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dieci minuti

domenica, 29 agosto 2010

Ti passo a prendere io, tra dieci minuti.
Mi metto le scarpe comode per camminare
e quei jeans che mi guardavi da dietro
quella volta che andavo via
ché ho voglia che tu mi guardi.

Esco di casa tra dieci minuti
cammino e canticchio  quella canzone che ridevamo insieme
quella volta che andavamo via insieme
ché ho voglia di andare via.
Tra dieci minuti.

Mi metto in viaggio tra dieci minuti, in dieci minuti sono da te.
Ti chiamo appena arrivo, ti chiamo per nome
tu ti giri verso di me
mi vedi e mi sorridi
e corri, su per le scale
come quella volta che ridevi correndo le scale
verso di me

ché ho voglia che tu mi sorrida incontro
tra dieci minuti
per dieci minuti almeno.

Corollario

giovedì, 25 marzo 2010

Alla fine non conta niente, disse, e fu l’inizio.
Mi vedete? Sì? Voi credete di vedermi, e io voi. La realtà dei fatti è invece un freddo nulla che ci separa alla nascita e ci tiene lontani per tutta la durata della vita. Io, te, loro, quelli là, uguali a niente. Predicati nominali con l’eco, rumori di petto, materia inutile. Questo è, questo siamo. E non fare quella faccia, su, hai la faccia da aggettivo qualificativo, guardati. Non guardare me.
Poi prese un bicchiere dallo scolapiatti e ci versò un punto fermo, nero e logoro come un cuore vecchio e logoro sbattendo due o tre subordinate sul tavolo.
Tieniti pure il resto.  A me non serve più.

Era il cinque di Aprile

martedì, 7 aprile 2009

Il fatto è che uno pensa che la sua vita sia sua, e che niente e nessun possa interferire.
Uno pensa che le cose succedano sempre agli altri, che le cose che vede dentro il televisore siano lontane, che sì, dispiace, ma, cazzo, mica posso disperarmi per tutti, ho già i miei pensieri, ognuno pensasse ai suoi. Uno pensa che sì, una volta espressa la solidarietà il mio l’ho fatto, mica posso farmi carico dei problemi degli altri. E poi, ci ho da fare ci ho.

Ma poi arriva una cosa tipo il terremoto. No, senza tipo: il terremoto. E nel giro di pochi secondi tutto quel “gli altri” diventa il tuo PIU’ NIENTE. Venti fottuti secondi e diventa un “non succede solo agli altri”. E ti è andata anche di lusso se è un “non succede solo agli altri”, perché vuol dire che ti sei cagato sotto per venti secondi, che sembrano pochi, ma in realtà ci sta dentro un mucchio di roba: la mia famiglia, non voglio morire, i miei amci, non voglio morire, l’estate sta per arrivare, non voglio morire, la mia casa, non voglio morire, la mia vita, non voglio morire. Non voglio morire. Tutto, tutto in quegli stramaledetti venti secondi. E ti è andata di lusso, perché hai la merda nelle mutande ma anche tutto il resto è ancora lì. Gli affetti, la libreria, le mutande di ricambio, il dentifricio, il phon, lo scottex, le padelle, il cuscino, il secco, il vetro, la plastica il gatto e quel rompipalle del vicino. Ti assicuri anche che stia bene, il vicino, e con lui tutta la sua famiglia. E lo abbracceresti, quel verme, perché è salvo. Siete salvi. La vostra vita è salva.

Il fatto è che se ti va male in venti secondi hai perso TUTTO.
Tutto.
Tutto.
E ti chiedi perché.
E ti chiedi come.
Era la tua casa.
Era la tua vita.
Erano i tuoi cari.

E, magari, vorresti esser morto.