Diciamolo: la pratica blogging altro non è che condivisione, con un numero potenzialmente infinito di persone, di pensieri, pratiche e argomenti del tutto uguali a fuori dal blog. In un rapporto di “uno a molti” laddove fino a poco tempo fa era al massimo di “uno ad alcuni”. Ciò che cambia è il mezzo, non i contenuti. Men che meno l’attendibilitĂ , l’oggettivitĂ e la qualitĂ .
E finiamola con questo sentirci degli eletti, dei super eroi, degli intellettuali per il sol fatto di avere un blog (chiunque abbia un pc, una connessione internet, e non sia analfabeta può avere un blog!).
In particolare mi fanno i ridere i blogger che:
1) copincollano notizie dell’ansa e si credono giornalisti. No, di piĂą, credono di essere piĂą bravi dei giornalisti;
2) trascrivono il loro diario personale e si autodefiniscono geni o poeti incompresi;
3) emettono giudizi su altri blogger credendo, per il sol fatto di leggerli, di conoscerli bene o, peggio ancora, di aver capito quel che hanno letto;
4) ti spiegano come dovrebbe essere fatto un blog, come se esistesse un unico modo di fare blog;
5) si prendono talmente tanto sul serio che la metĂ basterebbe;
6) ti leggono e poi appongono commenti di tipo valutativo, come se un post fosse un tema, e il commentatore la maestra che ti mette il voto.
Tutto questo è anacronistico, obsoleto, vetusto. Che specialità sarebbe essere blogger?
Per dirla proprio tutta la parola “blogger” ormai non significa proprio niente e non ha ragion d’essere, non piĂą. Ridimensionamoci, siamo ridicoli. E impariamo l’uso del “secondo me”. ChĂ© per il posto di dio in terra c’è da prendere il numeretto e mettersi in fila.
Son cresciuta a suon di “fagli vedere chi sei”, oppure “sei la migliore, certo che ce la farai” o ancora “non avevo nessun dubbio che ci saresti riuscita” e via dicendo.. Frasi che mi hanno accompagnato fin dall’infanzia da parte dei miei insegnanti, si, ma prima ancora e soprattutto da parte dei miei genitori.
Ricordo che quando facevo il quinto ginnasio, travolta dai dèmoni adolescenziali, mi balenò per la mente l’idea di abbandonare la scuola. Molte delle mie amiche di allora lo avevano giĂ fatto, non mi sembrava poi così strano. Allora, ormai convinta, lo comunicai a mio padre: “ho deciso di lasciare la scuola”. La scuola non era mai stato un problema per me prima di quell’anno, per cui vacillare in due o tre materie mi pareva una ragione sufficiente per concludere la mia carriera scolastica. Ricordo ancora la faccia di mio padre alla notizia: non era arrabbiato, no. Ma così scuro in volto per qualcosa che riguardasse me, non l’avevo mai visto; ricordo perfettamente la delusione ed il dolore che la mia decisione gli procurava, perchĂ© simbioticamente li sentivo anche dentro di me. Lo avevo pugnalato. Per tutta una giornata non fece altro che parlarmi, pungolarmi, incalzarmi, ripetendomi che stavo sottovalutando me stessa, che potevo ancora farcela, perchĂ© ero io. Che dovevo ancora farcela, perchĂ© ero io. Le sue parole mi mortificarono allora, perchĂ© lo avevo ferito, perchĂ© lo avevo deluso, ed io lo amavo e lo amo ancora troppo per sopportare di esser causa di un suo dolore. Mi chiusi in camera. Piansi. Mi sentii una fallita, prima di allora non mi era mai successo. Ma le parole di papĂ , la fiducia di papĂ che avevo disatteso, continuavano a girarmi in testa (e nel cuore) e a quel punto il mio vero fallimento si era spostato dall’idea della scuola, all’idea di aver tradito papĂ . Ancora chiusa in camera, e ancora in lacrime presi il mio libro di antologia senza rendermi conto che avevo giĂ cambiato idea. PapĂ bussò alla porta della mia cameretta, entrò, mi vide piangere sul mio libro e, serio, come si è seri per le cose importanti, ma con la voce dolce, come si è dolci con gli amori importanti, mi disse, senza aggiungere mai piĂą altro, quel fatidico: “fagli vedere chi sei”.
Oggi sono una donna testarda e caparbia, e anche se la paura di deludere chi mi considera speciale mi accompagna come un’ombra, anche se non concepisco nemmeno l’idea di poter fallire, con tutte le implicazioni emotive che questo comporta, guardo a ciò che ho fatto. Guardo a cosa ho conquistato con le mie risorse, e sono felice. Fiera. Orgogliosa. A tratti insopportabile. Ma mi compiaccio autoironicamente della mia vanitĂ , e rido al telefono con la mia mamma, che ancora oggi mi ripete: “certo che sei la migliore” nonostante io le ripeta che è sfacciatamente di parte, perchĂ© provo per me stessa tutto l’amore che loro, mamma e papĂ , provano per me.
Hanno fatto un ottimo lavoro con me, e le mie debolezze sono ben poca cosa in confronto alle mie forze. Di questo, non gli sarò mai grata abbastanza.
Che per un italiano bere un buon caffè all’estero sia una raritĂ , non è un mistero. Sottolineo per un italiano perchĂ© se tutto il resto del mondo trova normale bere tazzoni annacquati dal vago colorito bruno, e noi siamo gli unici al mondo ad attuare la “prova dello zucchero” (il quale deve inabissarsi dolcemente e lentamente, nevvero) per testarne la qualitĂ prima ancora di assaggiarlo, evidentemente sono i nostri gusti a costituire “eccezione”. Per fortuna, aggiungo io.
Quanti di noi viaggiando all’estero hanno mai degustato (chĂ© noi lo degustiamo, mica lo beviamo il caffè) un caffè degno di essere così chiamato? Certo, a cercar bene, con un po’ di fortuna, magari si riesce persino a scovare un localino italiano (= gestito da italiani, nota bene) che ricorda ancora come si faccia il caffè italiano, oppure un autoctono super chic che, una tazzina si una tazzina no, è capace di soprenderci. A cifre spaventevoli naturalmente.
A Praga per esempio esiste un barettino, proprio lungo la strada del mercato, che fa un ottimo caffè, alla modica cifra di 7 euro a tazzina; dopo giorni di astinenza da caffè, un italiano in vacanza (e a Praga ce ne sono veramente tanti) 7 euro per un caffè li paga, oh se li paga. Siamo o non siamo un popolo di viziosi? Lo siamo, lo siamo. E all’estero lo sanno bene. Eccoteli i 7 euri, dammi quel benedetto caffè e possano tornarti in lassativi, dannato ladro.
Ebbene oggi mi capita tra i feed questa notizia e non posso fare a meno di pensare che la colpa deve essere anche un po’ nostra. Insomma ragazzi, smettetela di sorridere mentre dite “questo caffè è una merda” nei bar e nei ristoranti all’estero, che poi quelli ci prendono sul serio.
in fede Teiluj il 11 Aprile 2008
categorie: societĂ e cultura
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Devo ricevere e fare accomodare un rappresentante nell’attesa che il capo lo raggiunga nel suo ufficio. Si presenta un signore di mezza etĂ - piacere, sono tizio - con fare garbato, composto, professionale. Gli sorrido - prego si accomodi, il signor capo arriva subito - e insieme alla stretta di mano: - ma lo sa che ha un colore degli occhi accecante - molto old style, per nulla piacione, e poi potrebbe essere mio nonno - grazie, si sieda pure, avviso che è arrivato - spocchiosa, mi defilo per avvisare. L’attesa si prolunga, torno di lĂ con un cestino di cioccolatini e non si è ancora seduto, sta educatamente impalato ad aspettare - questione di qualche minuto, ma prego si accomodi, gradisce un cioccolatino? - finalmente si sente in diritto di sedersi - no, grazie, lei è molto dolce, ma mi dica, di dov’è? - eccola la domanda che mai mi si dovrebbe fare. Per tutti è una domanda semplicissima, ti si chiede di dove sei, rispondi son di qui o di lĂ . Io no. Se commetti l’errore di chiedermi “di dove sei” mettiti comodo perchĂ©: io sto qui ma non sono di qui, vengo da lì, ma in realtĂ sono nata lĂ , e però anche se mia madre è di lĂ mio padre invece è di lì, comunque non sto piĂą nĂ© li nĂ© lĂ , ma qua. E così via. Praticamente una tragedia greca. Ebbene dopo alcuni minuti di pantomima, viene fuori che tizio è napoletano, come mio padre - allora sua madre è una donna felice - evviva il patriottismo partenopeo - perchĂ© vede, i napoletani sono persone allegre, prendono la vita con poesia, scrive anche suo padre? me ne dica una - lo so, la colpa di tutto questo come al solito è di quella domanda, quel “di dove sei”, che apre un mondo infinito di argomenti anche senza avercela, tutta la fantasia di questo tizio; posso rispondere sull’Umbria? - beh allora gliela dico io, una poesia. L’ho scritta io - Senza il minimo imbarazzo, inizia a poetare, e prosegue incurante del fatto che nel frattempo è arrivato il capo; tutta la poesia, tutta in napoletano, recitata con fiero e sobrio ardore.
A me.
Ed era anche bella.
Invidiatemi.
chĂ© c’ho gli occhi accecanti, c’ho. tzè..
ATTENZIONE: post ad alto contenuto scurrile e diseducativo.
Io sono una personcina posata e tranquilla. Giuro, sono naturalmente dotata di una egregia dose di pazienza, ed è veramente difficile vedermi perdere la testa e dare i numeri per la rabbia, bisogna impegnarsi, e tanto, per farmi incazzare al punto da non rispondere più di me.
Però ci sono quelle due o tre cose per le quali, anche a me, sale il sangue agli occhi e tutto l’aplomb di cui sono capace va a farsi strabenedire.
Una delle cose che proprio non tollero, per esempio, è che mi si rubi il tempo: non datemi mai un appuntamento pensando di arrivare in ritardo, perché al vostro arrivo non troverete più un esile femminuccia sorridente ad attendervi, ma un furetto incazzato che desidera solo saltarvi al collo e strapparvi la pelle a morsi.
ChĂ© se mi dici ” a tale ora”, io son sul posto al piĂą tardi quei dieci minuti prima dell’ora fissata, minuti quelli, ed i successivi a seconda dell’attesa, che metto gentilmente a disposizione dell’impegno preso, detraendoli dai cazzi miei.
Preziosissimi cazzi miei, sempre, specie se vi rinuncio per i cazzi di qualcun altro. Meglio un bidone, almeno ho il tempo di sbollire e recuperare le sembianze umane fino a quando non vi rivedrò.
Un’altra di queste due o tre cosette si verifica sistematicamente quando guido.
Al volante ho formulato i peggiori dei miei pensieri, ho immaginato le scene piĂą cruente e brutali che mente umana possa concepire; al volante, ogni volta, sono una potenziale ergastolana.
Ma la colpa non è mia, nossignore. Non è colpa mia se le strade sono piene zeppe di deficienti, prepotenti e rimbambiti. Mettiamo il caso che stia percorrendo una strada con un limite di 70km/h, e che su quella strada non vi sia nessuno se non io e altre due auto prima di me. Si, giusto, quello è un limite massimo, non minimo, e poi correre in auto è pericoloso, anzi pericolosissimo, bisognerebbe sempre evitare di correre in auto.
Ma porco di un cane randagio con le zecche, come cacchio si fa a camminare a 30 all’ora su una strada, libera, dritta, legalmente percorribile a settanta chilometri l’ora?!
E va bene, magari sei insicuro, magari c’hai un guasto che ti costringe a tenere quella velocitĂ per 20 chilometri 20, o magari c’hai le emorroidi che ti impediscono di calibrare la pressione del tuo culo maledetto sul sedile della tua merdosissima macchina e quindi anche sul pedale dell’acceleratore; ok, voglio concederti il beneficio del dubbio e tollerare che esista al mondo una qualche ragione plausibile per costringere altre 100, 200 auto a camminare a 30, e dico 30 km orari laddove per legge ne potresti fare 70 (ed evito di dire quale sia la velocitĂ reale possibile perchĂ© sarebbe troppo diseducativo), voglio persino cancellare dalla mia mente il pensiero che sono appena uscita dal lavoro, attutendo così le ire furibonde che il fatto di star perdendo il mio tempo mentre potrei essere giĂ a casa da quindici minuti abbondanti mi scatena, ma una cosa, una stronzissima cosa me la devi dire: per quale maledetto motivo, tu e la tua maledetta auto dovete fare i vostri stramaledetti 30km/h su una strada con limite 70, a cavallo della linea di mezzeria? Allora lo fai apposta!
E se non lo fai apposta significa che te ne stai infischiando degli specchietti retrovisori, perchĂ© se ci guardassi solo un istante, ti accorgeresti che un branco di mufloni incazzati inneggia alla tua morte per ogni minuto che stai rubando alla loro vita impedendo il sorpasso, perchĂ©, porco giuda, sei liberissimo anche di scendere e spingerla tu, la tua cazzo di macchina, ma per quanto la cosa possa stupirti, sol perchĂ© tu hai deciso di fare una scampagnata in mezzo a questo splendido paesaggio di asfalto e sterpaglie per i prossimi due giorni, non significa che sia così anche per gli altri 190 sfigati che hanno avuto l’atroce disgrazia di incontrarti.
Coglione.
Non vorrete andar via senza lasciare neppure un commento, vero?

Uff... a quante cose mi tocca pensare...
Mmmh, quante cose interessanti ho da leggere oggi...
Che fai, spii?
Ma non sono proprio carine queste cosette?

Torno dopo la pubblicitĂ ...








E questi chi sono???


