Sono ore di forti polemiche. Sulla vicenda di Eluana Englaro si spendono opinioni, si lanciano anatemi, si consumano conflitti d’interesse, si accapigliano fazioni, si sprecano puttanate di ogni calibro. In un tal clima sento fortemente la necessità di chiarire e mettere nero su bianco, in prima persona, un paio di cosette.
Inizierei col dire che non condivido ma rispetto le idee di chi crede in un qualsiasi dio – nel caso specifico penso al dio della chiesa cattolica – ma mi aspetto in cambio lo stesso rispetto per le mie idee di scettica, laica e soprattutto non cattolica. E’ il vostro dio, tenetevelo nelle vostre vite. La mia vita non è proprietà di nessun ente divino che scelga al posto mio, ma nemmeno statale. Lo ripeto, per maggior chiarezza: la mia vita appartiene a me. Se proprio foste interessati ad individuare delle comproprietà secondarie, le dovete cercare tra le persone che mi amano, la mia famiglia, i miei amici. Dal momento che ad oggi godo di ottima salute, e resto quindi l’esclusiva proprietaria della mia vita, e dal momento che comunque non puoi mai sapere cosa ti succederà domani, nessuno dovrà rivolgersi a nessuno, perché ve lo spiego io quel che c’è da sapere:
sono e sarò viva fino a quando potrò piangere le mie lacrime e ridere le mie risate; il mal di pancia non l’ho mai condiviso con nessuno, e questo rende mia, la mia vita. Sono e sarò viva fino a quando potrò continuare a scegliere scientemente sul mio futuro e su tutto ciò che mi riguarda in prima persona. Sono e sarò viva fino a quando sarò nel pieno possesso delle mie facoltà di essere umano: pensare, obiettare, discutere, decidere, sognare, ma anche masticare, bere e pulirmi il culo senza l’ausilio di macchine e badanti.
Non è la mia condizione di essere vivente a fare di me una persona viva; sono le mie convinzioni, le mie gioie, le mie paure, la mia coscienza, la mia volontà, la mia consapevolezza. La mia vita è mia soltanto. E se mai dovessi ridurmi ad essere solo un cumulo di carne pulsante, non esitate a finirmi. Fatelo senza indugio, perché è quello che voglio.