Archivi per la categoria ‘società e cultura’

I sogni son desideri, dì felì cità

martedì, 24 febbraio 2009

Nel V° atto del Re Lear, Il culmine del più importante lavoro della letteratura drammatica di tutti i tempi, Shakespeare, per annunciarne la fine scrive “muore”. Tutto lì, niente fanfare, niente metafore, nessuna brillante battuta finale, “muore”. Ci voleva Shakespeare per inventare “muore”! Tutte le storie, anche quelle che amiamo, prima o poi hanno una fine, ma è proprio perché finiscono, che ne può cominciare un’altra! Dobbiamo affrontare il futuro, qualunque cosa possa accaderci, con determinazione gioia e molto coraggio!

E’ che a me le favole piacciono ancora come quando ero piccola! Ogni volta che mi capita di vedere un film come “Mr Magorium e la bottega delle meraviglie“, vado in brodo di giuggiole e per tutta la durata del racconto riesco a convincermi che le fate esistono, che il bene trionfa sempre sul male e che l’amore vince su tutto, come l’asso a briscola. Mettici poi che questo qui mi cita anche Shakespeare con grazia e devozione, e l’involuzione all’età dell’innocenza è completa. Knock out, caput, andata.

Perché in fondo l’ottimismo dei buoni sentimenti mi stordisce: tutto questo credere nella gioia, nel futuro migliore, nella pace nel mondo, nei Big Mac  senza cetriolini, in fondo, dicevo, mi rende migliore. Almeno per tutta la durata del film. E allora mi sento libera di commuovermi e di amare tutti come me stessa – che in quel momento mi amo tantissimo, perché sono buona – ascolto beata la favola e rido, rido, dentro e fuori, sopraffatta da uno stato di grazia  catatonico durante il quale familiarizzo con Biancaneve, discuto con Topolino, e osservo felice Cecco Angiolieri e la piccola fiammiferaia vagare liberi per il teatro Ariston. Praticamente una drogata, sì. Ma animata dalle migliori intenzioni.

Testamento biologico.

venerdì, 6 febbraio 2009

Sono ore di forti polemiche. Sulla vicenda di Eluana Englaro si spendono opinioni, si lanciano anatemi, si consumano conflitti d’interesse, si accapigliano fazioni, si sprecano puttanate di ogni calibro. In un tal clima sento fortemente la necessità di chiarire e mettere nero su bianco, in prima persona, un paio di cosette.

Inizierei col dire che non condivido ma rispetto le idee di chi crede in un qualsiasi dio – nel caso specifico penso al dio della chiesa cattolica – ma mi aspetto in cambio lo stesso rispetto per le mie idee di scettica, laica e soprattutto non cattolica. E’ il vostro dio, tenetevelo nelle vostre vite. La mia vita non è proprietà di nessun ente divino che scelga al posto mio, ma nemmeno statale. Lo ripeto, per maggior chiarezza: la mia vita appartiene a me. Se proprio foste interessati ad individuare delle comproprietà secondarie, le dovete cercare tra le persone che mi amano, la mia famiglia, i miei amici. Dal momento che ad oggi godo di ottima salute, e resto quindi l’esclusiva proprietaria della mia vita, e dal momento che comunque non puoi mai sapere cosa ti succederà domani, nessuno dovrà rivolgersi a nessuno, perché ve lo spiego io quel che c’è da sapere:

sono e sarò viva fino a quando potrò piangere le mie lacrime e ridere le mie risate; il mal di pancia non l’ho mai condiviso con nessuno, e questo rende mia, la mia vita. Sono e sarò viva fino a quando potrò continuare a scegliere scientemente sul mio futuro e su tutto ciò che mi riguarda in prima persona. Sono e sarò viva fino a quando sarò nel pieno possesso delle mie facoltà di essere umano: pensare, obiettare, discutere, decidere, sognare, ma anche masticare, bere e pulirmi il culo senza l’ausilio di macchine e badanti.

Non è la mia condizione di essere vivente a fare di me una persona viva; sono le mie convinzioni, le mie gioie, le mie paure, la mia coscienza, la mia volontà, la mia consapevolezza. La mia vita è mia soltanto. E se mai dovessi ridurmi ad essere solo un cumulo di carne pulsante, non esitate a finirmi. Fatelo senza indugio, perché è quello che voglio.

My Funny Moleskine

sabato, 10 gennaio 2009

Con oltre un secolo di storia alle spalle, i taccuini moleskine sono ormai inflazionatissimi. Divennero famosi per essere stati usati da grandi personalità dell’arte e della letteratura come Hemingway e Picasso tanto che, a distanza di anni dalla chiusura della prima azienda produttrice, una seconda (italiana) li riesumò, riportandoli alla ribalta: correva l’anno 1998.
Oggetto di culto, alla moda, e non semplicemente pratico, il taccuino moleskine non ha mai conquistato la mia attenzione in questi lunghi undici anni. Prima della mia personale era del web, rientravo anch’io tra i giovani (e non) con la mania dell’annotare, scarabocchiare, scribacchiare, insomma usare la penna (o la matita), solo che io usavo esclusivamente smemoranda. E quante ne ho riempite! La Treccani, in confronto, era un bignami. Alcune delle mie smemo finirono al rogo [omissis], tutte le altre le conservo ancora oggi insieme agli altri oggetti della memoria: le lettere, le cartoline, le foto, gli scontrini, i biglietti dei treni.
Iniziai, poi, a scrivere sempre meno a penna e sempre più sulla tastiera, fino ad estinguere la necessità di tenere un “taccuino”. In effetti ho praticamente smesso di scrivere su carta, e a distanza di tempo dal “salto”, realizzo periodicamente quanto questo mi manchi: l’odore della carta nuova, le pilot a punta fine, la fettuccina segnalibro appena appena sfilacciata, quel calletto sul dito medio.
Certo, cose come il Ctrl+F, o il Ctrl+X – Ctrl+V danno delle belle soddisfazioni, per non parlare della magnificenza dei sans serif, ma non è la stessa cosa. Manca, sulla tastiera, quell’impagabile senso di osmosi che scaturisce dall’imprimere ad un concetto astratto come è un pensiero, una forma concreta come può esserlo una ‘b’ panciuta, o una ‘m’ appuntita, o una ‘g’ arricciata; che raccontano di te molto di più di quanto tu già non stia dicendo, perché sono tue, e mai uguali a quelle di qualcun altro.
Ecco perché oggi, con gran ritardo sulle tendenze più originali della moda e sulle mie stesse, ho comprato il mio primo taccuino moleskine.

Capodanno

venerdì, 28 novembre 2008

Riporto testualmente da Wikipedia:

Sempre citando Wikipedia, per noi:

Capodanno (da capo d’anno) è il primo giorno dell’anno. Nel mondo moderno cade il 1º gennaio del calendario gregoriano in uso ai fini civili in tutto il mondo, e nella larghissima maggioranza degli Stati è un giorno di festa. Per le popolazioni che seguono il calendario giuliano, ad esempio alcune chiese ortodosse, ai fini strettamente religiosi l’inizio dell’anno viene celebrato nel giorno corrispondente al 14 gennaio gregoriano.

Bellissima la storia di (cito ancora) Sant’Eligio (morto nel 659 o nel 660), che redarguì il popolo delle Fiandre dicendo loro: “A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica”.

Ecco. Il bello del Capodanno risiede principalmente nella tradizionale e rituale contravvenzione a questa pseudo-regola.
“Embé?” – direte voi.
Niente. E’ che oggi piove.

L’ istruttore di acquagym

mercoledì, 12 novembre 2008

Una vita dedicata al nuoto e a tutte le discipline ginniche legate all’acqua gli si è scolpita addosso: spalle larghe, fianchi stretti, gambe nerborute, braccia asciutte e costumino da bordo piscina.
Età media delle donne che affollano (guarda caso) le sue lezioni a quell’ora: 60 anni.
Niente di strano.
Quel che invece non credevo avrei mai ascoltato è uno scambio del tipo:

- Ma oggi non c’è il nostro istruttore?
- (sguardo perplesso) Ma sono io
- Uh scusa! Con i pantaloni non ti riconoscevo!

La lingua batte dove il dente “duole”

lunedì, 13 ottobre 2008

Penso che gli sms non abbiano svilito il linguaggio: ormai c’è un tale tasso di ignoranza che se uno si sforza di scrivere è comunque un bene. Ogni forma di scrittura anche se abbreviata, contaminata, deviata, imbastardita è sempre meglio che non scrivere nulla.

Dacia Maraini

Computerese, webbese, smessese: l’italiano di oggi. Espressioni come K6, SXO, XKE’, CMQ, XO’, pullulano sui nostri cellulari; termini come POSTO, BLOGGO, SPAMMO, FOLLOWO, REDIRECTO infestano il nostro linguaggio quotidiano. Ma non è tanto di questo che mi cruccio, ché tutte le lingue vive, in quanto tali, si modificano nel tempo (seppur con gran tormento dei puristi). Nutro piuttosto nostalgia per un certo italiano scritto, quello dei libri, degli scrittori. Quello che si differenziava dal parlato per ricchezza lessicale e grammaticale. Così succede che anche storie molto belle come, ad esempio, quella de “La solitudine dei numeri primi” (ma è una tendenza generale) siano scritte in un linguaggio semplice, scarno, periodi brevi e pochi virtuosismi: tipico del parlato appunto.

Mi si obietterà che è solo un bene.
Eppure non riesco a convincermene. Chi non legge solo per assimilare storie ma anche per godere della scrittura stessa, comprenderà la mia malinconia per le subordinate eleganti, gli aggettivi ricercati, le allegorie sinuose.
Il dizionario italiano è pregno di poesia …

Prendi una donna, trattala male

giovedì, 18 settembre 2008

Sulle riviste femminili trovi veramente tutte le risposte e le informazioni di cui hai bisogno per una vita piena ed appagante. A patto di essere cerebrolesi, chiaro. Oppure femmine, che è un buon inizio.
C’è l’angolo della posta, dove l’espertoinqualunquecosa da poche battute capisce tutto di te, cara amica lettrice, ed individua sempre la soluzione giusta ai tuoi problemi coniugali-sessuali-identitari-professionali-sociali. C’è lo spazio del pettegolezzo, anzi no, “gossip” che fà più “trendy”: chi ha tradito chi, questo mese tra i vip? Di vitale rilevanza per la conservazione della specie, se ne conviene. O ancora, lo spazio moda per esser sempre aggiornati sui colori più in voga, prima ancora che lo diventino. Questione di vita o di morte.
Un’altra rubrica, immancabile, è quella dedicata alla cura del proprio corpo, quella con sottotitoli del tipo:”guida pratica e veloce per dire addio ai peli superflui”; “dieci consigli per eliminare i calli dai piedi senza dover ricorrere alla smerigliatrice”; “sette chili in sette giorni, la dieta adatta a te”.
Ecco. “La dieta adatta a te”. Questa oltre che interessante è anche curiosa. Chi te lo dice che è adatta a me? Io, non ho bisogno di una dieta dimagrante. Semmai il contrario.
Allora cambio rivista, magari su una seconda troverò davvero la “dieta adatta a me”, una bella dieta che non faccia dimagrire, ma ingrassare: “cinque chili in cinque giorni“.
Ma neanche sulla mia seconda rivista femminile trovo una dieta ingrassante. Ne sfoglio quindi una terza, una quarta, una quinta, ma nulla. Nessuna rivista femminile mi consiglia una dieta che non sia dimagrante. Se voglio dimagrire, posso farlo in tremila modi diversi: mangiando alghe per un mese, ruminando cavoletti lessi per due, suggendo liquidi lattigginosi direttamente da confezioni ergonomiche e senza l’ausilio della dentiera, incrociando le braccia sulla testa tra un boccone e l’altro, o saltellando su un piede a tempo di musica col piatto in mano.
Ma non c’è una sola rivista, nemmeno una, che mi suggerisca una dieta “adatta a me”, che di tutto avrei bisogno, fuorché di dimagrire. Dionna mi fulmini, se dico il falso.

E’ così oggi ho imparato che i magazine femminili sono letti solo dalle donne grasse. Con seri problemi esistenziali, lo sapevo già.