima delle polemiche, sebbene si tratti ancora una volta di una scelta dettata da ragioni economiche. Considerando che oltre ad essere gli unici della comunità europea ad avere un team di insegnanti per la scuola primaria anziché una figura unica (verificare per credere), siamo anche il paese che “vanta” livelli d’istruzione tra i più bassi nelle classifiche stilate in questi ultimi anni dall’OCSE, a me, il sospetto che qualcosa di sbagliato nel nostro modello scolastico ci sia, viene.

Messa a confronto con gli standard europei infatti, appare ancora più evidente di quanto già non sia che la scuola italiana ha ancora tanta strada da fare per raggiungere livelli di efficienza che siano quanto meno confortanti; la Gelmini è di certo ancora lontana dal realizzare un progetto di tale portata, e Tremonti evidentemente lo è ancor di più sul fronte economico, ma la scuola non è, né dev’essere, un’incubatrice di posti di lavoro e trovo aberrante che si continui, dopo tanti anni di sfacelo, a pensarla in questi termini.

L’ora di religione

giovedì, 7 agosto 2008

Facoltativa? Ma neanche per idea.
Mi domando come mai, oggi, sia ancora argomento di dibattimenti: l’ora di religione a scuola dovrebbe essere obbligatoria.
Non inorridire, mettiti seduto e parliamone.
Le religioni del mondo sono tantissime e condizionano usi, costumi, mentalità, morale, tradizioni, storia, guerra, pace e chi più ne ha più ne metta delle varie aree della terra, sia prese singolarmente, sia considerate nel loro relazionarsi. Giusto? Giusto.
Ora, partendo dal presupposto che il catechismo (parlando da italiana), chi lo desidera, lo fa in chiesa alla domenica, e che la scuola è un’istituzione laica con il compito ben preciso di offrire conoscenza, io voglio capire perché a scuola dovrebbe essere facoltativo studiare una materia tanto importante quanto la religione.
Per capirci: tu, scuola, hai il dovere di rendermi una persona quanto più possibile colta, e capace di discernimento, non fedele a questa o quella religione. Tu, scuola, non dovresti proprio entrarci nella mia sfera personale religiosa, perché così come non puoi decidere se sarò di destra o di sinistra, non puoi decidere che sarò cattolico piuttosto che musulmano. Il tuo compito è quello di fornirmi un quadro completo, quanto più possibile obiettivo ed imparziale, ma completo. Dopo di che starà a me, forte di quelle conoscenze, decidere se credere a cosa. Giusto? Giusto.
Allora spiegami per quale cacchio di motivo dovrei studiare solo la religione cattolica in quella stramaledetta ora di religione!
L’ora di religione facoltativa è un’occasione persa di conoscenza delle culture altre, quelle di cui non possiamo essere imbevuti fin dalla nascita proprio perché parte di realtà lontane da noi, o comunque diverse dalla nostra; io voglio e devo sapere perché i testimoni di geova non festeggiano i compleanni; io voglio e devo sapere perché i musulmani non mangiano la carne di maiale; io voglio e devo sapere perché i kamikaze si abbattono sulle torri gemelle (politica e terrorismo a parte).
Il fatto è che siamo degli idioti. E gli idioti è più facile controllarli.
Io sogno un’ Italia con l’ora di religione obbligatoria, al pari della storia, della geografia, e della letteratura e, al pari di quelle, fatta di saperi, e non di dogmi; e che siano questi provenienti dall’italia, dall’africa, dal burundi e dal mozambico.
Non si tratta di rispetto per le altre culture o antirazzismo, ma di puro egoismo: io, voglio conoscere il mondo che mi gira sotto i piedi ed imparare a muovermi su di esso nel migliore dei modi possibile, cioè da persona libera.

Stasera ho scoperto che in Serbia il natale si festeggia il 7 gennaio, e che lì, la madonna, non è affatto vergine. E nessuno la considera una bestemmia.

Così, giusto per fare un esempio.

nozionismo e comprensione

lunedì, 21 luglio 2008

Ho sempre diffidato di chi, ai tempi del liceo, mi guardava dall’alto in basso sostenendo che studiare cose come il latino, il greco, la filosofia, la letteratura fosse una “stupida perdita di tempo”.
(se appartieni a questa categoria, torna al prossimo post, o leggiti quelli precedenti)
Dice ” a che ti serve la filosofia!?”
Al di là del mio gusto personale per le materie umanistiche, con molta pazienza ed umiltà, le mie argomentazioni in difesa delle mie scelte scolastiche ora come allora si reggono su un principio che, personalmente, reputo vitale: la comprensione oltre il mero nozionismo.
Mi spiego: nessuno va in giro a costruire quadrati sull’ipotenusa (cit.), ma comprendere il processo logico attraverso cui questo sia possibile arricchisce, non solo il mio patrimonio nozionistico (fondamentale per esempio se partecipi a “chi vuol esser milionario”), ma anche e direi soprattutto, la mia cultura, intendendo per cultura la capacità di usare il cervello. l’intelligenza, è paragonabile al petrolio: preziosissimo e richiestissimo, perché valga davvero, però, deve subire un processo di raffinazione. La raffinazione è paragonabile alla comprensione di ciò che impariamo (a scuola, certo, ma non solo).
Non mi dilungo oltre e vengo al punto:
Sto leggendo “Il mondo di Sofia – Romanzo sulla storia della filosofia, di Joestin Gaarder” e a dispetto del titolo decisamente cacofonico, trovo sia sublime: racchiude in sé tutte le mie convinzioni già adolescenziali in merito all’importanza della storia della filosofia, quando approcciata nel modo corretto; ossia come quell’insieme di processi attraverso cui l’uomo è cresciuto, si è modificato, ha imparato. “non ci importa cosa il filosofo volesse dimostrare, quanto come sia giunto a sostenerlo”. E la cultura, più in generale ci serve a questo: ad apprendere ma anche ad “interrogarci” piuttosto che assimilare passivamente tutti i dogmi e le risposte che società, religioni, tradizioni cui apparteniamo in qualche maniera ci impongono.

“Parla sì come ti nutri”

venerdì, 16 maggio 2008

La lingua italiana è una creatura straordinaria.

Ancor di più lo è l’italiano burocratico; creatura mitologica, direi in questo caso senza alcun timore di sbagliarmi. Per usare una massima imparata da poco al lavoro, potrei definirlo usando questa frase: “rendere difficile ciò che è facile, attraverso l’inutile”. Da annotare, ne converrete. La massima, intendo.
Inauguro oggi una nuova rubrica, dedicata a parole o espressioni di uso inconsueto, e per questo stesso motivo, per me, affascinanti. Qui, ne prenderò nota.
Apriamo quindi la rubrica con:

vieppiù: vi|ep|più
avv.
CO ancor più, sempre più
Varianti: viepiù, vie più

a tal uopo
|po
s.m.
LE spec. sing., bisogno, necessità: lo scudiero fedel subito appresta | ciò ch’al lor u. necessario crede (Tasso) [quadro 12]
Polirematiche
all’uopo loc.avv., loc.agg.inv. CO allo scopo, al caso proprio: fatto all’u.; al momento opportuno: capitare all’u.
(bibliografia)

Esercitazione:

componi cinque frasi che contengano le parole/locuzioni indicate.

My personal tribute

mercoledì, 23 aprile 2008

William Shakespeare
23 aprile 1564, 23 aprile 1616. Ed oltre.

Non dolci baci l’aureo sole sparge
sulle stille di rosa mattutina
quanto i tuoi occhi in freschi raggi accendono
la notte rugiadosa alle mie guance.
Né luna argentea tanto lucente
in seno a liquido abisso risplende
quanto risplendi tu nelle mie lacrime.
Tu brilli in ogni lacrima che piango;
e ciascuna è un cocchio che ti porta.
Tu cavalchi trionfante la mia pena.
Le mie lacrime gonfie di dolore
ti mostreranno la tua stessa gloria.
Ma non amar te stessa, o delle lacrime
farai specchi; e ancor più dovrò piangere.
mia regina, dire quanto vali
non sanno lingue, o pensieri, mortali.
(da “Pene d’amore perdute, W. Shakespeare.”)

Ecco, cose così, mi mandano in estasi.
E’ un bel giorno per goderne.