Chi lavora a stretto contatto col “pubblico” lo sa: occorre una pazienza di ferro per avere a che fare con umanità di varia natura, ogni giorno, per più ore al giorno, conservando l’equilibrio mentale.
C’è quello che esce di casa con un pensiero radicato in mente: andiamo a rompere i coglioni al primo dei fessi che lavorano in un bar. Il perché non lo sa bene nemmeno lui, ma si presenta al tuo cospetto con aria di sufficienza, ti guarda come fossi stato, non assunto regolarmente, ma acquistato (da altri, per altro, ma comunque per essere immolato al suo servizio) alla tratta degli schiavi e con fare da pezzente arricchito (perché i veri signori, diciamolo, si riconoscono dal buongiorno all’uscio) ti si pianta al fianco come una molesta spina di cactus fino a che non è sicuro di aver sottoposto la tua pazienza al massimo della sopportazione.
C’è quello che si sente dio in terra: non esiste, per questa sottospecie di essere animale, la parola “buongiorno”, che sarebbe già oltremodo rispettosa rispetto ad un colloquiale “ciao”, sconosciuto finanche quest’ultimo. No, l’umanoide in questione entra e dice direttamente “voglio”, oppure “fammi”, e a seguire l’oggetto dei suoi comandamenti.
Io non lo so quanto abbia a che fare con l’età: a vent’anni ero meglio disposta a trattare con individui arroganti, maleducati, che in virtù della loro funzione di “cliente” sopportavo pazientemente e senza troppa fatica, soprassedendo a quelli che considero sacri ed inviolabili principi di civiltà. Considerando che, ahimè, la civiltà e la buona creanza non sono doni a buon mercato, e che io, più fortunata rispetto a loro, potevo essere felice di fornirne un esempio.
Io non lo so quanto possa dipendere dal fatto che in fondo in fondo lavorare a contatto diretto con la gente non mi è mai granché piaciuto, sebbene solo ora emerga insistentemente; a me, che tollero poco persino le persone che amo o che in qualche modo fanno parte della mia vita, quando il loro modo di porsi cozza con il mio modo (sacro) di intendere il rispetto per l’altro, soprattutto quando quest’altro, è un altro che sta lavorando.
Sta di fatto che faccio sempre più fatica a trattare con una clientela fatta di gente che spesso, troppo spesso è piuttosto gentaglia.
La mia pazienza, un tempo misurabile su altezze notevoli, si è significativamente assottigliata, e non passa giorno senza ch’io senta l’impulso irrefrenabile di scagliarmi con tutta la cattiveria che posso (e, giuro, ne posso tanta se adeguatamente stimolata) contro il maleducato di turno che mi capiti a tiro.
Perché posso comprendere, tollerare, chiudere un occhio, di fronte ad un numero molto elevato di cose, ma quello che proprio non so mandare giù, è la maleducazione, o scostumatezza che dir si voglia.
Fortunatamente è il 14 di agosto, e fra non molto il lavoro stagionale sarà terminato.
Se riuscirò a non sclerare prima di allora, voglio un paio di settimane di riposo assoluto: fatte di solitudine, silenzio, e solitudine. E silenzio. E solitudine.
Si. Sono stressata.







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