A Chiare Lettere

Prima dell’utilizzo leggere attentamente il foglietto illustrativo

Riciclando vecchi post

30novembre

..perchè io ambisco a vivere emozioni forti, di quelle che ti lasciano senza fiato. Adrenalina al massimo per esperienze intense, di quelle che ti danno un brivido incomparabile ed irripetibile. E “lei” sembra saperlo, senza ch’io faccia nulla per lasciarglielo intendere…

- fanno 18 euro. Ci vediamo alla prossima ceretta -

Capodanno

28novembre

Riporto testualmente da Wikipedia:

Sempre citando Wikipedia, per noi:

Capodanno (da capo d’anno) è il primo giorno dell’anno. Nel mondo moderno cade il 1º gennaio del calendario gregoriano in uso ai fini civili in tutto il mondo, e nella larghissima maggioranza degli Stati è un giorno di festa. Per le popolazioni che seguono il calendario giuliano, ad esempio alcune chiese ortodosse, ai fini strettamente religiosi l’inizio dell’anno viene celebrato nel giorno corrispondente al 14 gennaio gregoriano.

Bellissima la storia di (cito ancora) Sant’Eligio (morto nel 659 o nel 660), che redarguì il popolo delle Fiandre dicendo loro: “A Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali l’andare mascherati da giovenche o da cervi, o fare scherzi e giochi, e non stia a tavola tutta la notte né segua l’usanza di doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno i sortilegi con il fuoco, né sieda in un canto, perché è opera diabolica”.

Ecco. Il bello del Capodanno risiede principalmente nella tradizionale e rituale contravvenzione a questa pseudo-regola.
“Embé?” - direte voi.
Niente. E’ che oggi piove.

Decompressione

25novembre

Iniziare un nuovo lavoro sa essere “totalizzante”.
Prendi, gira, sposta, rovescia, togli, metti. ALT!… ragiona..
E di nuovo: sposta, lima, modifica, rimetti..
Le ore passano talmente veloci che quando è finita la giornata non sai più se “stamattina” era “oggi” o “ieri”.

Fortuna che arriva, comunque, la sera.
E allora… calma.. relax..
Con te la musica sparata in cuffia e un bicchiere di quel che ti pare.
Basta saper aspettare.
Sì.. aspettare

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così, senza ragione.

19novembre

Hai presente quelle sere in cui vorresti sbronzarti?
Così, per distendere i nervi. Ché non serve mica avere un qualche problema esistenziale per aver voglia di abbandonarsi ad un totale, assoluto, smisurato relax.
Come quando eri ragazzo, hai presente? Che uscivi la sera sulle tue gambe e rincasavi sulle ginocchia, senza ricordare come, al risveglio.
Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia!
E’ che, ahimé, ho la tendenza a soccombere allo stress. Senza rendermene conto, invero, ma pare sia così.

Pensa: il locale giusto, luci soffuse e tavolini bassi; musica alta quanto basta, quattro chiacchiere in totale intimità, e il bicchiere sempre pieno, fino a che ne hai voglia, senza mai guardare l’orologio, ché tanto domani non c’è scuola.

Rivoglio indietro i miei quindici anni. Ma mi basterebbe la scandalosa irresponsabilità, dei miei quindici anni.
Solo per stasera, giuro.
Sto invecchiando.

Categorie: sclero | 16 commenti »

Parlami d’amore #6

14novembre

Da leggere, in rispettoso silenzio. Perché ci sono cose che vanno salvaguardate con cura e serietà e lontano dalle luci dei riflettori. Lontano da giudizi gratuiti e avventati ed estranei.
Conosco i miei lettori e ne ho stima ma di fronte a questa lettera, perdonatemi, scelgo di chiudere i commenti.
(vi voglio bene, ragazzi)

Il mio amore non è morto di morte naturale.

Il mio grande amore è stato soffocato, anestetizzato, spinto e costretto nell’angolo più buio del mio cuore… e lì è morto, di solitudine e disperazione, annaspando e tentando di tornare in superficie per salvarsi… ma non ha trovato la tua mano. Ha trovato mesi e mesi di incomprensioni, mesi e mesi di silenzi, mesi e mesi di gelo, di questioni di principio, di mettersi in competizione con un altro amore, quello per nostro figlio, un amore puro, diverso, che voleva solo donare e non privare.

Non è vero che non ce lo siamo detti come stavano le cose, ce lo siamo detti e come, ma ogni nostro discorso si arrestava davanti ad un muro di marmo, il mio, il tuo di entrambi. Davanti alla paura di ammettere che eravamo stati abbagliati da un sentimento immenso che ci aveva fatto perdere di vista la realtà, il concreto della vita. Ma è nel concreto della vita che, alla fine, volenti o nolenti, bisogna esistere.

Il tuo amore mi è mancato disperatamente molto prima di adesso… molto prima della tua presa di coscienza. L’uomo di cui mi ero innamorata non lo vedevo accanto a me da tanto e anche a me mancava tutto di lui. La sua infinita dolcezza, le sue attenzioni, i suoi abbracci, i suoi baci, ma soprattutto i suoi bellissimi sorrisi e le sue risate.
Di quanti sorrisi, di quanti abbracci, di quante carezze, di quanti baci mi hai privata in nome del principio.
Tanti, troppi.
Da quanto tempo nella nostra casa non si sentiva l’eco delle nostre risate.
Tanto, troppo.
Al posto di quell’uomo ce n’era uno che mi urlava contro tutto il suo odio e il suo disamore… ad ogni occasione. Lui per primo ha detto di non amarmi più, lui mi ha chiesto di non chiamarlo più con quel nomignolo stupido… e così il mio amore non aveva più nemmeno un nome.
E’ vero, ci sono stati dei bei momenti, anche in quel buio, splendidi momenti di riconciliazione, resi ancora più belli dalla loro rarità, come un diamante puro, che duravano però il tempo di un sorriso.

Ed il mio amore era lì, sempre più sofferente, che cercava di restare vitale, che si aggrappava agli istanti di felicità, che cercava di ricordare quanto era grande e forte una volta, così grande da non poter nemmeno pensare di essere rinchiuso in quello stretto pezzettino di cuore.

E’ da quel pezzettino di cuore che sto cercando di tirarlo fuori, sto tentando di scaldare quell’angolo buio per provare a rianimarlo… da quando hai deciso, sei riuscito, a far riapparire quell’uomo, l’uomo che mi aveva fatto innamorare. Da quando hai messo sul piatto della bilancia, hai detto… ma forse per il mio amore era troppo tardi.

La donna di cui ti sei innamorato e che hai sposato, quella che credeva nelle favole del principe azzurro e dell’amore eterno, disillusa, è stata risucchiata in un vortice e non riesce a tornare indietro, a nuotare controcorrente. Lo sai, non posso pretendere che tu l’aspetti, perché non lo so nemmeno io se e quando quella donna, recuperato l’amore, tornerà nelle tue braccia come nulla fosse accaduto, con lo stesso entusiasmo di una volta… come una volta, proprio come vorresti tu. Tutto com’era prima.

Ma per te… sarebbe davvero come nulla fosse accaduto? Tutto esattamente come prima?

L’amore, purtroppo, non si compra su una bancarella, né ci si può convincere ad amare qualcuno. Se si potesse comprerei amore per te a tonnellate e sceglierei di amarti come un tempo e per tutta la vita, ma non mi è dato.

Mi fa male vederti soffrire… e tanto. Ma allo stesso tempo mi fa rabbia ed ho paura di avvicinarmi, ho paura di accarezzarti, ho paura di baciarti, perché non voglio illuderti e non voglio fingere. Perché un giorno potrei accorgermi che è tutto inutile, che è tutto irrecuperabile, perché quel giorno io non mi debba sentire di nuovo tacciata di insensibilità.

Non sono insensibile, non sono ipocrita… ci siamo fatti del male, è vero, ma come tu dici di non avermene fatto intenzionalmente, lungi da me aver avuto la lucida intenzione di fare del male all’uomo che più ho amato nella vita, in assoluto.

Gli avvenimenti si sono susseguiti in fretta, come in un film e quando mi sono accorta di esserne la protagonista era troppo tardi ed era già finito, prima di cominciare.

Il mio amore non è morto per colpa di un altro, e lo sai bene… certo, è più comodo per te credere che sia così…

Non posso aiutarti a stare meglio, non come vorresti tu. La forza di reagire alla vita, questa vita tanto bella quanto bastarda, la devi trovare dentro di te. La tua vita non può dipendere da nessuno, chiunque esso sia, perché la vita è tua e di nessun altro e merita di essere vissuta al meglio sempre e comunque.

Nella tua sofferenza rivedo la mia, di mesi fa, di un anno fa, con l’unica differenza che tu la esterni e la gridi al mondo, perché il mondo ti dia conforto, o compassione?, mentre io la tenevo e la tengo per me, con quella riservatezza che tu chiami ipocrisia, perché penso sempre che al mondo non interessi nulla di me e delle mie sofferenze, perché non voglio essere di peso a nessuno, perché penso che gli altri siano sempre pronti ad approfittare delle nostre debolezze… ed io ne ho avuta, alla fine, l’amara constatazione. E’ così che quell’altro ha trovato una breccia per insinuarsi subdolamente nella mia vita, nei miei pensieri. E’ vero, ti ho mentito… per qualche settimana, ma quale verità potevo dirti? Una verità di cui non mi rendevo conto nemmeno io? Una verità che mi annebbiava il cervello, lusingato a tradimento da false attenzioni, dopo che aveva smarrito la guida del grande amore.
Da quell’illusione mi hai risvegliata tu, mi hai risvegliata bene. Sento ancora gli urli, le offese, i miei capelli attorcigliati alle tue mani, tirati, fino a staccarsi, la testa che fa male, i lividi, gli occhi del nostro bambino che piange disperato. Ma tu sembri non ricordare. Ricordi solo il male che ti ho fatto io.

La verità è che entrambi, come tutti, cerchiamo una giustificazione al nostro lato peggiore.
La verità è che come io so che non sei l’uomo di quella maledetta sera, tu sai che io non sono la donna di quelle settimane di menzogna.

E così, ora, al mondo, cerco sempre di mostrare il lato più solare di me, con quell’allegria che tu chiami incoscienza.
Incoscienza come assenza di coscienza, come se io fossi una persona vuota, incurante di quello che ci sta succedendo, di quello che inesorabilmente potremmo perdere, e di te, del tuo stato d’animo, del tuo dolore.

No, la mia non è indifferenza, non è inconsapevolezza… sono perfettamente cosciente di quello che accade intorno a me, a noi, perché il tuo dolore è anche il mio. Perché ammettere un fallimento è sempre doloroso. Ma se incoscienza significa continuare a vivere dignitosamente, nonostante tutto e tutti; se incoscienza significa non piangersi addosso ed avere fiducia in quello che può ancora accadere, nel bene e nel male; se incoscienza significa continuare a ridere e a giocare col nostro bambino, come nulla fosse, allora chiamami pure incosciente.

Ti voglio e ti vorrò sempre bene… grande amore della mia vita.

Odi et amo

13novembre

- E mi raccomando, non fare passare altri 5 anni prima di tornare!
- Si zio.
- E ricordati che sei calabrese!
- Certo zio.
- Non sei romana!
- Si zio.

Al di là della confusione geografica familiare che induce mio zio - forse per l’aereo che prendo - ad associare la mia residenza a Pescara con una non meglio identificata cittadinanza romana, Reggio Calabria, la città in cui non sono certo nata ma che altrettanto certamente mi ha ospitato per più tempo - 21 anni - è per me un luogo stregato, quasi mistico.

Reggio Calabria è la città dei miei ricordi eterni. Della mia infanzia e della mia adolescenza. E’ la città dei miei esami di maturità e delle mie prime bravate. Dei giri in motorino, dei falò in spiaggia la sera, delle sbornie con gli amici e dei fine settimana chiusa in casa in punizione. Reggio Calabria è la città del mio primo bacio, e delle mie prime lacrime d’amore.
Ma è anche la città che mi ha inferto la sofferenza più grande ch’io abbia provato in tutta la mia vita.
Tutti ne hanno una, di sofferenza “più grande”. La mia, affonda le sue radici a Reggio Calabria. E non è mai finita.

Il sedici agosto di sette anni fa presi un treno di sola andata dalla stazione di Reggio Calabria; era l’inizio della mia età adulta, della mia indipendenza. Era l’inizio. Lontano da Reggio Calabria. Da allora io sono cresciuta, sono cambiata; ho visto cose, ho fatto cose, ho continuato a ridere e anche a soffrire, ho continuato a vivere, dilatando sempre di più la frequenza delle mie visite a Reggio Calabria. Perché quando negli occhi hai collezionato mille orizzonti nuovi, quel che prima ti andava stretto, diventa soffocante. Quel che ricordavi discreto, improvvisamente è mediocre. E quel che mai hai dimenticato è sempre lì, e si fa beffe di te che scappi via per non pensarci. Sì, scappi via. Così finisce che non ci vorresti mai tornare, a Reggio Calabria, e quando sei costretta, fai in modo che la permanenza sia il più breve possibile.
Potenza del dolore. Che ti strappa via la serenità, la sminuzza, la mastica, e la risputa chissà dove. Per non restituirtela mai più.

Sono tornata a Reggio Calabria la scorsa settimana perché, ancora una volta, c’era di che preoccuparsi a Reggio Calabria, perché c’è sempre di che preoccuparsi a Reggio Calabria. Ospedali, paura, tensione, caos.
Poi, finalmente, la mia mamma lascia l’ospedale e con lei torna a casa il suo e il nostro sorriso. E anche Reggio Calabria sembra sorridere.
Stavolta, ripartendo, sono persino riuscita a sentire un po’ di quella nostalgia che a Reggio Calabria non concedo più da anni e, sorvolando in aereo la città, a riconoscere che quando viene la sera qualcosa di magico sullo stretto, succede ancora.

Lungomare Reggio Calabria - Tramonto

Lungomare Reggio Calabria - Tramonto

L’ istruttore di acquagym

12novembre

Una vita dedicata al nuoto e a tutte le discipline ginniche legate all’acqua gli si è scolpita addosso: spalle larghe, fianchi stretti, gambe nerborute, braccia asciutte e costumino da bordo piscina.
Età media delle donne che affollano (guarda caso) le sue lezioni a quell’ora: 60 anni.
Niente di strano.
Quel che invece non credevo avrei mai ascoltato è uno scambio del tipo:

- Ma oggi non c’è il nostro istruttore?
- (sguardo perplesso) Ma sono io
- Uh scusa! Con i pantaloni non ti riconoscevo!

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