A Chiare Lettere

Prima dell’utilizzo leggere attentamente il foglietto illustrativo

Na tazzulella ‘e cafè?

11Aprile

caffe italianoChe per un italiano bere un buon caffè all’estero sia una rarità, non è un mistero. Sottolineo per un italiano perché se tutto il resto del mondo trova normale bere tazzoni annacquati dal vago colorito bruno, e noi siamo gli unici al mondo ad attuare la “prova dello zucchero” (il quale deve inabissarsi dolcemente e lentamente, nevvero) per testarne la qualità prima ancora di assaggiarlo, evidentemente sono i nostri gusti a costituire “eccezione”. Per fortuna, aggiungo io.

Quanti di noi viaggiando all’estero hanno mai degustato (ché noi lo degustiamo, mica lo beviamo il caffè) un caffè degno di essere così chiamato? Certo, a cercar bene, con un po’ di fortuna, magari si riesce persino a scovare un localino italiano (= gestito da italiani, nota bene) che ricorda ancora come si faccia il caffè italiano, oppure un autoctono super chic che, una tazzina si una tazzina no, è capace di soprenderci. A cifre spaventevoli naturalmente.

A Praga per esempio esiste un barettino, proprio lungo la strada del mercato, che fa un ottimo caffè, alla modica cifra di 7 euro a tazzina; dopo giorni di astinenza da caffè, un italiano in vacanza (e a Praga ce ne sono veramente tanti) 7 euro per un caffè li paga, oh se li paga. Siamo o non siamo un popolo di viziosi? Lo siamo, lo siamo. E all’estero lo sanno bene. Eccoteli i 7 euri, dammi quel benedetto caffè e possano tornarti in lassativi, dannato ladro.

Ebbene oggi mi capita tra i feed questa notizia e non posso fare a meno di pensare che la colpa deve essere anche un po’ nostra. Insomma ragazzi, smettetela di sorridere mentre dite “questo caffè è una merda” nei bar e nei ristoranti all’estero, che poi quelli ci prendono sul serio.

Quelle cose un po’ così

9Aprile

Devo ricevere e fare accomodare un rappresentante nell’attesa che il capo lo raggiunga nel suo ufficio. Si presenta un signore di mezza età - piacere, sono tizio - con fare garbato, composto, professionale. Gli sorrido - prego si accomodi, il signor capo arriva subito - e insieme alla stretta di mano: - ma lo sa che ha un colore degli occhi accecante - molto old style, per nulla piacione, e poi potrebbe essere mio nonno - grazie, si sieda pure, avviso che è arrivato - spocchiosa, mi defilo per avvisare. L’attesa si prolunga, torno di là con un cestino di cioccolatini e non si è ancora seduto, sta educatamente impalato ad aspettare - questione di qualche minuto, ma prego si accomodi, gradisce un cioccolatino? - finalmente si sente in diritto di sedersi - no, grazie, lei è molto dolce, ma mi dica, di dov’è? - eccola la domanda che mai mi si dovrebbe fare. Per tutti è una domanda semplicissima, ti si chiede di dove sei, rispondi son di qui o di là. Io no. Se commetti l’errore di chiedermi “di dove sei” mettiti comodo perché: io sto qui ma non sono di qui, vengo da lì, ma in realtà sono nata là, e però anche se mia madre è di là mio padre invece è di lì, comunque non sto più né li né là, ma qua. E così via. Praticamente una tragedia greca. Ebbene dopo alcuni minuti di pantomima, viene fuori che tizio è napoletano, come mio padre - allora sua madre è una donna felice - evviva il patriottismo partenopeo - perché vede, i napoletani sono persone allegre, prendono la vita con poesia, scrive anche suo padre? me ne dica una - lo so, la colpa di tutto questo come al solito è di quella domanda, quel “di dove sei”, che apre un mondo infinito di argomenti anche senza avercela, tutta la fantasia di questo tizio; posso rispondere sull’Umbria? - beh allora gliela dico io, una poesia. L’ho scritta io - Senza il minimo imbarazzo, inizia a poetare, e prosegue incurante del fatto che nel frattempo è arrivato il capo; tutta la poesia, tutta in napoletano, recitata con fiero e sobrio ardore.
A me.
Ed era anche bella.
Invidiatemi.
ché c’ho gli occhi accecanti, c’ho. tzè..

L’ira funesta

8Aprile

ATTENZIONE: post ad alto contenuto scurrile e diseducativo.

Gioele Dix - Automobilista IncazzatoIo sono una personcina posata e tranquilla. Giuro, sono naturalmente dotata di una egregia dose di pazienza, ed è veramente difficile vedermi perdere la testa e dare i numeri per la rabbia, bisogna impegnarsi, e tanto, per farmi incazzare al punto da non rispondere più di me.

Però ci sono quelle due o tre cose per le quali, anche a me, sale il sangue agli occhi e tutto l’aplomb di cui sono capace va a farsi strabenedire.

Una delle cose che proprio non tollero, per esempio, è che mi si rubi il tempo: non datemi mai un appuntamento pensando di arrivare in ritardo, perché al vostro arrivo non troverete più un esile femminuccia sorridente ad attendervi, ma un furetto incazzato che desidera solo saltarvi al collo e strapparvi la pelle a morsi.
Ché se mi dici ” a tale ora”, io son sul posto al più tardi quei dieci minuti prima dell’ora fissata, minuti quelli, ed i successivi a seconda dell’attesa, che metto gentilmente a disposizione dell’impegno preso, detraendoli dai cazzi miei.
Preziosissimi cazzi miei, sempre, specie se vi rinuncio per i cazzi di qualcun altro. Meglio un bidone, almeno ho il tempo di sbollire e recuperare le sembianze umane fino a quando non vi rivedrò.

Un’altra di queste due o tre cosette si verifica sistematicamente quando guido.
Al volante ho formulato i peggiori dei miei pensieri, ho immaginato le scene più cruente e brutali che mente umana possa concepire; al volante, ogni volta, sono una potenziale ergastolana.
Ma la colpa non è mia, nossignore. Non è colpa mia se le strade sono piene zeppe di deficienti, prepotenti e rimbambiti. Mettiamo il caso che stia percorrendo una strada con un limite di 70km/h, e che su quella strada non vi sia nessuno se non io e altre due auto prima di me. Si, giusto, quello è un limite massimo, non minimo, e poi correre in auto è pericoloso, anzi pericolosissimo, bisognerebbe sempre evitare di correre in auto.

Ma porco di un cane randagio con le zecche, come cacchio si fa a camminare a 30 all’ora su una strada, libera, dritta, legalmente percorribile a settanta chilometri l’ora?!
E va bene, magari sei insicuro, magari c’hai un guasto che ti costringe a tenere quella velocità per 20 chilometri 20, o magari c’hai le emorroidi che ti impediscono di calibrare la pressione del tuo culo maledetto sul sedile della tua merdosissima macchina e quindi anche sul pedale dell’acceleratore; ok, voglio concederti il beneficio del dubbio e tollerare che esista al mondo una qualche ragione plausibile per costringere altre 100, 200 auto a camminare a 30, e dico 30 km orari laddove per legge ne potresti fare 70 (ed evito di dire quale sia la velocità reale possibile perché sarebbe troppo diseducativo), voglio persino cancellare dalla mia mente il pensiero che sono appena uscita dal lavoro, attutendo così le ire furibonde che il fatto di star perdendo il mio tempo mentre potrei essere già a casa da quindici minuti abbondanti mi scatena, ma una cosa, una stronzissima cosa me la devi dire: per quale maledetto motivo, tu e la tua maledetta auto dovete fare i vostri stramaledetti 30km/h su una strada con limite 70, a cavallo della linea di mezzeria? Allora lo fai apposta!

E se non lo fai apposta significa che te ne stai infischiando degli specchietti retrovisori, perché se ci guardassi solo un istante, ti accorgeresti che un branco di mufloni incazzati inneggia alla tua morte per ogni minuto che stai rubando alla loro vita impedendo il sorpasso, perché, porco giuda, sei liberissimo anche di scendere e spingerla tu, la tua cazzo di macchina, ma per quanto la cosa possa stupirti, sol perché tu hai deciso di fare una scampagnata in mezzo a questo splendido paesaggio di asfalto e sterpaglie per i prossimi due giorni, non significa che sia così anche per gli altri 190 sfigati che hanno avuto l’atroce disgrazia di incontrarti.

Coglione.

Un’immagine vale più di mille parole

6Aprile

Ve lo dico subito: è un meme. E però l’idea (appresa da catepol) mi è piaciuta assai perciò aderisco e rilancio volentieri. Si tratta di rispondere a 16 domande con un’immagine, la prima che google images offre digitando esattamente quella che è la nostra risposta. Solo un’immagine, niente parole. Queste le mie: Continua a leggere »

Coda di rospo alla siciliana

6Aprile

Lui: allora, com’è?

Io: amore, delizioso, davvero. E’ più buono che al ristorante.

Lui: il segreto è gestire bene la quantita di olio, perché venga questo sughetto.

Io: quindi anche i pomodorini e le acciughe sono importanti.

Lui: si, anche perché la coda di rospo di per sé non è molto saporita.

Io: ma contano anche le dimensioni?

Lui: (breve pausa) questo dovresti saperlo meglio di me…

La lettera non arrossisce

4Aprile

Leggo su Panorama un bellissimo articolo che nel pubblicizzare un paio di libri di nuova edizione, affronta un tema a me caro e, neanche a farlo apposta, strettamente collegato al mio penultimo post; il titolo dell’articolo è “che fine hanno fatto le lettere d’amore“.

Oltre ad una serie di citazioni bellissime, si legge:

a differenza di una telefonata o di una conversazione, una lettera d’amore è una cosa: una cosa che esiste nel mondo (spesso per lunghissimo tempo) e che ha il potere di rievocare uno stato d’animo. È per questo che richiediamo indietro le lettere, le distruggiamo, impediamo a qualcuno di pubblicarle o di conservarle con cura.

Ma quante lettere si scrivono ancora, carta e penna, oggi? Ormai passa tutto attraverso il computer, la rete, i telefonini. Andiamo di corsa, in sintonia con la velocità che le attuali tecnologie ci mettono a disposizione, usiamo sempre più spesso linguaggi fatti di acronimi, di sigle, anche per dire ti voglio bene; o addirittura codifichiamo gli squilli per non perder del tempo a scrivere (e spendere). Non c’è molto spazio per il romanticismo di una lettera d’amore manoscritta nell’era del “senza perdere tempo”; credo sia proprio la mentalità sempre più tecnologica a non contemplarne l’esistenza. Probabilmente è il corso naturale delle cose, ed anche se non credo che la carta possa un giorno sparire definitivamente, il processo di digitalizzazione, della comunicazione tutta, anche amorosa, non conoscerà inversioni di tendenza.

Eppure. Eppure leggo sempre nello stesso articolo citazioni di lettere antiche come:

Preparami un migliaio di baci, ch’io verrò stasera a succhiarli dalla tua bocca celeste (U.Foscolo)

e non riesco a non pensare che abbiano un valore inestimabile.

Valore in danaro e valore simbolico

3Aprile

C’è un’oggettiva differenza, salvo casi di equivalenze possibili, tra il valore reale, o meglio economico, delle cose ed il valore affettivo, o se vogliamo simbolico, delle cose. Possedere un oggetto costoso, riceverlo in regalo, non equivale automaticamente ad esserne gelosi, interessati, legati. Diverso è invece per quegli oggetti che, a prescindere dalla loro traduzione in danaro, possiedono noi tanto quanto noi possediamo loro.

Naturalmente, benché stia usando una forma espressiva quasi da teorema, il concetto non è una regola, cioè non vale per tutti allo stesso modo, per cui per la gioia di tutti, proseguirò argomentando in prima persona. Presto detto:

IO ho con gli oggetti di valore (economico) un rapporto di scellerata indifferenza. Parlo di accessori, oggetti non vitali, non prettamente “di prima necessità”, quali possono essere ad esempio orologi, penne, gioielli, ninnoli, chincaglierie e chi più ne ha più ne metta. Se ve lo state chiedendo, no, non sono francescana, so dare il giusto peso al valore dei soldi e non lo schifo. Niente affatto. Però non vado oltre questo coscienzioso principio nel mio modo di pormi con oggetti di valore (economico), non mi faccio cioè ossessionare dal possesso di qualcosa per il sol fatto che questo qualcosa significhi tanto (economicamente). Altro discorso invece per quel che riguarda il valore (simbolico) delle cose. Una penna, un orologio, un anello, un diamante, valgono tanto quanto significano PER ME. Per intenderci: se ricevo in regalo un anello di diamanti, non mi rallegro di più di quanto potrei nel ricevere un anello di bigiotteria che però so rappresentare, simboleggiare qualcosa per chi me lo ha regalato. Se trovo per strada un anello di diamanti, non mi commuovo di più di quanto potrei nel riceverlo in dono da chi amo, né allo stesso modo. Lo stesso vale per le eventuali perdite di quell’anello: posso borbottare un “pazienza” se l’avevo trovato per strada, o urlare “perché a me!” se me lo aveva regalato qualcuno che amo.

Il punto è che sono, emotivamente parlando, una feticista. Perché gli oggetti non sono “solo” oggetti, non sempre. Gli oggetti possono veicolare emozioni, conservare segreti, custodire promesse, proteggere ricordi e consacrare affetti. Gli oggetti possono mancarci, pardon: mancarmi quanto persone care. Possono significare tutto, e possono spezzarlo, quel tutto, rendendo indietro un anello, per esempio. E’ la ragione per cui sono gelosissima dell’anello che porto al dito, che ha un suo valore economico, certo, ma che significa qualcosa di più dei soldi che può valere. Ed è quel di più a far la differenza, a renderlo insostituibile. Senza quel di più, un oggetto costoso è un oggetto indifferente, sostituibile, da cui posso separarmi senza batter ciglio. Finché c’è la salute!

Per questo non comprendo chi non si affeziona agli oggetti di valore (simbolico), tanto quanto non capisco chi invece si attacca agli oggetti di valore economico, ed è qualcosa di cui personalmente vado persino fiera. Toglietemi tutto, ma non i miei feticci. Datemi uno dei miei feticci, e vi solleverò il mondo. Finché c’è un feticcio c’è speranza, e così via!

Una grazie alla mia mamma e al mio papà senza i quali tutto questo non sarebbe stato possibile.

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