Certe volte penso.
Certe volte penso rumorosamente, tanto forte da non poter fare a meno di sentirmi.
Ma non succede poi così spesso.
Sono brava a pensare in silenzio normalmente.
Sono bravissima a pensare di nascosto, di solito. Certe volte invece no.
E allora mi sento.
Ed è allora che piango meglio.
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ma mica sempre
venerdì, 26 febbraio 2010Nell’atto semplice del respirare
domenica, 1 novembre 2009E mentre aspetto la sera per tornare a casa, l’odore delle caldarroste e un solletico insistente, buono ad abbassar le ciglia.
Uno, due, tre pensieri in viaggio dalla pancia al cuore e mani intirizzite a
gonfiarmi le tasche, ad arrossarmi le guance.
Qualche fantasma, poche streghe, nessun santo in circolazione per via dell’ora tarda e uno strascico lungo, lunghissimo, di parole d’organza a coprirmi le spalle, a umettarmi la cervice; e gli occhi. E il petto, gonfio d’autunno moribondo, del buio, batte di un cuore distratto, come assente, fuori sincrono rispetto ai piedi, fuori circolo rispetto alle vene, fuori da me rispetto a me. Eppure tanto mio da bruciarmi le narici nell’atto semplice del respirare. Inspirare, espirare.
Novembre
mi cammina di fianco
e gocciola carne e sangue.
Noir
domenica, 20 settembre 2009“Ecco cosa farò” disse, facendo dei capelli una treccia per nascondere l’inquietudine. Prese a camminare lungo un portico, svoltò due volte per il semplice bisogno di spezzare la linearità arrogante del percorso, raggiunse una scalinata, la evitò cambiando strada ancora, e quando fu sul suo seicentoseiesimo passo arrestò le gambe e i pensieri, esattamente come si arresta un criminale. Bruscamente.
Chiudendo gli occhi vide bene il cielo, immenso e lontano e l’aggredì il silenzio della notte. Probabilmente era inverno, dato che aveva freddo, quindi si rimise in cammino stringendo i pugni e i denti per non cadere. Giunse infine a un portone conosciuto e chiuso, si fermò e si sentì risucchiare dall’asfalto pesante. Un tocco, due tocchi, e un uomo aprì la porta. Senza dire una parola aprì la porta, fece un cenno col capo e chiuse la notte fuori, per proteggerla, o per ignorarla.
La donna con la treccia si mise a sedere, estrasse dalla tasca un temperino, lo portò al viso e si cavò gli occhi. Prima uno, poi l’altro, lasciando fiottare sangue sul pavimento e sulle pareti, rumorosamente. Si cavò gli occhi, lasciandoli rotolare su un sostegno casuale e vide il cielo, immenso e lontano.
Si alzò in piedi, sorrise, riprese l’uscio, e il buio l’inghiottì.
Se-t’embre
domenica, 30 agosto 2009E poi arriva settembre.
Silenzioso e arricciato si insinua tra le pieghe del viso al risveglio, e negli angoli delle lenzuola sotto il materasso. Fa le facce buffe per strada senza guardare, ai passanti non chiede niente e nemmeno a me.
Lo riconosco dall’andatura: la sua figura esile e slanciata ondeggia su gambe appuntite e un poco storte, ha passi spigolosi e un incedere timido, e se lo guardi negli occhi sorride, come un bambino a cui fai cucusettete.
Avanza e fischietta, fischietta e saltella, ritinteggiando gli umori alla gente e le ore al cielo come una casa rimasta chiusa per parecchio tempo che si prepara a essere abitata ancora, senza chiedersi perché, solo perché è così che va.
Arriva così, come uno che è lì per caso, settembre, come a non voler prendersi nessuna responsabilità, né per la pioggia, né per gli addii.
Chi vuol esser, lieto sia
martedì, 28 luglio 2009C’è anche un benessere fatto di attesa, d’inquietudine.
E’ quel piacere sottile che ti formicola sulle mani stanche e te le fa sudare mentre stringono, vuote, dettagli così netti che li senti già veri riempirti i solchi dei polpastrelli.
E’ il piacere perverso e arrogante che cola a fiotti dagli occhi chiusi sbaragliando il sonno e i pensieri, amoreggiando fitto fitto come cicale lussuriose estive.
E’ quel senso del muoversi, deciso e leggero, che gonfia d’incenso ogni passo e ogni strada, come una liturgia, come una preghiera.
Alzarsi presto, camminare, guardare fuori, pagare il conto, salutare. Contando i giorni, e i minuti, e le sigarette già spente dentro un tempo indefinito e molle, e scostante.
Ma che ti appartiene.
Violentemente ti appartiene.
dis-corsivo
sabato, 27 giugno 2009Ho sete di parole
ho fame.
Voglio sbronzarmi di vocali discinte
e consonanti doppie
voglio mangiare le gambucce cicciottine delle “g”
e condire di salsa rosa le “l” stilettine.
Voglio stendermi su un cuscino nero d’inchiostro
e sognare virgole, spazi bianchi e apici ricurvi
e poi sdrucciole e bisdrucciole,
per scomporle a piccoli morsi, educati e lenti.
Voglio spremere il succo dei puntini di sospensione
che rotolano a fine rigo
e masticare croccanti punto e a capo.
Voglio sgranocchiare ciotoline di “ch” e di “gr”
sorseggiando “s” doppio malto e “c”, dolci, senza ghiaccio.
Voglio baciare rime attraenti
e piccanti
e divorare coppe di “gl”con granella di nocciole
e tanta, tanta panna.
Poi un caffè
e il conto, grazie







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