E’ mia abitudine, di tanto in tanto, soffermarmi ad osservare la mia vita come dall’esterno; considerare uno spazio di tempo più o meno significativo e analizzarne l’andamento.
Riflettevo sul fatto che ho ormai quasi trent’anni. Si, è ufficiale, sta diventando il mio chiodo fisso, e scritto a lettere - trent’anni - pesa anche di più. Riflettevo sul fatto che effettivamente nel corso degli anni sono cambiata; non semplicemente cresciuta, ma proprio cambiata. Riflettevo sul fatto che sono sempre più avvezza a gestire il mio universo con un atteggiamento pragmatico, composto, razionale. Riflettevo sul fatto che ho limato nel tempo quella porzione di me più introspettivamente “patetica”, nel senso greco del termine, arrivando, oggi, quasi a vergognarmene, ad esempio rileggendo il mio blog più datato. E non solo per l’uso spropositato di k e la totale incuria nel gestire virgole e spazi. Riflettevo sul fatto che probabilmente ho trascurato di proposito, spinta da errate associazioni, quel mio modo di essere. Inconsciamente, ma di proposito. Riflettevo sul fatto che con ogni probabilità invece, era proprio quella, la parte migliore di me.
citazione del giorno:
“Non scriviamo e leggiamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore.. sono queste le cose che ti tengono in vita.”
John Keating (L’attimo fuggente)
Son cresciuta a suon di “fagli vedere chi sei”, oppure “sei la migliore, certo che ce la farai” o ancora “non avevo nessun dubbio che ci saresti riuscita” e via dicendo.. Frasi che mi hanno accompagnato fin dall’infanzia da parte dei miei insegnanti, si, ma prima ancora e soprattutto da parte dei miei genitori.
Ricordo che quando facevo il quinto ginnasio, travolta dai dèmoni adolescenziali, mi balenò per la mente l’idea di abbandonare la scuola. Molte delle mie amiche di allora lo avevano già fatto, non mi sembrava poi così strano. Allora, ormai convinta, lo comunicai a mio padre: “ho deciso di lasciare la scuola”. La scuola non era mai stato un problema per me prima di quell’anno, per cui vacillare in due o tre materie mi pareva una ragione sufficiente per concludere la mia carriera scolastica. Ricordo ancora la faccia di mio padre alla notizia: non era arrabbiato, no. Ma così scuro in volto per qualcosa che riguardasse me, non l’avevo mai visto; ricordo perfettamente la delusione ed il dolore che la mia decisione gli procurava, perché simbioticamente li sentivo anche dentro di me. Lo avevo pugnalato. Per tutta una giornata non fece altro che parlarmi, pungolarmi, incalzarmi, ripetendomi che stavo sottovalutando me stessa, che potevo ancora farcela, perché ero io. Che dovevo ancora farcela, perché ero io. Le sue parole mi mortificarono allora, perché lo avevo ferito, perché lo avevo deluso, ed io lo amavo e lo amo ancora troppo per sopportare di esser causa di un suo dolore. Mi chiusi in camera. Piansi. Mi sentii una fallita, prima di allora non mi era mai successo. Ma le parole di papà, la fiducia di papà che avevo disatteso, continuavano a girarmi in testa (e nel cuore) e a quel punto il mio vero fallimento si era spostato dall’idea della scuola, all’idea di aver tradito papà. Ancora chiusa in camera, e ancora in lacrime presi il mio libro di antologia senza rendermi conto che avevo già cambiato idea. Papà bussò alla porta della mia cameretta, entrò, mi vide piangere sul mio libro e, serio, come si è seri per le cose importanti, ma con la voce dolce, come si è dolci con gli amori importanti, mi disse, senza aggiungere mai più altro, quel fatidico: “fagli vedere chi sei”.
Oggi sono una donna testarda e caparbia, e anche se la paura di deludere chi mi considera speciale mi accompagna come un’ombra, anche se non concepisco nemmeno l’idea di poter fallire, con tutte le implicazioni emotive che questo comporta, guardo a ciò che ho fatto. Guardo a cosa ho conquistato con le mie risorse, e sono felice. Fiera. Orgogliosa. A tratti insopportabile. Ma mi compiaccio autoironicamente della mia vanità, e rido al telefono con la mia mamma, che ancora oggi mi ripete: “certo che sei la migliore” nonostante io le ripeta che è sfacciatamente di parte, perché provo per me stessa tutto l’amore che loro, mamma e papà, provano per me.
Hanno fatto un ottimo lavoro con me, e le mie debolezze sono ben poca cosa in confronto alle mie forze. Di questo, non gli sarò mai grata abbastanza.
A proposito del massacro che si sta consumando in Tibet ad opera del governo cinese in questi giorni, guardavo oggi questo articolo ed in particolare due righe dell’ultimo paragrafo in cui si legge:
l’Unione europea sembra propensa a boicottare la cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici di Pechino in segno di protesta contro la repressione in Tibet.[...]non partecipare alla cerimonia inaugurale avrebbe "un impatto meno negativo" di un eventuale boicottaggio totale dei Giochi.
Ecco, penso già da qualche giorno al fatto che, con il cuore, nel mio piccolo, sarei per un boicottaggio esteso alla Cina in generale, e non solo ai prossimi giochi olimpici che ospiteranno (boicottaggio, per altro, che pian piano va ridimensionandosi nei programmi).
Ma è chiaro ed evidente a tutti che, anche se non lo si dice proprio ad alta voce, questo incrinerebbe i rapporti economici con i cinesi, da cui noi occidentali dipendiamo fortemente su molti fronti, ed inciderebbe significativamente sul nostro assetto economico e sociale.
Tanto più che anche solo immaginare di indispettire al punto da rischiare eventuali scontri bellici, un paese che, solo per dirne una, conta da solo un sesto della popolazione planetaria, non è una prospettiva rassicurante.
Ci penso io che non sono nessuno, figurarsi quanto di più ci pensino i vari grandi della terra.
Ma allora io mi domando: il fatto che il governo cinese tenga il resto del mondo sotto scacco anche mentre compie palesi massacri, il fatto che l’UE si interroghi su quale possa essere "l’impatto meno negativo", non significa forse che di dritto o di rovescio anche noi che cinesi non siamo subiamo la loro dittatura?
in fede Teiluj il 19 Marzo 2008
categorie: serius materials, società e cultura
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Il sindaco di Milano la proposta l’ha lanciata per la sua città: un kit antidroga nelle mani di 34 mila famiglie per scoprire se i figli dai 13 ai 16 anni si drogano o no. Ma ieri è stata Livia Turco, ministro della Salute, a raccogliere l’idea di Letizia Moratti. «È una proposta che valuto con un certo interesse— ha detto —. Bisogna fare in modo che si arrivi ad un consumo nullo delle droghe, ma per questo serve educazione e formazione ». [fonte]
Mentre i politici si tirano addosso l’un l’altro, cercando una collocazione politica al kit antidroga per le famiglie (è di destra, no è di sinistra, no no è di destra, allora sei di destra, traditore, si si sei un voltagabbana, no non hai capito niente, ah ah faccia di serpente e così via), le famiglie lo contestano eticamente e presuntuosamente, sempre nello stesso articolo citato, infatti si legge:
sono una madre non una poliziotta. Io da padre mi sarei accorto se mia figlia aveva a che fare con la droga.
Il che, naturalmente, nella maggior parte dei casi, a meno di non avere in casa un figlio tossico all’ultimo stadio, è una cazzata stratosferica. I genitori sono di solito gli ultimi a sapere che il figlio si droga, fondamentalmente per due motivi: primo, i ragazzi se vogliono tenerti nascosto qualcosa, ci riescono benissimo (ma quando si diventa genitori si dimentica di esser stati figli?); secondo: i genitori, in quanto cittadini italiani, soffrono di una profonda disinformazione sulle dinamiche "droga", oltreché di un rifiuto istintivo ad accettare anche solo il pensiero che loro figlio, il loro perfetto figlio, possa avere a che fare con la droga.
Per render conto alle significative (?) e degne di nota (?) disquisizioni politiche in merito, sottolineo che a me, la Moratti, mi sta ampiamente sullo stomaco, MA ciò nonostante mi trovo daccordo in questo caso e penso che far la guerra al kit antidroga per le famiglie, sia anacronistico, presuntuoso e, non ultimo, da emeriti imbecilli.
in fede Teiluj il 14 Marzo 2008
categorie: consigli appassionati, serius materials, società e cultura
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Pensare di tornare a lavorare a pieno regime, dopo quasi due anni di fancazzismo interotto solo per brevi periodi, mi riempie di gioia e di ansia al contempo. L’eccitazione è frutto di quella curiosità e di quella smania di misurarmi con me stessa, che le piccole sfide personali da sempre mi infondono. L’agitazione deriva dai mille interrogativi che inevitabilmente mi pongo, sia riguardo alla nuova esperienza in cui sto per imbarcarmi e tutto ciò che comporta, sia riguardo al nuovo assetto che attende la mia quotidianità, da lungo tempo scandita da risvegli comodi, da impegni contenuti, e da responsabilità piuttosto elementari. Le abitudini, specie se piacevoli, è difficile cambiarle da un giorno all’altro, e anche solo prepararsi a farlo può rivelarsi impegnativo, emotivamente parlando. Stamattina, per esempio, ha squillato un cellulare in casa prima delle 08.00, e prima della sveglia, e prima che Lui fosse in piedi. Normalmente non avrei sentito né il cellulare, né la sveglia, né Lui che spegne la sveglia e si alza. Oggi, invece, ho anticipato tutti, secondo squillo compreso. Sono in tensione come una bambina di 5 anni il giorno prima di iniziare le elementari. Ho tanta di quella adrenalina a spasso per le vene che se facessi un test per l’antidoping, mi arresterebbero per spaccio. Ed è fantastico.
in fede Teiluj il 3 Marzo 2008
categorie: serius materials, sproloqui
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Non vorrete andar via senza lasciare neppure un commento, vero?

Uff... a quante cose mi tocca pensare...
Mmmh, quante cose interessanti ho da leggere oggi...
Che fai, spii?
Ma non sono proprio carine queste cosette?

Torno dopo la pubblicità...








E questi chi sono???


