Archivi per la categoria ‘dati di fatto’

Testamento biologico.

venerdì, 6 febbraio 2009

Sono ore di forti polemiche. Sulla vicenda di Eluana Englaro si spendono opinioni, si lanciano anatemi, si consumano conflitti d’interesse, si accapigliano fazioni, si sprecano puttanate di ogni calibro. In un tal clima sento fortemente la necessità di chiarire e mettere nero su bianco, in prima persona, un paio di cosette.

Inizierei col dire che non condivido ma rispetto le idee di chi crede in un qualsiasi dio – nel caso specifico penso al dio della chiesa cattolica – ma mi aspetto in cambio lo stesso rispetto per le mie idee di scettica, laica e soprattutto non cattolica. E’ il vostro dio, tenetevelo nelle vostre vite. La mia vita non è proprietà di nessun ente divino che scelga al posto mio, ma nemmeno statale. Lo ripeto, per maggior chiarezza: la mia vita appartiene a me. Se proprio foste interessati ad individuare delle comproprietà secondarie, le dovete cercare tra le persone che mi amano, la mia famiglia, i miei amici. Dal momento che ad oggi godo di ottima salute, e resto quindi l’esclusiva proprietaria della mia vita, e dal momento che comunque non puoi mai sapere cosa ti succederà domani, nessuno dovrà rivolgersi a nessuno, perché ve lo spiego io quel che c’è da sapere:

sono e sarò viva fino a quando potrò piangere le mie lacrime e ridere le mie risate; il mal di pancia non l’ho mai condiviso con nessuno, e questo rende mia, la mia vita. Sono e sarò viva fino a quando potrò continuare a scegliere scientemente sul mio futuro e su tutto ciò che mi riguarda in prima persona. Sono e sarò viva fino a quando sarò nel pieno possesso delle mie facoltà di essere umano: pensare, obiettare, discutere, decidere, sognare, ma anche masticare, bere e pulirmi il culo senza l’ausilio di macchine e badanti.

Non è la mia condizione di essere vivente a fare di me una persona viva; sono le mie convinzioni, le mie gioie, le mie paure, la mia coscienza, la mia volontà, la mia consapevolezza. La mia vita è mia soltanto. E se mai dovessi ridurmi ad essere solo un cumulo di carne pulsante, non esitate a finirmi. Fatelo senza indugio, perché è quello che voglio.

My Funny Moleskine

sabato, 10 gennaio 2009

Con oltre un secolo di storia alle spalle, i taccuini moleskine sono ormai inflazionatissimi. Divennero famosi per essere stati usati da grandi personalità dell’arte e della letteratura come Hemingway e Picasso tanto che, a distanza di anni dalla chiusura della prima azienda produttrice, una seconda (italiana) li riesumò, riportandoli alla ribalta: correva l’anno 1998.
Oggetto di culto, alla moda, e non semplicemente pratico, il taccuino moleskine non ha mai conquistato la mia attenzione in questi lunghi undici anni. Prima della mia personale era del web, rientravo anch’io tra i giovani (e non) con la mania dell’annotare, scarabocchiare, scribacchiare, insomma usare la penna (o la matita), solo che io usavo esclusivamente smemoranda. E quante ne ho riempite! La Treccani, in confronto, era un bignami. Alcune delle mie smemo finirono al rogo [omissis], tutte le altre le conservo ancora oggi insieme agli altri oggetti della memoria: le lettere, le cartoline, le foto, gli scontrini, i biglietti dei treni.
Iniziai, poi, a scrivere sempre meno a penna e sempre più sulla tastiera, fino ad estinguere la necessità di tenere un “taccuino”. In effetti ho praticamente smesso di scrivere su carta, e a distanza di tempo dal “salto”, realizzo periodicamente quanto questo mi manchi: l’odore della carta nuova, le pilot a punta fine, la fettuccina segnalibro appena appena sfilacciata, quel calletto sul dito medio.
Certo, cose come il Ctrl+F, o il Ctrl+X – Ctrl+V danno delle belle soddisfazioni, per non parlare della magnificenza dei sans serif, ma non è la stessa cosa. Manca, sulla tastiera, quell’impagabile senso di osmosi che scaturisce dall’imprimere ad un concetto astratto come è un pensiero, una forma concreta come può esserlo una ‘b’ panciuta, o una ‘m’ appuntita, o una ‘g’ arricciata; che raccontano di te molto di più di quanto tu già non stia dicendo, perché sono tue, e mai uguali a quelle di qualcun altro.
Ecco perché oggi, con gran ritardo sulle tendenze più originali della moda e sulle mie stesse, ho comprato il mio primo taccuino moleskine.

Cena a casa di amici con infante

sabato, 25 ottobre 2008

Ci eravamo visti l’ultima volta all’inizio dell’estate. Poi il lavoro, il doppio lieto evento, e le solite motivazioni stupide che tengono lontani gli amici anche per lungo tempo, oltrepassati i 35 anni (che io ancora non ho, n.b.), hanno fatto sì che solo stasera, dopo mesi, siamo riusciti ad organizzare una cena insieme, tutti e sei. Anzi no, tutti e otto ormai: stasera abbiamo infatti sperimentato la “cena con amici infante-dotati”. E’ andata più o meno così: arriviamo dagli infante-dotati ospitanti prima degli altri due amici, infante-dotati anche loro, entriamo, io consegno il nostro presente per la cena, il regalo del compleanno che avevo comprato tre mesi fa, il regalo per la nascita del piccolo, postdatato anche quello dal momento che il piccolo ha già 4 mesi. Non ci si vedeva da tanto, avevamo da recuperare.
Lei ha l’aria stanca: il piccolo “oggi è piccioso“, e stargli dietro rende nervosi. Il piccolo, non appena mi avvicino, mi afferra per un dito e non sembra più tanto “piccioso”, tanto che il suo papà comincia a trattare sul prezzo del mio indice miracoloso. “La zia Teiluj stasera fà da baby-sitter, amore”. Deglutisco.
Quando arrivano anche gli altri due amici infante-dotati, si và giù a dare una mano, ché il passeggino in ascensore non entra. Faccio quindi la conoscenza del mio secondo “nipote” che non è ancora arrivato e già mi guarda in modo preoccupante. E’ la volta del tour in casa nuova, io l’ho già fatto per cui “sta’ con zia Teiluj, amore” sussurra amorevole la sua mamma mentre me lo mette in braccio, “solo un consiglio, attenta ai capelli”. Faccio in tempo a carpire il messaggio che il pupo ha già affondato le sue morbide, tenere e veloci manine nei miei capelli. Però lui sorride.

Star dietro alla cena non è facile con un bimbo che richiede attenzioni, per cui “zia Teiluj” regge l’infante1 mentre mamma e papà portano in tavola; poi zia Teiluj regge l’infante2 ché almeno mamma finisce di mangiare, zia Teiluj ripiglia l’infante1 mentre arriva in tavola il secondo; zia Teiluj restituisce l’infante1 e prende l’infante2, poi rende l’infante2 per poter reggere l’infante1, e poi riprende l’infante2 che, ormai stanco si addormenta tra le braccia di zia Teiluj che passeggia avanti e indietro da venti minuti. Sui tacchi.

Adesso lo so, a cosa servono le zie putative.

Caruso

lunedì, 22 settembre 2008

Se c’è una persona dei tempi del liceo che, fra tutte, ricordo con sincera nostalgia è il mio professore di fisica e matematica. Non ha mai usato un libro di esercizi – se non per i compiti a casa – lui gli esercizi li improvvisava alla lavagna. Prendeva il suo bel pezzettino di gesso, se lo rigirava fra le dita per un paio di minuti e poi sussurava categorico “scrivete”. Io che non sono mai stata un genio in matematica restavo imbambolata per una manciata di secondi prima di iniziare a copiare: dovevo gustarmela, tutta l’adorazione che nutrivo per quell’uomo che improvvisava le espressioni, così, come io potrei improvvisare una pernacchia. Un dio ai miei occhi. Elegante e composto, un vero signore, era capace però di fulminarti con uscite spiazzanti se dall’alto dei tuoi 15 anni di liceale cercavi, o anche solo pensavi di farlo fesso. Infatti non ci provava nessuno da quando mortificò con una battuta – che capimmo, per la verità, solo a distanza di una settimana – il galletto di turno.

Era l’insegnante con cui potevi parlare di tutto, che ogni tanto si lasciava anche scappare dei poco accademici “cazzo” o “stronzo”. Era il suo modo per conquistare la nostra fiducia. Senza con questo perdere mai la sua autorità su di noi. Insegnare matematica al liceo classico dev’essere triste, per uno che ti calcola a mente 35467 diviso 342 nello stesso tempo che a te serve per metterlo in colonna. Io lo stimavo ancor di più pensando a questo e quasi quasi mi dispiaceva che gli fossimo toccati noi – liceo classico – l’emblema di chi fugge la matematica.
Ma il suo essere speciale si spingeva al di là delle sue capacità prettamente logiche; ci ascoltava e ci parlava come un padre – di più – come un padre che fa gli occhi tristi se hai un problema. Non ricordo nessun altro insegnante che l’abbia fatto. Gli occhi tristi per un mio problema, intendo.
Ho imparato molte più cose da lui, che non dall’insegnante di filosofia, per dire, perché lui contestualizzava tutto, estrapolava concetti e li ricuciva ad arte addosso ai suoi discorsi. E ciascun discorso, si rivelava ogni volta un’utile lezione di vita. Come quella volta che in risposta a una domanda sciocca e provocatoria, piegò Kant al suo volere dicendo: non mi incazzo quasi mai per quello che gli altri dicono di me: ogni giudizio è proporzionale alle capacità di chi lo esprime.* Io mi son detta: – cazzo, è vero! – e ancora oggi, ogni volta che mi ritrovo a pensare a quella perla di saggezza, vorrei rivederlo per dirgli “grazie!”

..ma non l’ho trovato neanche su FaceBook!

*la citazione di kant è – ogni giudizio è proporzionale alle capacità di chi lo esprime

Sport? Sto cercando di cominciare

venerdì, 5 settembre 2008

Sottotitolo: Non voglio mica smettere di bere e di fumare

1. il massaggio dell’acqua svolge un’azione benefica sui tessuti adiposi e aiuta a combattere la cellulite
2. la muscolatura si assottiglia ed è più elastica e tutta la figura ne trae giovamento sia a livello fisico, sia a livello estetico
3. l’allenamento continuo degli addominali e dei muscoli solitamente poco sollecitati, che altrimenti tendono a inflaccidirsi
4. tonifica e rimodella tutto il corpo senza far sentire su chi la pratica troppo lo sforzo, infatti l’acqua alleggerisce il peso corporeo e attutisce la sensazione di fatica
5. rende la circolazione più attiva
6. il rischio di farsi male e di incorrere in traumi è minimo, infatti la pressione sulle articolazioni è nulla
7. anche la colonna vertebrale è tutelata in quanto non è soggetta a contraccolpi
8. si fa fatica ma senza sudare
9. rinvigorisce cuore e polmoni
10. è una terapia consigliata in caso di artrosi
Non dimentichiamo poi che non occorre saper nuotare. Questo tipo di ginnastica ha effetti benefici su gran parte del nostro corpo, sarà per questo che è adatta a tutti, da 0 a 90 anni!

Stando alle informazioni reperibili su google, sarebbero questi i principali benefici dell’acquagym.
Mia cognata, sempre fresca e bella come una rosa malgrado compia gli anni tutti gli anni e che per questo rappresenta il mio massimo punto di riferimento in fatto di cura del corpo, ha già il costumino pronto, il calendario completo e l’abbonamento pagato. L’inverno scorso ho sempre avuto una scusa per declinare, di volta in volta, i suoi inviti ad accompagnarla in piscina. Oggi, sto rivalutando l’idea di praticare seriamente una qualsiasi attività fisica, laddove l’avverbio “seriamente” sottintenda qualcosa di più impegnativo del semplice “alza le chiappe dalla sedia per raggiungere l’auto / alza le chiappe dall’auto per raggiungere la sedia” .
Anche perché, diciamolo, non sono immune agli effetti catastrofici del tempo che passa (si, passa anche per me) declinabili sommariamente nelle forme “forza di gravità ” e/o “decadimento strutturale”; a loro volta riassumibili ed assimilabili al concetto di “natura puttana“.
Quest’anno, credo che sarò più motivata a darmi una mossa non appena rimetterò mano al mio guardaroba invernale che impietosamente affosserà la mia figura esile in un perfetto stile “manico di scopa”.
Va da sè che riprendere qualche chiletto smarrito qua e là, rientra necessariamente nei miei buoni propositi di settembre.

E comunque so nuotare. E non ho ancora 90 anni.

Tutti al mare

martedì, 8 luglio 2008

mare calabria

Tropea, Calabria: acqua limpida e cristallina

La classifica annuale delle Bandiere Blu, conta il maggior numero di spiagge in (nell’ordine) Toscana, Marche, Liguria ed Abruzzo in base ad alcuni criteri che non riguardano solamente la qualità dell’acqua, ma anche la gestione ambientale, i servizi offerti e la sicurezza. Insomma vince chi offre più divertimento e comodità, chi ha gli stabilimenti balneari più fighi, chi più fa girare soldi. Anche se il mare (che, vorrei ricordarlo, è l’ acqua dal bagnasciuga in poi) è sporco. Come dire: ti servo un piatto di merda, ma su un piatto d’argento. Vuoi mettere.
Ora, partendo dal presupposto che conosco i mari di cui parlo (eccezion fatta per le Marche), voglio ammorbidire i toni, e dire che, si, effettivamente i servizi sono importanti, molto importante la gestione ambientale, importantissima la sicurezza, e le regioni di cui sopra hanno, qua e là, qualche spiaggetta meritevole anche per la bellezza del mare. Ma io ho trascorso 20 anni della mia vita in Calabria. Per vent’anni ho fatto il bagno in acque che l’adriatico e la versilia si sognano. E se c’è davvero qualcosa che mi manca della Calabria lasciata ormai da sette anni, è proprio il suo mare. Il mio mare, in questo caso. Limpido, azzurrissimo, pulito. Quello in foto, per intenderci.
Il giorno in cui la Calabria riuscirà a riemergere dallo stato di abbandono turistico (in questo caso) in cui versa attualmente, non avrà bisogno di altre risorse economiche per arricchirsi (oltre che portare più ricchezza a tutto il paese), e vincere tutte le bandiere blu che oggi, per incuria e cattiva amministrazione (regionale, ma non solo) non ha, nonostante sia dotata di una ricchezza naturale che chi non conosce, non può immaginare.

Photo by tropeaholiday

30 giugno, 30 anni

lunedì, 30 giugno 2008

trent\'anni

Inaspettatamente non è cambiato nulla: niente rughe improvvise, nessun dolore al risveglio, i capelli non han cambiato colore e riesco persino a fare le scale esattamente come ieri. Tutto uguale quindi.
Tranne quel numeretto malefico che pesa come un macigno sulla coscienza che ho di me stessa, togliendomi la libertà di considerarmi ancora una preadolescente e costringendomi a pensarmi, senza via di scampo, adulta.
Tanto da averne soggezione e domandarmi se dovrei darmi del lei, come si fa con gli adulti, per l’appunto.
Potrò ancora ballare sui tavoli senza sensi di colpa? Potrò farmi ancora le codine anche per andare a lavorare? Potrò dire le parolacce per sentirmi grande e fare il dito medio a chi mi farà arrabbiare? Ma soprattutto, potrò ancora essere leggera, spensierata e impertinente conservando la stima dei miei coetanei (e oltre)?

Son domande retoriche, nessuno si azzardi a rispondere!
Una cosa seriamente, però, devo dirla: Grazie. Grazie a tutti quanti mi hanno dedicato un pensiero pubblico, cercata privatamente, o addiritura speso del tempo per confezionarmi degli audio-auguri! E siete tanti. Non mi aspettavo tanto affetto, e ne sono felice. Di cuore, grazie a tutti!