Ottobre

scritto il 9 ottobre 2009 da Teiluj

Ottobre è un uomo smunto che spinge un carretto di stracci.
Sorseggia nebbia e rutta indifferenza ondeggiando tra una panchina e un canto storto. Ride, poi smette, poi ride. Ubriaco e stanco ride contro la pioggia e si fa beffe del cielo, piccolo e tondo come i suoi occhi piccoli e tondi.

Ottobre è un escluso, cattivo e maleodorante che inghiotte tramonti e rigurgita brina per smentire il giorno e far cadere il sole a testa in giù tra gli sguardi pesanti e l’alito cattivo di pensieri cattivi e malaticci.

Ottobre è un malato di cuore che respira fumo e mangia ombre, cospargendosi di crema le mani e di veleno gli occhi, e i denti, per vivere più a lungo e sognare più forte gli incubi rimasti accesi alle prime luci dell’alba, quando protetto da un velo di buio nessuno può vederlo orinare sui tetti delle case e dire male delle cose.

Ottobre è un uomo smunto che spinge un carretto di stracci, e se lo incontri per strada non starlo a guardare, non vederlo, fa’ che non ci sia; soltanto, nel passare oltre, presta orecchio ai suoi sguardi randagi.

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Noir

scritto il 20 settembre 2009 da Teiluj

“Ecco cosa farò” disse, facendo dei capelli una treccia per nascondere l’inquietudine. Prese a camminare lungo un portico, svoltò due volte per il semplice bisogno di spezzare la linearità arrogante del percorso, raggiunse una scalinata, la evitò cambiando strada ancora, e quando fu sul suo seicentoseiesimo passo arrestò le gambe e i pensieri, esattamente come si arresta un criminale. Bruscamente.
Chiudendo gli occhi vide bene il cielo, immenso e lontano e l’aggredì il silenzio della notte. Probabilmente era inverno, dato che aveva freddo, quindi si rimise in cammino stringendo i pugni e i denti per non cadere. Giunse infine a un portone conosciuto e chiuso, si fermò e si sentì risucchiare dall’asfalto pesante. Un tocco, due tocchi, e un uomo aprì la porta. Senza dire una parola aprì la porta, fece un cenno col capo e chiuse la notte fuori, per proteggerla, o per ignorarla.
La donna con la treccia si mise a sedere, estrasse dalla tasca un temperino, lo portò al viso e si cavò gli occhi. Prima uno, poi l’altro, lasciando fiottare sangue sul pavimento e sulle pareti, rumorosamente. Si cavò gli occhi, lasciandoli rotolare su un sostegno casuale e vide il cielo, immenso e lontano.

Si alzò in piedi, sorrise, riprese l’uscio, e il buio l’inghiottì.

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Se-t’embre

scritto il 30 agosto 2009 da Teiluj

E poi arriva settembre.
Silenzioso e arricciato si insinua tra le pieghe del viso al risveglio, e negli angoli delle lenzuola sotto il materasso. Fa le facce buffe per strada senza guardare, ai passanti non chiede niente e nemmeno a me.
Lo riconosco dall’andatura: la sua figura esile e slanciata ondeggia su gambe appuntite e un poco storte, ha passi spigolosi e un incedere timido, e se lo guardi negli occhi sorride, come un bambino a cui fai cucusettete.
Avanza e fischietta, fischietta e saltella, ritinteggiando gli umori alla gente e le ore al cielo come una casa rimasta chiusa per parecchio tempo che si prepara a essere abitata ancora, senza chiedersi perché, solo perché è così che va.

Arriva così, come uno che è lì per caso, settembre, come a non voler prendersi nessuna responsabilità, né per la pioggia, né per gli addii.

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Chi vuol esser, lieto sia

scritto il 28 luglio 2009 da Teiluj

C’è anche un benessere fatto di attesa, d’inquietudine.

E’ quel piacere sottile che ti formicola sulle mani stanche e te le fa sudare mentre stringono, vuote, dettagli così netti che li senti già veri riempirti i solchi  dei polpastrelli.

E’ il piacere perverso e arrogante che cola a fiotti dagli occhi chiusi sbaragliando il sonno e i pensieri, amoreggiando fitto fitto come  cicale lussuriose estive.

E’ quel senso del muoversi, deciso e leggero, che gonfia d’incenso ogni passo e ogni strada, come una liturgia, come una preghiera.

Alzarsi presto, camminare, guardare fuori, pagare il conto, salutare. Contando i giorni, e i minuti, e le sigarette già spente dentro un tempo indefinito e molle, e scostante.
Ma che ti appartiene.
Violentemente ti appartiene.

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liber-tatà(n)

scritto il 6 luglio 2009 da Teiluj

Il gusto pieno della vita, no, non lo trovi nell’amaro averna; schifo.
E’ sotto gli pneumatici invadenti che mangiano strada e amari averna, come nei sogni ricorrenti delle guide ad alta velocità, dove ci sei tu e la tua guida ad alta velocità su strade che, non importa dove vanno purché vadano come vuoi tu: curve, rette, e perfino a gomito e ginocchio, perché tu le vuoi così e loro fanno così, nei sogni ricorrenti lo fanno, le strade delle guide ad alta velocità.

E’ nella sterzata adrenalinica e cantereccia tra le tue mani possenti, il gusto pieno della vita, in quelle tue mani racchiuse, strette, appassionate, attorno alla guida della tua propria esistenza, che si fa vita sul cambio in seconda, poi terza, quarta, e infine quinta e via, lontano, verso di te medesimo,  in direzione sempre più in là, oltre l’asfalto complice e il fischio aerodinamico del finestrino semiaperto, che trasuda libertà e canzoni da cantare ai girasoli e ai campi dell’estate malandrina e sudaticcia di libertà.

La libertà, non la si compra mica in saldo nei supermercati, né a prezzo pieno nei negozi più in della città. No, no. La libertà, cercala sotto le scarpe di chi fa passi lunghi e frizzanti, e salti, o nel bicchiere mezzo pieno del pazzo alcolizzato e poeta. Cercala, se la vuoi davvero, corteggiala, se riuscirai a vederla, e poi amala, amala forte la tua libertà, con le gambe con gli occhi e con la bocca va amata la libertà. Come credi altrimenti che sia possibile soffermarsi alle rive di un fiume verde-fiume e vederlo azzurro-mare?

I pazzi siete voi. Non io. I pazzi siete voi.

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dis-corsivo

scritto il 27 giugno 2009 da Teiluj

Ho sete di parole
ho fame.
Voglio sbronzarmi di vocali discinte
e consonanti doppie
voglio mangiare le gambucce cicciottine delle “g”
e condire di salsa rosa le “l” stilettine.

Voglio stendermi su un cuscino nero d’inchiostro
e sognare virgole, spazi bianchi e apici ricurvi
e poi sdrucciole e bisdrucciole,
per scomporle a piccoli morsi, educati e lenti.

Voglio spremere il succo dei puntini di sospensione
che rotolano a fine rigo
e masticare croccanti punto e a capo.

Voglio sgranocchiare ciotoline di “ch” e di “gr”
sorseggiando “s” doppio malto e “c”, dolci, senza ghiaccio.

Voglio baciare rime attraenti
e piccanti
e divorare coppe di “gl”con granella di nocciole
e tanta, tanta panna.
Poi un caffè
e il conto, grazie

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semi-ottica

scritto il 14 giugno 2009 da Teiluj

Tranci di vita in piazzole di sosta
son solo
occhi per vedere
bocche per parlare
e cuori per ascoltare
cigli di strada e ciglia
di sguardi
Venite, andiamo
è tempo di mirare
pupille nuove e case
pupilli freschi e cose
buone da mangiare.
Tranci di vita intrecciati a sospiri
buoni da guardare
saporiti da toccare
e cose belle e grandi
tutte da leccare

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