Sottotitolo: il vantaggio di avere almeno due blog è che puoi riciclare i vecchi post

Svolgimento

(rivisto, corretto e dekappizzato) 

 

 

"prospettando l’incauta profilassi mnemonica, il substrato incognito brandisce, irridendo i latrati intrinseci che adducono gli autunni all’estasi"

 

Questa ‘perla’ me la fece leggere una persona che conoscevo tempo fa, ed io la conservo da allora perché trovo che sia una chicca sfolgorante su un certo uso dell’italiano.

Spesso ci lasciamo "intimorire" dal parlare aulico di certe persone, dal riverbero di paroloni e dal suono “difficile” di frasi che ci incutono riverenza aldilà del loro significato, per il fatto stesso che non capiamo quale arcano messaggio si celi dietro cotanto “bel parlare”.

Certo è che di gente che stupra l’italiano ne esiste parecchia,  ma questa frase mi è cara proprio perché dimostra brillantemente che a volte anche usando parole importanti, e costruendo una sintassi non semplice ma corretta, non significa che non si stiano comunque dicendo fregnacce, e se non riusciamo a capire è solo perché, come in questo caso, non c’è proprio un bel niente da capire.

Power of suggestion…

in fede Teiluj il 22 Febbraio 2008
categorie: riciclaggio pulito, società e cultura

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L’era della comunicazione via internet ci ha modificati, è sotto gli occhi di tutti: gli approcci sessuali, gli scambi confidenziali, perfino il rapporto con noi stessi, in certi casi, cambia.

Le chat, i forum, i vari messenger, i blog, i social network tutti, e le dinamiche ad essi collegate, si sono infrante come onde distruttive sul nostro secolare patrimonio comunicativo, ci hanno proiettato verso nuove simbologie, nuovi codici, nuove etichette, regole, linguaggi abitudini …

Ci parliamo da una parte all’altra del mondo come fossimo seduti alla stessa tavola o distesi nello stesso letto, ci guardiamo negli occhi da posti distanti chilometri; vogliamo ridere? Vogliamo comunicare tristezza? Stizza? Rabbia? Amore? Dubbi? Incertezze? Perplessità? C’è un’emoticon per ogni evenienza, e non ci sentiamo più neanche tanto stupidi a scrivere un “ahahaha”, un LOL, un “Rotfl”, un “asd” e chi più ne ha più ne metta.

Una vera rivoluzione che agisce nell’ambito dei rapporti umani, insomma, con gli altri, ma anche con se stessi in fatto di espressione da un punto di vista qualitativo, nel doppio significato di qualità =” modo di”, e qualità = ”spessore di”, perché diciamolo, senza metterci la faccia è tutto più facile fin dai tempi in cui si mollava il moroso per telefono piuttosto che di persona.

Ora, di tutti questi strabilianti strumenti offerti da mamma “tecnologia web2.0”, e credo di averne sperimentata una buona quota, ce n’è solo uno che non mi si confà ancora del tutto: il Twitter. E vi spiego anche perché: passi il fatto che tra gli iscritti ci siano persone che, con una frequenza che oserei definire ad intermittenza, tipo lucine di natale per intenderci, ti tengono informato su tutto, ma davvero tutto quello che stanno facendo; esempio: pincopalla si sta vestendo; pincopalla si sta mettendo le scarpe; pincopalla si sta allacciando le scarpe; pincopalla ha fatto male il fiocco quindi slaccia le scarpe; pincopalla si riallaccia le scarpe; pincopalla osserva il nuovo fiocco; pincopalla è contento dell’allacciatura delle stringhe; pincopalla slega e riallaccia anche l’altra scarpa per farla uguale.. e così via, fino a che pincopalla non annoda l’ultimo laccio della sua giornata, che tu speri sia un cappio. Dicevo, passi questo uso ossessivo compulsivo, che del resto non è un fatto nuovo ed è riscontrabile, mediamente, anche nell’uso di altri strumenti; ma c’è una cosa, su tutte, che proprio non riesco a metabolizzare: l’uso imposto, pare dalla “twitter-netiquette”, della terza persona. La terza persona per parlare di me. Ecco, io ad usare la terza persona quando parlo di me non ci riesco. Funziona bene nelle chat, la simulazione della terza persona, (il comando /me action, per intenderci), perché spezza un discorso, si frappone enfaticamente, è funzionale a rendere meglio una battuta in un determinato contesto e soprattutto è occasionale; ma parlare in terza persona, indiscriminatamente, a prescindere, sempre e comunque, no, non mi riesce!!

IO, che proprio grazie a questa nuova forma di comunicazione sono finalmente libera di dar libero sfogo al mio EGO smisurato; IO, che anche si trattasse di un mio idolo intellettuale, ucciderei se lo sentissi riferirsi a sé come fosse un altro; IO che quando esprimo il più cretino dei concetti un po’ per correttezza, ed anche, diciamolo, un po’ per compiacenza, non mi esonero mai dall’uso del “secondo ME”; IO che parlerei tutt’al più usando il NOI, per riferirmi a ME STESSA; IO; A ME; MI. E’ una questione di coerenza, cribbio.

ohhhh… adesso che si è sfogata, teiluj vi saluta e vi augura la buonanotte (…)

(AGI) - Roma, 14 feb. - Serve il numero chiuso all’università - dice Pieferdinando Casini - parlando durante la trasmissione di Santoro, Annozero - perché la selezione e il merito danno più opportunità ai giovani".

Ecco, quello che mi domando è: più opportunità per quali giovani? Quelli che riuscirebbero ad entrare comunque grazie a parentele illustri, o  quelli che invece resterebbero fuori a prescindere?

in fede Teiluj il 16 Febbraio 2008
categorie: serius materials, società e cultura

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Facciamo finta che tu mi inviti a cena. Diciamo che poi il tuo coinquilino ti dice: non ci pensare proprio, io quella non la voglio, perché è atea. Ipotizziamo inoltre che tu insista, perché oltre che atea sono anche una bella gnocca. Mettiamo che il tuo coinquilino dica: non me ne frega niente, potrebbe essere pure ricca e generosa, ma io non ce la voglio; e che per farsi meglio sentire si metta a urlare dal balcone brutte parole contro di me. Io, avrei o no il diritto di disdire la cena, alla quale sarei venuta nonostante i cattolici per casa? Ma soprattutto, che colpa ne avrei, io, se non siete buoni, voi, a mettervi daccordo??

post gemellato col The Novecento’s Post

C’è che a me il Natale piace.

Si, mi garba proprio un sacco il Natale.

Adoro le lucine per strada, adoro avere in casa l’alberello addobbato e intermittente, che se ti alzi la notte per andare a bere ti indica la strada fino al frigorifero; mi piace vedere le luci degli alberi degli altri, dentro le case; mi piace il fatto che a Natale riallacci, anche se solo per qualche giorno, i contatti con persone  che  non fanno parte della tua quotidianità ma a cui comunque vuoi bene. Mi piace scambiare i regali con gli amici; mi piacciono le pubblicità in tv, piene di marmocchietti “troppo buoni”; adoro le gif animate sui blog e  le cene di trenta, quaranta persone. Mi piacciono i babbi natale per strada che si fanno pagare per una foto con i bambini, mi piacciono i suonatori di fisarmonica che ti bussano alla porta. Adoro accumulare sotto l’albero pacchi regalo per le persone  che fanno parte della mia vita di tutto l’anno.

Il Natale, mi piace. E non me ne frega niente che sia una festa consumistica, figuriamoci: io non credo in nessun dio. Non me ne importa niente che sia solo una tradizione, ben venga l’usanza di esser buoni, non SOLO una volta all’anno, ma ALMENO una volta all’anno … perché siccome è Natale non ci fai una figuraccia a dimostrare un po’ di cuore, hai l’alibi della tradizione quindi nessuno crederà che tu sia sul serio buono,  che non va più di moda.

C’è che il Natale è forse l’unica opportunità nell’arco di tutto l’anno per dire “ti voglio bene” con disinvoltura e normalità, perché è Natale.

Quest’anno non vedrò mamma e papà. Né i miei fratelli.

Ma sento un senso di “solletico, qui,  in mezzo al petto” ponendoli in cima ai miei “ti voglio bene”.

in fede Teiluj il 20 Dicembre 2007
categorie: serius materials, società e cultura

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Ma chi l’ha inventata questa storia della “città dell’amore”?

Parigi mi è sembrata piuttosto la città della sporcizia. Per strada non ci sono semplicemente le cartacce, no; ci si trova di tutto, dai tappetini alle tende del bagno, dalle pozze di piscio (in alcune zone anche ogni due metri) agli sputi di catarro.

I cartoni e le coperte dei clochard sono il male minore, se non altro hanno un loro perché più che comprensibile.

E’ una grande città, direte voi, è nomale. Normale un corno, invece. Siete mai stati a Londra?

Anche Londra è una grande città, solo che lì non hai la sensazione che qualcuno possa accoltellarti alle spalle da un momento all’altro nemmeno se cammini di notte per vie secondarie poco frequentate. Parigi sembra una Londra parecchio degradata.

 

Persino agli Champs-Elysées, che per inciso, non sono nulla più che un vialone illuminato in cui pullulano negozi costosissimi delle maggiori aziende mondiali, persino li, dicevo, trovare una panchina su cui sedersi senza poi doversi cambiare è arduo. Certo, il quartiere latino e Montmartre sono un’altra cosa, ma parliamo di “due zone due sulla totalità”: un po’ pochino per eleggere Parigi a città simbolo dell’amore romantico.. Siete mai stati a Praga?

 

Ad ogni modo,  ho mangiato come un dio. E i profiteroles, tutti ricoperti di cioccolato NERO mi hanno commosso (in Italia, non so bene perché, è difficile che siano neri, sono per lo più marrone pallido ) tanto che ho voluto fotografarli, a futura memoria.

 

Inutile dire che il Louvre e il D’Orsey sono spettacolari, anche se non possono bastare poche ore per vedere tutto. Il Louvre, poi, sarebbe bellissimo anche vuoto.

Comunque, viaggiare per me è sempre entusiasmante; Parigi non è poi quel gioiello che si dice, ma sfatati miti e leggende  val bene un fine settimana da spezzare le gambe e piegare la schiena, per vederla con i propri occhi. E consolidare la convinzione che l’Italia sia il paese più bello del mondo.

 

Qui di seguito una chicca. Una foto scattata in metropolitana.

In caso di emergenza..

No, io ora ve lo devo chiedere:

Perché scrivete sul blog?
A cosa pensate quando ne aprite uno?
Che blog è il vostro blog?
Quanto c’è di premeditato, studiato, costruito e cosa?
Perchè vi piace girovagare qui?(nella blogosfera)
Cosa vi piace del mondo dei blog, e cosa no?
Quali risultati, aspettative, speranze, sperate o pensate si realizzino nel blog?
Cosa accomuna tutti i blog, qual è il fattore comune a tutti?

Qual è la domanda giusta da fare per capire il "Blog"?

Aggiornamento perpetuo: le domande suggerite da voi:

Rispetto a prima di aprirlo la tua vita in qualche modo è cambiata (in meglio o in peggio) oppure tutto è rimasto inalterato? (abreast)

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