Articoli marcati con tag ‘bar’

‘a mala crianza

giovedì, 14 agosto 2008

Chi lavora a stretto contatto col “pubblico” lo sa: occorre una pazienza di ferro per avere a che fare con umanità di varia natura, ogni giorno, per più ore al giorno, conservando l’equilibrio mentale.
C’è quello che esce di casa con un pensiero radicato in mente: andiamo a rompere i coglioni al primo dei fessi che lavorano in un bar. Il perché non lo sa bene nemmeno lui, ma si presenta al tuo cospetto con aria di sufficienza, ti guarda come fossi stato, non assunto regolarmente, ma acquistato (da altri, per altro, ma comunque per essere immolato al suo servizio) alla tratta degli schiavi e con fare da pezzente arricchito (perché i veri signori, diciamolo, si riconoscono dal buongiorno all’uscio) ti si pianta al fianco come una molesta spina di cactus fino a che non è sicuro di aver sottoposto la tua pazienza al massimo della sopportazione.

C’è quello che si sente dio in terra: non esiste, per questa sottospecie di essere animale, la parola “buongiorno”, che sarebbe già oltremodo rispettosa rispetto ad un colloquiale “ciao”, sconosciuto finanche quest’ultimo. No, l’umanoide in questione entra e dice direttamente “voglio”, oppure “fammi”, e a seguire l’oggetto dei suoi comandamenti.

Io non lo so quanto abbia a che fare con l’età: a vent’anni ero meglio disposta a trattare con individui arroganti, maleducati, che in virtù della loro funzione di “cliente” sopportavo pazientemente e senza troppa fatica, soprassedendo a quelli che considero sacri ed inviolabili principi di civiltà. Considerando che, ahimè, la civiltà e la buona creanza non sono doni a buon mercato, e che io, più fortunata rispetto a loro, potevo essere felice di fornirne un esempio.

Io non lo so quanto possa dipendere dal fatto che in fondo in fondo lavorare a contatto diretto con la gente non mi è mai granché piaciuto, sebbene solo ora emerga insistentemente; a me, che tollero poco persino le persone che amo o che in qualche modo fanno parte della mia vita, quando il loro modo di porsi cozza con il mio modo (sacro) di intendere il rispetto per l’altro, soprattutto quando quest’altro, è un altro che sta lavorando.

Sta di fatto che faccio sempre più fatica a trattare con una clientela fatta di gente che spesso, troppo spesso è piuttosto gentaglia.

La mia pazienza, un tempo misurabile su altezze notevoli, si è significativamente assottigliata, e non passa giorno senza ch’io senta l’impulso irrefrenabile di scagliarmi con tutta la cattiveria che posso (e, giuro, ne posso tanta se adeguatamente stimolata) contro il maleducato di turno che mi capiti a tiro.

Perché posso comprendere, tollerare, chiudere un occhio, di fronte ad un numero molto elevato di cose, ma quello che proprio non so mandare giù, è la maleducazione, o scostumatezza che dir si voglia.

Fortunatamente è il 14 di agosto, e fra non molto il lavoro stagionale sarà terminato.
Se riuscirò a non sclerare prima di allora, voglio un paio di settimane di riposo assoluto: fatte di solitudine, silenzio, e solitudine. E silenzio. E solitudine.

Si. Sono stressata.

Ipse dixit

domenica, 20 luglio 2008

- Scusi signorina, ma i tavoli sul prato sono tutti prenotati?
- No signora, in seconda fila c’è ancora qualche posto disponibile, se si vuole spostare..
- Oh, bene. Ma mi dica: sul prato, ci sono le zanzare?
- …

Io, a settembre, così, non ci arrivo.

[questa triste storia è reale; in blu la cliente, in nero io]

La dura legge del bar

martedì, 17 giugno 2008

Benché quella della ristorazione da bar sia un’attività che conosco ormai piuttosto bene, tutte le volte che mi ci riavvicino dopo un periodo più o meno lungo di lavoro altro, riesce a stupirmi come fosse la prima volta.
Si perché la clientela tipo del bar ha i connotati di un esemplare raro al mondo, diverso da tutti gli altri esseri umani al mondo. Quando un essere umano qualunque va al bar, si trasforma, subisce una metamorfosi, e diventa “il cliente da bar”, declinato ogni volta in una forma nuova, a seconda delle circostanze, della stagione, e, dicono anche taluni, a seconda della congiunzione astrale nel segno in quel preciso momento.
Prendi, ad esempio, il cliente tiratardi: arriva sistematicamente quando hai già sparecchiato, ripulito, e chiuso la cassa pregustando mentalmente il tuo cuscino che ti aspetta, lì, sul tuo lettuccio adorato. Il tiratardi entra nel locale quasi a tentoni, perché hai già spento tutte le luci e tu stesso ci vedi a malapena, ed esordisce con la fatidica frase: “state chiudendo?“. No, abbiam tirato giù la saracinesca perché ce la tiriamo così tanto che i clienti li facciamo strisciare, per concedergli di consumare da noi. Pirla.
Per non parlare poi del cliente viziato; quello che il caffè lo prende lungo, ma non troppo, macchiato caldo, ma con poco latte, e senza schiuma per carità, la pasta la vuole con la crema, ma senza zucchero a velo sopra, e per favore su un piattino, tagliata in due, ché la camicia è appena lavata. Il viziato è lo stesso che mentre consuma la sua colazione al tavolo ti chiama continuamente per una cosa diversa: “mi presteresti una penna?”, “per caso hai anche un foglio di carta?”, “scusa avresti una sigaretta, sai, sono appena uscito e non le ho ancora comprate”, “che sbadato, avresti anche da accendere?”. Certo, e poi? Vuoi anche due fettine di culo? E’ tagliato fine, eh.
(continua, oh, se continua…)