A Chiare Lettere

Prima dell’utilizzo leggere attentamente il foglietto illustrativo

Elucubrazioni mentali notturne

5Novembre

Esistono blog tristi, e blog felici. O meglio: esistono blog in cui il tenore predominante è malinconico, nostalgico, fortemente introspettivo e meditativo,  criptico, noir. Altri in cui il cazzeggio è la chiave di volta, l’ironia il portone,  la satira e lo sberleffo le finestre sul cortile e grasse, grasse risate di sottofondo il cortile verdeggiante.

Il mio è un blog felice. Lo tratto bene, lo nutro con amore, gli cambio l’acqua regolarmente,  e lui cresce serenamente. Ho avuto anche io un blog triste. Era insicuro, timido, e si nascondeva  dietro metafore e allegorie per non esporsi. Però parlava bene. Probabilmente era persino più educato e rispettoso del mio blog attuale, anche se meno di compagnia con quel suo costante muso lungo .

 

E allora mi torna in mente una mia professoressa di lettere della prima media.

Lei adorava Leopardi, era una sua “fan” sfegatata. Le sue ore di lezione erano persino imbarazzanti a volte, quando arrivammo a Leopardi, perché era capace di piangere. Si , piangeva tanto le piaceva.

Fu lei a pronunciare una frase tanto significativa quanto inquietante che mi torna in mente tutte le volte che mi trovo di fronte a testi belli, ma profondamente tristi.

Disse esattamente così: Leopardi scriveva quel che sentiva, e quel che sentiva era una profonda inadeguatezza. La sua condizione di storpio lo tormentò per tutta la vita. E noi dobbiamo esserne felici, perché se così non fosse stato, oggi non avremmo avuto tanta e tale poesia..

 

Ora, sorvolando sulle mie personali considerazioni riguardo a Leopardi, il suo intento era quello di  rendergli omaggio.

Ma tutto sommato io credo che fosse proprio stronza.

Piove, senti come piove

22Ottobre

Lo so.

Lo so che state tutti aspettando il post della mia intervista.

Ma oggi piove.

Il rumore della pioggia è insistente e costante, sembra non volersi fermare più. Fa freddo, e dal cielo grigio grigio, là fuori, arriva poca luce. Grigia anche lei. Le ruote delle auto sulla strada poco distante sottolineano gli scrosci e si mescolano al vento. E la mia meteoropatia galoppa.

Così l’umore si fa denso, i sensi si introvèrtono, e i pensieri fioccano pesanti su immagini ovattate e sogni intrisi di miele e vagiti. L’universo si restringe, tutto compresso in un unico boato sordo. E tu, e noi.  E un insistente ritornello sul cuore. La poesia che sento, e quella che adesso vorrei ascoltare.

 

Ok, parentesi patetica conclusa. Per riprendervi, guardate pure questo video:

Vuoi giocare? E allora giochiamo

17Ottobre

Ragazzi, ragazze, amici, amiche, sconosciuti  e sconosciute  tutte e tutti che (in due o tre) avete contribuito a gonfiare il contatore di questo blog di scarso interesse (giacché per il resto il contatore si è pasciuto dei miei F5, ovviamente). Ebbene, a voi, tre o quattro gatti dicevo: A Chiare Lettere sta per raggiungere le ventimila visite e in nome di questo “evento” la sottoscritta, nonché unico inutile gestore di questo inutile spazio, ha deciso di indire un inutile concorso a premi. Inutili. La coerenza come prima cosa.

Il concorso sarà vinto da chi segnerà la ventimillesima visita (mi asterrò dalla mia F5-compulsione, prometto) ed il premio per colui  il quale, o colei la quale, collegandosi  segnerà l’accesso  numero 20.000, sarà niente poco di meno che un’esclusiva intervista.

A me.

Un onore insomma.

Io non aspirerei ad altro.

Cazzo ridete?

Mi impegno a pubblicare le domande (da inviare tramite Splinder in privato) scelte dal/dalla vincitore/vincitrice di questo magnifico concorso  corredate dalle mie risposte. In versione integrale.

Giuro.

 

Occhio al contatore.

E Sotto a chi tocca.

AGGIORNAMENTO DI FINE CONCORSO:

 

clicca per ingrandire la prova

il vincitore con tanto di prova è il fortunatissimo, ne converrete con me, KarmaGS.

A lui l’onore di stilare un’intervista alla sottoscritta, che verrà pubblicata appena completa delle mie risposte

Crisi d’identità

15Ottobre

Ehi, pss pss, dico a te. Si, te. Proprio te, che guardi con quella faccia lì, ti sto parlando, diamine, smettila di fissarmi e dimmi, piuttosto: mi conosci?

 

No, perché io in questo momento non capisco bene che ci faccia qui. Che ci faccio qui?

Hai visto per caso da dove arrivavo? Mi sai dire cosa ci ero venuta a fare qui?

 

Telefono, indirizzo, cognome, nome. Li sai?

 

Ehi! No dai, dove vai! Aspetta!

 

Ho una penna in mano, e nell’altra un taccuino. Sono una giornalista per caso? Una studentessa che si è smarrita? Una spia una cartomante un paroliere una poetessa una turista? Cosa sono?

 

E’ una casa questa? Vedo delle finestre aperte, ninnoli sui mobili. Che strano mobilio.

Oh! Dove scappi! E perché eri qui? Se sei venuto qui allora avevi un motivo per venire qui. O eri di passaggio? Che motivo avevi? Ne avevi?

 

E poi, chi sei tu?

 

E io, chi sono?

Il pneumatico/ Lo pneumatico

9Ottobre

Forse non tutti sanno che, la grammatica italiana ha accettato (?) solo di recente l’articolo “il” o “un” davanti alla parola “pneumatico”. Già. L’accezione corretta vorrebbe che si dicesse “uno pneumatico, lo pneumatico, gli pneumatici”. Ma ormai nessuno lo usa più . Ormai  esiste una cospicua maggioranza che dice “il pneumatico, un pneumatico, i pneumatici”.

 

Embè? Direte voi. E’ un esempio, dico io.

 

Personalmente rimango ancora legata all’articolo che spezza la sequenza di consonanti, alla norma grammaticale di quando andavo a scuola io. Ma solo le lingue morte non cambiano, e bisogna accettare che l’uso abbia la meglio sulle regole. E’ questo che fa di una lingua, parlata e scritta, una lingua viva.

 

Embè? Direte voi. E’ un esempio, calma, dico io.

 

Mia nonna è morta. Mia nonna non ha avuto il tempo di imparare le nuove tecnologie. Mia nonna forse “pneumatico non l’ha mai detto in vita sua, ma se voleva parlare con i suoi figli usava il telefono, e le sembrava un miracolo che stando a Reggio Calabria potesse sentire la voce di suo figlio a Bologna. Mia nonna forse avrebbe voluto dirlo a tutti quali erano le cose che le sembravano miracoli, ma era già tanto, per lei, aver imparato a comporre i numeri dei figli sul telefono.

 

Embè? Direte voi. E’ una metafora, suvvia.

 

Mia nonna, Internet, non ha avuto il tempo di scoprire cosa fosse. Perdeva soldi e tempo a telefonare in giro per l’Italia per scambiare due chiacchiere, per raccontare cosa le faceva male, e non sapeva che avrebbe potuto, a costo zero, fare un elenco dei suoi acciacchi e pubblicarlo su un blog. Si sarebbe alleggerita di ciò che voleva dire, forse avrebbe cercato di instaurare un rapporto amoroso con un dottore di Ravenna, forse avrebbe solo sfogato i suoi lamenti senza per questo sentirsi dare della noiosa. Perché, fra tutti,  in rete esiste di certo qualcuno che l’avrebbe trovata interessante. La rete, oggi, è il mondo stesso. Il mondo di oggi.

 

Mia nonna però è morta prima di impararlo.

 

Embè? Direte voi. Embé una cippa dico io. Rompicoglioni..

 

 

 

Sottotitoli alla pagina 777

 

Aggiornamento del 22/10/07

 

A Chiare Lettere lancia la campagna "Io dico LO!", per avversare l’uso improprio dell’articolo "il" davanti alla parola "pneumatico". Chiunque volesse sostenere l’iniziativa può prelevare il bannerino:

 

 

 

L’ e-trasloco

1Ottobre

Andava fatto.

Ci ho pensato a lungo, ma alla fine è stata una scelta obbligata. Lo so, lo so, che mi perderò per strada un mucchio di link, perché la pigrizia è più forte della volontà di aggiornare le vostre liste, ma non avevo altra scelta.

Insomma, si sa come va con i blog, no? Un giorno sei lì che scrivi cagate e straparli e spari a zero su amici e parenti e il giorno dopo ti han sgamato il capo ufficio, gli amici ignari delle risate fatte alle loro spalle, la maestra di tuo figlio,  tuo figlio e tua nonna. Con tutte le conseguenze del caso. Ecco. E non è più divertente. Ecco. Sei lì che scrivi, e tutto a un tratto ti senti gli occhi addosso. Ecco. E mio padre mi ha sgamato il blog. Cacchio. E’ una questione di pudore, di prAivaSi. Cacchio. Uffa. Che palle.

"tanto non mi scandalizzo", dice lui. Si, ma a me vien da scrivere "acciderbolina" dove invece ci metterei un "porca puttana" al pensiero che papino, per il quale ho tanto, troppo rispetto mi sta leggendo.

Porca puttana! Oh! Ora si! Ah!

Prossimamente le foto di Teiluj nuda.

Ehm, ok, non esageriamo.

 

 

S.D. Demenza Senile

19Aprile

Da considerarsi adesione rivista alla catena passatami a suo tempo dal cattomoderasta apostolo hubrys.

Io e quella scatola luminosa che tutti usano chiamare TV, siamo due entità appartenenti ad universi diversi. Me ne dimentico persino l’esistenza se sono in casa da sola, vivo benissimo senza, se è accesa significa che esiste un’altra presenza umana nello stesso ambiente, e anche in quel caso la mia soglia di tolleranza si esaurisce allo scadere, al massimo, dei due tempi di un film di durata media.

Tanto per dire, film che tutti hanno visto tipo Pulp Fiction, io l’ho visto solo di recente; Matrix, per dirne un’altra, non l’ho ancora mai visto; insomma non sono esattamente una “cultrice” di cinematografia, e men che meno di televisione in senso più generale. Ma dal momento che ciò nonostante sono comunque un essere umano, e divido il mio tempo con esseri umani più umani di me, qualche film nel corso della mia vita l’ho visto anch’io. E posso dire, con assoluta fermezza, che quello che più ho subìto, ancor più della trilogia del signore degli anelli (e quindi veramente stratantissimo), rimane ad oggi A.I. Intelligenza Artificiale, di Spielberg del quale ne vado a far recensione.

Dunque ci troviamo nel futuro, la gente non è libera di riprodursi quando ne avrebbe voglia, perché esiste un fortissimo problema di sovrappopolazione e quindi per accoppiarsi senza preservativo bisogna avere il permesso scritto del governo. Poi c’è una coppia tristissima perché il loro unico figlio è in coma, e per questo si sentono repressi come genitori, e siccome non possono farsene un altro perché il governo non vuole, vanno alla fabbrica dei Mecha, robot in tutto simili agli umani, e affittano un robot-bambino Mecha, tale David. Poi però il figlio in coma si riprende, e allora i due genitori modello decidono di abbandonare nel bosco il robottino, che tanto non era neanche troppo simpatico e da questo momento inizia la fase “tafazziana” del film come se fin qui non fosse stato già abbastanza patetico. Dal momento dell’abbandono unico chiodo fisso di David, il bambino Mecha, è ritrovare la mamma, quella stronza, aggiungo io, ma l’unica che David conosce, vuole farci pensare il regista. La prima ora del film, che ne dura in tutto 5 o 6, o almeno tante mi pare di ricordarne, già basterebbe, ma invece no, Spielberg si inerpica sugli specchi per il resto del film cercando evidentemente un finale che sembra non riuscire a trovare; il risultato ricorda un po’ quei librettini in cui a fine capitolo si metteva il lettore davanti a più opzioni del tipo: se vuoi che il protagonista apra la porta vai a pag 34, se vuoi che si lanci nel vuoto, vai a pagina 56. Una roba così, solo che Spielberg dopo avervi mandato a pag 34, vi fa lo stesso leggere anche l’opzione di pag 56, e per di più vi cambia la trama a sorpresa.

Dopo tre ore di film, David è ormai un misto tra Pinocchio, E.T., Pollicino, Hansel e Gretel, e Indiana Jones, tale è la quantità di patetici, nonché inutili intrecci che Spielberg riesce a partorire e a sovrapporre, e voi siete li ad autofustigarvi già da circa un’ora e un quarto, quando cioè avevate avuto il primo (e non unico) sentore che il frame successivo sarebbe stato quello del THE END. Unico effetto suspance e sorpresa del film in effetti.

L’ultimo secolo di film vi proietta in uno scenario che ormai non riconoscete più, ma non serve controllare l’adesivo sul dvd, nessuno l’ha sostituito a vostra insaputa, è solo il regista che si è incartato e non sa più come uscirne. Quando dopo dieci anni arriva la tanto attesa schermata della FINE, voi state già piangendo da due mesi invocando l’eutanasia. Per David, e per voi stessi.

La sensazione che rimane, perché il ricordo tende ad autorimuoversi, è quella di aver visto tre film diversi. Tutti e tre di merda.

Passo amorevolmente la catena, tanto per cambiare modificata, a Novecento, ChesterWilliams e campanellino, i quali potranno decidere se recensire un libro di merda e/o un flim di merda

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