4Dicembre
Accanto al pc ho due portapenne. Uno contiene: penne bic rosse, blu e nere, una pilot a doppia punta (fine ed extra fine), una pilot V5, una penna USB, tre accendini, di cui due scarichi, due limette per le unghie, un termometro digitale, una matita spuntata. Nell’altro invece ci sono diverse penne che non scrivono più, un uniposca giallo, un plettro, un fischietto accordatore, una bustina di zucchero, un accendino (funzionante) il biglietto da visita di un centro estetico, un elastico per capelli, quel che resta di un vecchio ciondolo, un pacchetto di rizla aperto vecchio di diversi anni, ed infine un pezzo di carta ripiegato, scritto e conservato anni fa.
E’ carta scura, spessa, come quella che si usa per spedire i pacchi; tagliato alla bene-meglio, evidentemente in fretta, come lasciano intuire anche le scritte, fatte prima a matita e poi ripassate a penna. Lo tiro fuori dal portapenne, lo apro, e mi torna alla mente il periodo in cui l’ho scritto: era il 2001, l’anno in cui lasciai mamma e papà per andare a vivere da sola. L’anno in cui mi trasferii da Reggio Calabria ad Arezzo, iniziando a lavorare come operaia in una fabbrica di pelletteria. Ero talmente entusiasta della mia vita indipendente che per quanto stanca tornassi a casa la sera, ero felice di quella stanchezza.
Ma torniamo al pezzo di carta.
Lavoravo in fabbrica, dicevo, e malgrado l’entusiasmo e la determinazione di quel tempo, il lavoro in sé e per sé, quello di operaia intendo, mi sfiancava, mi consumava nel profondo. Psicologicamente più che fisicamente. Si perché la ripetitività della catena di montaggio non faceva per me, sembrava che il tempo non passasse mai: è lì che ho imparato cosa significa aver la sensazione che sia trascorsa mezz’ora, un’ora, e sbigottito doverti ricredere guardando l’orologio, che invece, perfido, segna solo cinque minuti in più rispetto all’ultima volta che l’hai guardato. Così ho iniziato a cercare metodi alternativi per tenere la mente impegnata durante le otto ore di gesti sempre uguali e ripetuti, per non sclerare, e ad appuntare i miei pensieri nati sul lavoro.
Questo pezzo di carta lo conservo, come ricordo di quell’esperienza, e dei pensieri-tipo che accompagnavano le mie giornate in fabbrica. Oggi voglio condividerlo con voi:
Stimolo: il nano stitico
Broccolo: il nano che ci prova con tutte le nane
Eccolo: il nano puntuale
Embolo: il nano ex sub
Capitombolo: il nano maldestro
Penzolo: il nano impotente
Barattolo: il più nano dei nani
Brancolo: il nano cieco
Trespolo: il nano saccente
Rantolo: il nano morente
Luppolo: il nano alcolista
Sono solo alcuni dei miei nani apocrifi..
Un anno dopo abbandonai il lavoro, dopo che mi venne una crisi d’ansia davanti alla macchina incollatrice e dovettero portarmi fuori in braccio.
Con grande rammarico, anni dopo, scoprii che in rete esistono miliardi di nani apocrifi.
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