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ìn-daco

giovedì, 18 febbraio 2010

Quando sta per piovere un po’ lo sai che pioverà. Non arriva a sorpresa, la pioggia, quasi mai. Lo sai da cose piccole, come il frescolino nel naso, o da cose più evidenti come la vicina di casa che raccoglie le lenzuola stese; oppure lo sai dalle nuvole grosse in fondo al cielo, a patto, però, di essere attenti osservatori del cielo. Condizione necessaria per sapere che sta per piovere, è essere attenti osservatori del cielo o avere una vicina con delle lenzuola.

La mia vicina è partita la scorsa settimana e ha lasciato un biglietto per mettermi in guardia da possibili scrosci improvvisi per mancanza di lenzuola, così io mi esercito ripetutamente nell’osservazione del fondo del cielo, e quando tornerà, le mostrerò cosa ho imparato.
Le spiegherò che la pioggia ha un colore esatto e un odore preciso, entrambi facilmente distinguibili da altri odori e colori – come ad esempio il colore del ragù, o l’odore del ragù – tali per cui anche se sei ditratto da altre cose – compreso il ragù – non puoi sbagliarti: è la pioggia che sta arrivando.
Poi le farò vedere come si calcola la distanza della pioggia in arrivo, e la stupirò, perché questo le sue lenzuola non lo hanno mai saputo fare. Devo solo capire bene se sia possibile, calcolare la distanza della pioggia in arrivo. Ma credo di sì.

La mia vicina sarà molto sorpresa di me, soprattutto quando le parlerò a lungo delle varietà cromatiche delle cose che stanno per piovere nel momento in cui stanno per farlo e già me la immagino fare la faccia tonda quando sentirà la parola “indaco”, che io userò per lei in una frase ad effetto, escludendo, quindi “occhi” o “cielo”, e marcando fortemente l’accento sulla prima sillaba: ìn-daco.
In quel preciso momento batuffoli grossi come nuvole avranno già coperto tutto quanto, lei correrà a salvare le sue ormai inutili lenzuola e inizierà a piovere.
E allora anch’io con lei.

Olunotonda

mercoledì, 3 febbraio 2010

E che altro poteva fare se non mungere la luna?
Oh luna, oh tonda! Oh tonda, oh luna!
Se ne stava fissa lì,
sulla strada più lontana
stesa dritta sotto il cielo
e si faceva bella
cogli zompi al cuore suo
Olunotonda
e quello, intanto, la guardava di laggiù.
Minuscolo e amoroso le parlava di laggiù.
Come un micio infradiciato dalla  pioggia,
inaspettata
incandescente
lattiginosa.
Oh luna, oh tonda, le diceva
con le labbra emulsionate, con il cuore a capannetta.
E la luna lo sapeva che era notte anche da lì
perché quando il cuor di lui
un po’ più forte la stringeva
un formicolìo stellato
le accendeva il cielo blu

Rien ne va plus

sabato, 26 dicembre 2009

Eravamo io, il pesce pelotudo e lo spettro del natale presente.
Io facevo la calza, lo spettro del natale presente guardava un film su babbo natale, il pesce pelotudo, niente, faceva il pesce pelotudo.

A un certo punto lo spettro del natale presente alzò il dito e disse: “ehi pupa, molla lì quella mezza calzetta e andiamo a fare un giro” “Sei pazzo” risposi allora continuando a sferruzzare indòmita, io “non vedi che fuori è Natale?” – “Ah” – disse lui – “Eh” – dissi io – “vabbe’” – aggiunse poi – “vabbe’” – conclusi io. E il pesce pelotudo, niente, faceva il pesce pelotudo.

A un certo punto lo spettro del natale presente alzò il dito e disse: “ehi, bambola, molla lì quel groviglio di lana e andiamo a guardare la neve dalla finestra” “Sei pazzo” gli dissi ancora “non vedi che la neve è Natale?” “ma che cazzo” disse lui “quel che dico anch’io” dissi io. E il pesce pelotudo, eccetera eccetera.

A un certo punto lo spettro del natale presente fece per parlare ancora, aveva appena preso fiato, stava per tirar su quel suo dito rachitico quando io balzai come un gatto sulla sedia e con lo slancio di un felino gli saltai addosso, infilzandolo con un ferro da maglia in mezzo agli occhi. “Come non detto” disse lui. “amici come prima” dissi io. E il pesce pelotudo.

Ottobre

venerdì, 9 ottobre 2009

Ottobre è un uomo smunto che spinge un carretto di stracci.
Sorseggia nebbia e rutta indifferenza ondeggiando tra una panchina e un canto storto. Ride, poi smette, poi ride. Ubriaco e stanco ride contro la pioggia e si fa beffe del cielo, piccolo e tondo come i suoi occhi piccoli e tondi.

Ottobre è un escluso, cattivo e maleodorante che inghiotte tramonti e rigurgita brina per smentire il giorno e far cadere il sole a testa in giù tra gli sguardi pesanti e l’alito cattivo di pensieri cattivi e malaticci.

Ottobre è un malato di cuore che respira fumo e mangia ombre, cospargendosi di crema le mani e di veleno gli occhi, e i denti, per vivere più a lungo e sognare più forte gli incubi rimasti accesi alle prime luci dell’alba, quando protetto da un velo di buio nessuno può vederlo orinare sui tetti delle case e dire male delle cose.

Ottobre è un uomo smunto che spinge un carretto di stracci, e se lo incontri per strada non starlo a guardare, non vederlo, fa’ che non ci sia; soltanto, nel passare oltre, presta orecchio ai suoi sguardi randagi.

liber-tatà(n)

lunedì, 6 luglio 2009

Il gusto pieno della vita, no, non lo trovi nell’amaro averna; schifo.
E’ sotto gli pneumatici invadenti che mangiano strada e amari averna, come nei sogni ricorrenti delle guide ad alta velocità, dove ci sei tu e la tua guida ad alta velocità su strade che, non importa dove vanno purché vadano come vuoi tu: curve, rette, e perfino a gomito e ginocchio, perché tu le vuoi così e loro fanno così, nei sogni ricorrenti lo fanno, le strade delle guide ad alta velocità.

E’ nella sterzata adrenalinica e cantereccia tra le tue mani possenti, il gusto pieno della vita, in quelle tue mani racchiuse, strette, appassionate, attorno alla guida della tua propria esistenza, che si fa vita sul cambio in seconda, poi terza, quarta, e infine quinta e via, lontano, verso di te medesimo,  in direzione sempre più in là, oltre l’asfalto complice e il fischio aerodinamico del finestrino semiaperto, che trasuda libertà e canzoni da cantare ai girasoli e ai campi dell’estate malandrina e sudaticcia di libertà.

La libertà, non la si compra mica in saldo nei supermercati, né a prezzo pieno nei negozi più in della città. No, no. La libertà, cercala sotto le scarpe di chi fa passi lunghi e frizzanti, e salti, o nel bicchiere mezzo pieno del pazzo alcolizzato e poeta. Cercala, se la vuoi davvero, corteggiala, se riuscirai a vederla, e poi amala, amala forte la tua libertà, con le gambe con gli occhi e con la bocca va amata la libertà. Come credi altrimenti che sia possibile soffermarsi alle rive di un fiume verde-fiume e vederlo azzurro-mare?

I pazzi siete voi. Non io. I pazzi siete voi.

Il post che non ho scritto

mercoledì, 18 marzo 2009

Avevo iniziato a scrivere qualcosa riguardo ai tempi, quelli che vivo, quelli che ho vissuto. Una sorta di “constatazione amichevole” tra passato e presente della mia realtà percepita.
Era anche una cosa caruccia, per carità, mica la solita solfa del “quando ero giovane io”. Piuttosto una narrazione lineare, senza colpi di scena ché tanto la storia è mia e la conosco già.
Ma ecco, più scrivevo e più sentivo – fisicamente proprio – i capelli scolorirsi e le rughe scavarmi il volto, e ho avuto una gran paura. E allora ho smesso, e ho cancellato tutto. Ché quando cominci a ragionare così, quando cominci a considerare ciò che era e ciò che è – ma non come due entità a sé stanti – proprio come un’unica cosa: ciò-che-era-e-ciò-che-è, ecco, quando inizi a farlo, praticamente, sei già vecchio.
L’ho scampata bella.

Il buongiorno si vede dal mattino

mercoledì, 11 febbraio 2009

Sono le 8: 30, alzati! Ma porc..! E’ già tardi anche stamattina, dove ho messo le pantofole?  insapona, sciacqua, asciuga, spazzola, infila, allaccia, spruzza e lui è già pronto alla porta – impreca – guarda che capelli!  Un caffè mi salverà.
Buongiorno, buongiorno e buongiorno. Caffè? Uno, due,  tutti. D’accordo, posso farcela: caffettino a te, caffettino a te, ah ah! Adesso tocca a me! Cialdina trallallà, bicchierino trallallà, zuccherino trallallà, palettina trallallà -  “Svuotare cassettino cialde” – Ma Porc..! Smonta, disincastra, sgocciola, svuota, rimonta. Funziona! Cialdina trallallà, bicchierino trallallà, zuccherino trallallà, palettina trallallà – Buongiorno, caffè anche per me? – ARGH!!!!