Archivi per la categoria ‘serius materials’

Testamento biologico.

venerdì, 6 febbraio 2009

Sono ore di forti polemiche. Sulla vicenda di Eluana Englaro si spendono opinioni, si lanciano anatemi, si consumano conflitti d’interesse, si accapigliano fazioni, si sprecano puttanate di ogni calibro. In un tal clima sento fortemente la necessità di chiarire e mettere nero su bianco, in prima persona, un paio di cosette.

Inizierei col dire che non condivido ma rispetto le idee di chi crede in un qualsiasi dio – nel caso specifico penso al dio della chiesa cattolica – ma mi aspetto in cambio lo stesso rispetto per le mie idee di scettica, laica e soprattutto non cattolica. E’ il vostro dio, tenetevelo nelle vostre vite. La mia vita non è proprietà di nessun ente divino che scelga al posto mio, ma nemmeno statale. Lo ripeto, per maggior chiarezza: la mia vita appartiene a me. Se proprio foste interessati ad individuare delle comproprietà secondarie, le dovete cercare tra le persone che mi amano, la mia famiglia, i miei amici. Dal momento che ad oggi godo di ottima salute, e resto quindi l’esclusiva proprietaria della mia vita, e dal momento che comunque non puoi mai sapere cosa ti succederà domani, nessuno dovrà rivolgersi a nessuno, perché ve lo spiego io quel che c’è da sapere:

sono e sarò viva fino a quando potrò piangere le mie lacrime e ridere le mie risate; il mal di pancia non l’ho mai condiviso con nessuno, e questo rende mia, la mia vita. Sono e sarò viva fino a quando potrò continuare a scegliere scientemente sul mio futuro e su tutto ciò che mi riguarda in prima persona. Sono e sarò viva fino a quando sarò nel pieno possesso delle mie facoltà di essere umano: pensare, obiettare, discutere, decidere, sognare, ma anche masticare, bere e pulirmi il culo senza l’ausilio di macchine e badanti.

Non è la mia condizione di essere vivente a fare di me una persona viva; sono le mie convinzioni, le mie gioie, le mie paure, la mia coscienza, la mia volontà, la mia consapevolezza. La mia vita è mia soltanto. E se mai dovessi ridurmi ad essere solo un cumulo di carne pulsante, non esitate a finirmi. Fatelo senza indugio, perché è quello che voglio.

Santo Stefano

venerdì, 26 dicembre 2008

Non è stato un Natale esemplare. Non per me, imbevuta come sono di quell’idea di Natale che impera da sempre nella mia famiglia. L’idea del Sacro, sì, ma di una sacralità che va ben oltre il significato religioso. L’idea del Religioso sì, ma di una religiosità fatta di cose terrene, umane, fatta di carne e sangue.
No, non è stato un Natale esemplare.
Mi ero messa a letto, per leggere un po’, e poi senza riuscire a dormire eccomi di nuovo in piedi; allora riaccendo il laptop, e un messaggio di papà mi ricorda che è passata la mezzanotte, ed è il mio onomastico.
Insieme agli auguri, una frase, che restituisce il senso del mio stato d’animo, ed allo stesso tempo mi coccola, come una carezza sul viso. No, di più: come la carezza di papà sul mio viso.

Le persone viaggiano per stupirsi
delle montagne, dei fiumi, delle stelle..
e passano accanto a se stesse senza meravigliarsi
(S. Agostino)

Riciclando vecchi post

domenica, 30 novembre 2008

..perchè io ambisco a vivere emozioni forti, di quelle che ti lasciano senza fiato. Adrenalina al massimo per esperienze intense, di quelle che ti danno un brivido incomparabile ed irripetibile. E “lei” sembra saperlo, senza ch’io faccia nulla per lasciarglielo intendere…

- fanno 18 euro. Ci vediamo alla prossima ceretta -

Odi et amo

giovedì, 13 novembre 2008

- E mi raccomando, non fare passare altri 5 anni prima di tornare!
- Si zio.
- E ricordati che sei calabrese!
- Certo zio.
- Non sei romana!
- Si zio.

Al di là della confusione geografica familiare che induce mio zio – forse per l’aereo che prendo – ad associare la mia residenza a Pescara con una non meglio identificata cittadinanza romana, Reggio Calabria, la città in cui non sono certo nata ma che altrettanto certamente mi ha ospitato per più tempo – 21 anni – è per me un luogo stregato, quasi mistico.

Reggio Calabria è la città dei miei ricordi eterni. Della mia infanzia e della mia adolescenza. E’ la città dei miei esami di maturità e delle mie prime bravate. Dei giri in motorino, dei falò in spiaggia la sera, delle sbornie con gli amici e dei fine settimana chiusa in casa in punizione. Reggio Calabria è la città del mio primo bacio, e delle mie prime lacrime d’amore.
Ma è anche la città che mi ha inferto la sofferenza più grande ch’io abbia provato in tutta la mia vita.
Tutti ne hanno una, di sofferenza “più grande”. La mia, affonda le sue radici a Reggio Calabria. E non è mai finita.

Il sedici agosto di sette anni fa presi un treno di sola andata dalla stazione di Reggio Calabria; era l’inizio della mia età adulta, della mia indipendenza. Era l’inizio. Lontano da Reggio Calabria. Da allora io sono cresciuta, sono cambiata; ho visto cose, ho fatto cose, ho continuato a ridere e anche a soffrire, ho continuato a vivere, dilatando sempre di più la frequenza delle mie visite a Reggio Calabria. Perché quando negli occhi hai collezionato mille orizzonti nuovi, quel che prima ti andava stretto, diventa soffocante. Quel che ricordavi discreto, improvvisamente è mediocre. E quel che mai hai dimenticato è sempre lì, e si fa beffe di te che scappi via per non pensarci. Sì, scappi via. Così finisce che non ci vorresti mai tornare, a Reggio Calabria, e quando sei costretta, fai in modo che la permanenza sia il più breve possibile.
Potenza del dolore. Che ti strappa via la serenità, la sminuzza, la mastica, e la risputa chissà dove. Per non restituirtela mai più.

Sono tornata a Reggio Calabria la scorsa settimana perché, ancora una volta, c’era di che preoccuparsi a Reggio Calabria, perché c’è sempre di che preoccuparsi a Reggio Calabria. Ospedali, paura, tensione, caos.
Poi, finalmente, la mia mamma lascia l’ospedale e con lei torna a casa il suo e il nostro sorriso. E anche Reggio Calabria sembra sorridere.
Stavolta, ripartendo, sono persino riuscita a sentire un po’ di quella nostalgia che a Reggio Calabria non concedo più da anni e, sorvolando in aereo la città, a riconoscere che quando viene la sera qualcosa di magico sullo stretto, succede ancora.

Lungomare Reggio Calabria - Tramonto

Lungomare Reggio Calabria - Tramonto

Quando i drammi son degli altri..

giovedì, 28 agosto 2008

..tendiamo a sottovalutarli, riuscendo quasi a restarne indifferenti. Quante volte: leggendo i quotidiani, guardando i telegiornali, leggiamo, ascoltiamo notizie atroci di omicidi, di stupri, di violenza continuando serenamente a mangiare la nostra pastasciutta, o a scrivere il nostro post sul blog. Spesso, molto spesso, i drammi degli “altri” li percepiamo con la stessa predisposizione d’animo che abbiamo durante una fiction, durante un film. Perchè non ci riguardano. E’ la natura umana. Più son distanti da noi, dalle nostre mura, dai nostri affetti, e meno ci “toccano” le schifezze di questo mondo, che di dolore, di violenza, di brutalità ne perpetra ogni giorno in misura raccapricciante, tanto che se, invece, ci soffermassimo a prestarvi attenzione, e valutarlo come “affar nostro”, piangeremmo proporzionalmente alla nostra dignità di uomini. E se questo non fosse auspicabile, se non altro ci impegneremmo tutti ogni giorno ( con l’attenzione nell’educazione dei figli fino ad arrivare alla sensibilizzazione nelle piazze) perché atrocità di questo tipo diminuiscano, magari fino a scomparire.

La notizia del sucidio di Valentina, avvenuto nel luglio di quest’anno, dopo sei anni dal trauma dello stupro subìto a 22 anni, e mai superato, ha fatto il giro del web, e sebbene toccante, triste, non arriva tanto al cuore nella sua reale tragicità finché non scopri che quello che per te è solo il nome dell’ennesima, sfortunatissima vittima di un destino ingiusto e bastardo, era l’amica di qualcuno che via blog conosci già, e che ne parla, nel suo blog, come potrebbe chi ha perso un’amica nelle circostanze più ingiuste ed ingiustificabili, e che per questo fa male due volte.

Tutto l’ottimismo e l’amore per il mondo si sgretolano di fronte a cose del genere, e non bastano tutti i perché di cui ci si può tormentare a dare sollievo e dignità ad una realtà così abominevole.

Oggi, grazie ad Emma, son fortunatamente costretta a rispolverare un insegnamento che avevo già avuto dalla vita, ma che come molti, per comodità, per leggerezza, per desiderio di serenità, tendo spesso a mettere da parte: non bisogna mai pensare che le tragedie, i drammi, capitino sempre solo agli “altri” e che noi ne siamo immuni, e non solo perchè un giorno potremmo malauguratamente scoprire che non è così, ma anche perché la sofferenza, il dolore di chi quei drammi li vive è reale, vero e lancinante. E merita rispetto ed impegno. Se è vero che siamo Uomini.

L'albero di Valentina
“L’albero di Valentina” nascerà nel mese di settembre a Casale Monferrato nella speranza di creare una rete con associazioni di altre città per poter scambiare conoscenze e consigli e poter offrire veramente un aiuto concreto alle donne, quelle vittime di violenza e quelle che, ora bambine, sperano e credono in un mondo migliore.

Del perché vorrei un figlio

sabato, 26 luglio 2008

C’è chi fa figli per moda. Chi perché “arrivano”, e davanti al fatto compiuto è difficile dir di no. C’è chi i figli li fa perché è così che sua madre, o suo padre, o tutt’e due, gli hanno insegnato dev’essere, per reputarsi un uomo (donna) realizzato (realizzata).

Io no. Io vorrei un figlio, o una figlia, il sesso non è un particolare importante, perché amo talmente tanto la persona con cui vivo che non so immaginare una “ciliegina sulla torta” della mia felicità amorosa, più significativa ed emblematica di un figlio insieme. Io vorrei un figlio perché mi sento così piena di ideali compresi, di valori da tramandare, di esperienza da trasmettere, di amore ed emozioni acquisiti e conquistati nel corso della mia esistenza, da considerarli un patrimonio troppo prezioso e ricco perché vada disperso “senza infamia né lode” come fossero una qualunque, delle banali, ed insignificanti conquiste che tutti possono fare nel corso della propria esistenza. Come se anche la mia, quindi, fosse un’esistenza qualunque, insignificante e banale.
Io, vorrei un figlio perché già lo amo, quel figlio, quando sbadatamente mi capita di pensare a cosa io farei, se avessi un figlio, per quel figlio.

Non voglio chiamarlo istinto materno; non so nemmeno se ce l’ho, quel fantomatico istinto. Io, così impulsiva, così passionale, così istintiva, così bambina io stessa; così attaccata alla vita, e che sia intensa, anche quando questa fa di tutto per convincerti che noi, ammassi di cellule umane, siamo solo comparse in un tempo indefinito ed infinito di eventi troppo complessi e incontrollabili, più grandi di noi, ed imprevedibili, per arrogarci il merito, o demerito che sia, di uno soltanto degli innumerevoli accadimenti che si rincorrono. Inesorabili, imprevedibili, inaspettati.

Mi sento già in ritardo sulla tabella di marcia per il ruolo di madre. Ma, mio figlio, io lo amo da sempre e mi manca ogni giorno, quando osservo il mondo che scorre davanti ai miei occhi, ed al contempo immagino quello che vorrei.

Ieri come oggi

mercoledì, 16 luglio 2008

L’uomo migliore che abbia mai conosciuto, ha i miei stessi occhi, ed io i suoi. Porta sempre con sé il ricordo del tempo, passato, ma mai finito. E’ l’uomo migliore del mondo, per i suoi sorrisi sornioni, e le sue risate beffarde. Ha il cuore grande, quanto i piazzali dei lunapark, e come quelli straripa di zucchero filato. Quel che gli devo vale più di una vita, né la mia potrà mai valere tanto da ringraziarlo abbastanza. E’ l’uomo senza il quale non avrei mai imparato il meglio di quel che so, quello che sono, e tutto quel che non sono. Perchè lui conosce meglio di chiunque altro l’inestimabilità della ricchezza, quella vera, fatta di strizze al cuore e di sorrisi, e di giochi da bambino, di sogni forti come un abbraccio e lacrime d’amore, che senza di lui, non avrei mai imparato a saper sentire, in mezzo al rumore del mondo, e dell’altra gente. Tutta quella gente che non sa niente dell’anima, e non sa niente del cuore malgrado sia convinta di crederci.

Buon compleanno papino.