ɐʇuıɔuı ǝɹǝssǝ ıp ıǝɹǝʇʇǝdsos ıuoızɐnɹʇsǝɯ ǝl ǝʇɐʌıɹɹɐ àıƃ oɹǝssoɟ ıɯ uou ǝs
˙ʌʇ ɐʇuɐʇ opɹɐnƃ ǝ ‘ǝɹǝƃƃǝl ıp ɐılƃoʌ oɥ uou ‘ǝɹǝʌıɹɔs ıp ɐılƃoʌ oɥ uou ˙ıpoɹd ouɹǝʌoƃ oɯıʇln,llǝp ǝlıqɐʇsuı ùıd è ǝɹoɯn oıɯ lı ˙ɐɹdosoʇʇos ‘ɐʇɐssods ‘ɐıɟuoƃ oʇuǝs ıɯ ˙ɐǝsnɐu ɐl oɥ

in fede Teiluj il 28 Aprile 2008
categorie: sclero

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Ovvero, la comunicazione rappresentativa.
Si chiama comunicazione rappresentativa quella strategia comunicativa grazie alla quale, quando istintivamente saresti così:

toro

puoi invece essere percepito così:

micio

traendone vantaggio nel corso di approcci relazionali di natura lavorativa, o altra, laddove il buon esito del confronto comunicativo sia auspicabile. Ma vediamo qualche esempio:

Prendiamo un’espressione come “Hai rotto i coglioni, l’hai capito o no che te ne devi andare?”. Grazie alla comunicazione rappresentativa potremo trasformarla in frasi di più sinuose fattezze, come “Ho un improvviso quanto inaspettato senso di fastidio al bassoventre, forse avrei bisogno di una pausa”.
Semplice no? Grazie a questo splendido strumento verbale non diremo più cose tipo “Ma vai a cagare, imbecille” perché potremo dire, ad esempio “Non trovi anche tu che la nuova carta igienica sia particolarmente soffice e setosa?”. E via dicendo.

Adottando questo sistema, i vostri rapporti di lavoro , di famiglia, di coppia e quant’altro, miglioreranno in un batter d’occhio, e nessun istinto potrà più comprometterli.

Si raccomanda un giretto in luoghi aperti e solitari per un urlo liberatorio di tanto in tanto.

in fede Teiluj il 23 Aprile 2008
categorie: sclero

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William Shakespeare
23 aprile 1564, 23 aprile 1616. Ed oltre.

Non dolci baci l’aureo sole sparge
sulle stille di rosa mattutina
quanto i tuoi occhi in freschi raggi accendono
la notte rugiadosa alle mie guance.
Né luna argentea tanto lucente
in seno a liquido abisso risplende
quanto risplendi tu nelle mie lacrime.
Tu brilli in ogni lacrima che piango;
e ciascuna è un cocchio che ti porta.
Tu cavalchi trionfante la mia pena.
Le mie lacrime gonfie di dolore
ti mostreranno la tua stessa gloria.
Ma non amar te stessa, o delle lacrime
farai specchi; e ancor più dovrò piangere.
mia regina, dire quanto vali
non sanno lingue, o pensieri, mortali.
(da “Pene d’amore perdute, W. Shakespeare.”)

Ecco, cose così, mi mandano in estasi.
E’ un bel giorno per goderne.

in fede Teiluj il 23 Aprile 2008
categorie: arte e letteratura, citazioni

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rugheancora sessantanove giorni al mio trentesimo compleanno.
E mi sento già depressa. Ogni giorno di più.
Giochiamo a palla a muro?
A nascondino?
..mosca cieca..

in fede Teiluj il 22 Aprile 2008
categorie: dati di fatto

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Il salto con la corda, il campanaro, il nascondino, l’acchiapparello, strega-comanda-colore; quanto mi divertivo! Il gioco che facevo più spesso però era sicuramente quello della “palla al muro”: si può giocare in gruppo, ma funziona bene anche da soli, e da brava misogina in erba, già ai tempi dell’infanzia prediligevo la solitudine anche nel gioco. Probabilmente i nomi di questi giochi sono legati al dialetto locale, e variano quindi di regione in regione, se non vi torna, ecco qui una breve spiegazione di “palla a muro”:

Possono partecipare un numero indefinito di ragazzi. A turno chi tira la palla al muro deve cantare e mimare una filastrocca. Chi sbaglia la presa della palla viene sostituito da un altro “compagno”. La filastrocca che ho trovato su internet è:

Muovere ( semplice: ci si muove tirando),
senza muovere (si resta immobili. Il minimo movimento, e si passa il turno),
senza ridere (difficilissimo, se in compagnia, restar seri)
con un piede (un gioco da ragazzi),
con una mano (con un minimo di allenamento, e la palla delle giuste dimensioni, si impara in fretta)
batti mano (il trucco è stare il più lontano possibile dal muro su cui si fa rimbalzare la palla),
zigo-zago (la prova più difficile: ruotare le braccia nel breve tempo che impiega la palla a tornare indietro),
violino (mi pare fosse una giravolta. Richiede abilità da grande giocatore di palla a muro)
tocco terra (la palla devi riprenderla con le mani, non con la faccia),
la ritocco (idem come sopra),
un bacino (banale: credo sia una mossa strategica per riprendersi dal “tocco terra”)
tocco cuore (niente di più semplice),
angioletto (allarghi le braccia, con fare puro)
del Signore (un inchino. Si, poi si guarisce crescendo).

Ora, io non ricordo bene se fosse davvero così. Mi pare manchi qualcosa. Qualunque contributo mnemonico, dunque, sarà gradito.

in fede Teiluj il 21 Aprile 2008
categorie: vecchi tempi

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