scritto da Teiluj on ombelicale

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C’è un ricordo che ricordo da anni e anni. Non è un ricordo come gli altri, perché è un ricordo che ho creato io con l’intento preciso di ricordarlo. Non ha un valore speciale se non questo, il fatto cioè che abbia deciso di ricordarlo.
L’ho creato intorno agli undici, dodici anni. Io e la mia famiglia vivevamo in un paesotto di collina, all’epoca, il tipico paese quattro case e un forno, io facevo le cose che fanno più o meno tutti – in condizioni normali – intorno agli undici, dodici anni: andavo a scuola, giocavo con le amichette, osservavo curiosa le cose fuori di me e pensavo alla loro possibile relazione con me. Pensavo che ero ancora piccola, mi chiedevo cosa sarei stata da grande, immaginavo di avere anche io un giorno – avendocela allora – una famiglia felice tutta mia.
Il giorno in cui ho creato il ricordo pensavo a queste e altre cose, e mi chiedevo se sarei riuscita, da adulta, a ricordarmi i miei pensieri da piccola, ché mi piacevano, e – mi dicevo – sarebbe stato un peccato perderli come fanno di solito – mi dicevo ancora –  gli adulti quando smettono di essere piccoli.
Stavamo tornando a casa, con la nostra peugeot 104 bianca che ogni tot chilometri in salita costringeva papà a fermarsi a una fontanella per rimettere dell’acqua nel motore. Io stavo seduta dietro, papà guidava, mamma di fianco.  Mi reggevo la testa con la mano, per rendere più enfatico il ricordo, e guardavo le montagne, il cielo azzurrissimo, e i primi gruppi di case che dicevano che eravamo quasi arrivati. Ero curiosissima di sapere cosa avrebbe pensato la me adulta di me piccola, vedendomi lì, col naso al finestrino a pensare a lei, chissà in che anno, da che posto del mondo, con quali persone a fianco.
Quindi decisi di mandarmi un messaggio, io piccola, a me adulta. Decisi di mandare in memoria quel pensiero, mentre lo pensavo da piccola, affinché potessi rivederlo intatto tra venti, trenta, quarant’anni. Mi misi a guardare bene fuori dal finestrino, assimilando tutti i dati con gli occhi, per registrarli nella memoria, e immaginavo la me adulta che mi avrebbe guardato. Mi chiedevo se sarebbe stata orgogliosa di me, o mi avrebbe deriso per quel ricordo che le stavo mandando, essendo io piccola e lei ormai adulta.
Oggi quel ricordo è tornato a farmi visita, come fa spesso da quando l’ho fissato. Guardo la me piccola da dietro gli occhi chiusi, non ho montagne azzurrissime da raccontarle, non so cosa penserebbe lei di me ora che me ne sto qui a pensare a lei, ma ricordo esattamente quel che aveva deciso per me di ricordare e l’imbarazzo che provava in quel momento nel fare quella cosa da piccoli, e non sapeva quanto di più l’avrei sentito io, oggi, ricordandomi di lei.