ɐʇuıɔuı ǝɹǝssǝ ıp ıǝɹǝʇʇǝdsos ıuoızɐnɹʇsǝɯ ǝl ǝʇɐʌıɹɹɐ àıƃ oɹǝssoɟ ıɯ uou ǝs
˙ʌʇ ɐʇuɐʇ opɹɐnƃ ǝ ‘ǝɹǝƃƃǝl ıp ɐılƃoʌ oɥ uou ‘ǝɹǝʌıɹɔs ıp ɐılƃoʌ oɥ uou ˙ıpoɹd ouɹǝʌoƃ oɯıʇln,llǝp ǝlıqɐʇsuı ùıd è ǝɹoɯn oıɯ lı ˙ɐɹdosoʇʇos ‘ɐʇɐssods ‘ɐıɟuoƃ oʇuǝs ıɯ ˙ɐǝsnɐu ɐl oɥ

Ovvero, la comunicazione rappresentativa.
Si chiama comunicazione rappresentativa quella strategia comunicativa grazie alla quale, quando istintivamente saresti così:

puoi invece essere percepito così:

traendone vantaggio nel corso di approcci relazionali di natura lavorativa, o altra, laddove il buon esito del confronto comunicativo sia auspicabile. Ma vediamo qualche esempio:
Prendiamo un’espressione come “Hai rotto i coglioni, l’hai capito o no che te ne devi andare?”. Grazie alla comunicazione rappresentativa potremo trasformarla in frasi di più sinuose fattezze, come “Ho un improvviso quanto inaspettato senso di fastidio al bassoventre, forse avrei bisogno di una pausa”.
Semplice no? Grazie a questo splendido strumento verbale non diremo più cose tipo “Ma vai a cagare, imbecille” perché potremo dire, ad esempio “Non trovi anche tu che la nuova carta igienica sia particolarmente soffice e setosa?”. E via dicendo.
Adottando questo sistema, i vostri rapporti di lavoro , di famiglia, di coppia e quant’altro, miglioreranno in un batter d’occhio, e nessun istinto potrà più comprometterli.
Si raccomanda un giretto in luoghi aperti e solitari per un urlo liberatorio di tanto in tanto.
William Shakespeare
23 aprile 1564, 23 aprile 1616. Ed oltre.
Non dolci baci l’aureo sole sparge
sulle stille di rosa mattutina
quanto i tuoi occhi in freschi raggi accendono
la notte rugiadosa alle mie guance.
Né luna argentea tanto lucente
in seno a liquido abisso risplende
quanto risplendi tu nelle mie lacrime.
Tu brilli in ogni lacrima che piango;
e ciascuna è un cocchio che ti porta.
Tu cavalchi trionfante la mia pena.
Le mie lacrime gonfie di dolore
ti mostreranno la tua stessa gloria.
Ma non amar te stessa, o delle lacrime
farai specchi; e ancor più dovrò piangere.
mia regina, dire quanto vali
non sanno lingue, o pensieri, mortali.
(da “Pene d’amore perdute, W. Shakespeare.”)
Ecco, cose così, mi mandano in estasi.
E’ un bel giorno per goderne.
in fede Teiluj il 23 Aprile 2008
categorie: arte e letteratura, citazioni
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Il salto con la corda, il campanaro, il nascondino, l’acchiapparello, strega-comanda-colore; quanto mi divertivo! Il gioco che facevo più spesso però era sicuramente quello della “palla al muro”: si può giocare in gruppo, ma funziona bene anche da soli, e da brava misogina in erba, già ai tempi dell’infanzia prediligevo la solitudine anche nel gioco. Probabilmente i nomi di questi giochi sono legati al dialetto locale, e variano quindi di regione in regione, se non vi torna, ecco qui una breve spiegazione di “palla a muro”:
Possono partecipare un numero indefinito di ragazzi. A turno chi tira la palla al muro deve cantare e mimare una filastrocca. Chi sbaglia la presa della palla viene sostituito da un altro “compagno”. La filastrocca che ho trovato su internet è:
Muovere ( semplice: ci si muove tirando),
senza muovere (si resta immobili. Il minimo movimento, e si passa il turno),
senza ridere (difficilissimo, se in compagnia, restar seri)
con un piede (un gioco da ragazzi),
con una mano (con un minimo di allenamento, e la palla delle giuste dimensioni, si impara in fretta)
batti mano (il trucco è stare il più lontano possibile dal muro su cui si fa rimbalzare la palla),
zigo-zago (la prova più difficile: ruotare le braccia nel breve tempo che impiega la palla a tornare indietro),
violino (mi pare fosse una giravolta. Richiede abilità da grande giocatore di palla a muro)
tocco terra (la palla devi riprenderla con le mani, non con la faccia),
la ritocco (idem come sopra),
un bacino (banale: credo sia una mossa strategica per riprendersi dal “tocco terra”)
tocco cuore (niente di più semplice),
angioletto (allarghi le braccia, con fare puro)
del Signore (un inchino. Si, poi si guarisce crescendo).
Ora, io non ricordo bene se fosse davvero così. Mi pare manchi qualcosa. Qualunque contributo mnemonico, dunque, sarà gradito.
Diciamolo: la pratica blogging altro non è che condivisione, con un numero potenzialmente infinito di persone, di pensieri, pratiche e argomenti del tutto uguali a fuori dal blog. In un rapporto di “uno a molti” laddove fino a poco tempo fa era al massimo di “uno ad alcuni”. Ciò che cambia è il mezzo, non i contenuti. Men che meno l’attendibilità, l’oggettività e la qualità.
E finiamola con questo sentirci degli eletti, dei super eroi, degli intellettuali per il sol fatto di avere un blog (chiunque abbia un pc, una connessione internet, e non sia analfabeta può avere un blog!).
In particolare mi fanno i ridere i blogger che:
1) copincollano notizie dell’ansa e si credono giornalisti. No, di più, credono di essere più bravi dei giornalisti;
2) trascrivono il loro diario personale e si autodefiniscono geni o poeti incompresi;
3) emettono giudizi su altri blogger credendo, per il sol fatto di leggerli, di conoscerli bene o, peggio ancora, di aver capito quel che hanno letto;
4) ti spiegano come dovrebbe essere fatto un blog, come se esistesse un unico modo di fare blog;
5) si prendono talmente tanto sul serio che la metà basterebbe;
6) ti leggono e poi appongono commenti di tipo valutativo, come se un post fosse un tema, e il commentatore la maestra che ti mette il voto.
Tutto questo è anacronistico, obsoleto, vetusto. Che specialità sarebbe essere blogger?
Per dirla proprio tutta la parola “blogger” ormai non significa proprio niente e non ha ragion d’essere, non più. Ridimensionamoci, siamo ridicoli. E impariamo l’uso del “secondo me”. Ché per il posto di dio in terra c’è da prendere il numeretto e mettersi in fila.
Son cresciuta a suon di “fagli vedere chi sei”, oppure “sei la migliore, certo che ce la farai” o ancora “non avevo nessun dubbio che ci saresti riuscita” e via dicendo.. Frasi che mi hanno accompagnato fin dall’infanzia da parte dei miei insegnanti, si, ma prima ancora e soprattutto da parte dei miei genitori.
Ricordo che quando facevo il quinto ginnasio, travolta dai dèmoni adolescenziali, mi balenò per la mente l’idea di abbandonare la scuola. Molte delle mie amiche di allora lo avevano già fatto, non mi sembrava poi così strano. Allora, ormai convinta, lo comunicai a mio padre: “ho deciso di lasciare la scuola”. La scuola non era mai stato un problema per me prima di quell’anno, per cui vacillare in due o tre materie mi pareva una ragione sufficiente per concludere la mia carriera scolastica. Ricordo ancora la faccia di mio padre alla notizia: non era arrabbiato, no. Ma così scuro in volto per qualcosa che riguardasse me, non l’avevo mai visto; ricordo perfettamente la delusione ed il dolore che la mia decisione gli procurava, perché simbioticamente li sentivo anche dentro di me. Lo avevo pugnalato. Per tutta una giornata non fece altro che parlarmi, pungolarmi, incalzarmi, ripetendomi che stavo sottovalutando me stessa, che potevo ancora farcela, perché ero io. Che dovevo ancora farcela, perché ero io. Le sue parole mi mortificarono allora, perché lo avevo ferito, perché lo avevo deluso, ed io lo amavo e lo amo ancora troppo per sopportare di esser causa di un suo dolore. Mi chiusi in camera. Piansi. Mi sentii una fallita, prima di allora non mi era mai successo. Ma le parole di papà, la fiducia di papà che avevo disatteso, continuavano a girarmi in testa (e nel cuore) e a quel punto il mio vero fallimento si era spostato dall’idea della scuola, all’idea di aver tradito papà. Ancora chiusa in camera, e ancora in lacrime presi il mio libro di antologia senza rendermi conto che avevo già cambiato idea. Papà bussò alla porta della mia cameretta, entrò, mi vide piangere sul mio libro e, serio, come si è seri per le cose importanti, ma con la voce dolce, come si è dolci con gli amori importanti, mi disse, senza aggiungere mai più altro, quel fatidico: “fagli vedere chi sei”.
Oggi sono una donna testarda e caparbia, e anche se la paura di deludere chi mi considera speciale mi accompagna come un’ombra, anche se non concepisco nemmeno l’idea di poter fallire, con tutte le implicazioni emotive che questo comporta, guardo a ciò che ho fatto. Guardo a cosa ho conquistato con le mie risorse, e sono felice. Fiera. Orgogliosa. A tratti insopportabile. Ma mi compiaccio autoironicamente della mia vanità, e rido al telefono con la mia mamma, che ancora oggi mi ripete: “certo che sei la migliore” nonostante io le ripeta che è sfacciatamente di parte, perché provo per me stessa tutto l’amore che loro, mamma e papà, provano per me.
Hanno fatto un ottimo lavoro con me, e le mie debolezze sono ben poca cosa in confronto alle mie forze. Di questo, non gli sarò mai grata abbastanza.

Non vorrete andar via senza lasciare neppure un commento, vero?

Uff... a quante cose mi tocca pensare...
Mmmh, quante cose interessanti ho da leggere oggi...
Che fai, spii?
Ma non sono proprio carine queste cosette?

Torno dopo la pubblicità...








lettera per ringraziare i professori
E questi chi sono???


