Archivio di aprile 2008

Tempo di bilanci

mercoledì, 30 aprile 2008

E’ mia abitudine, di tanto in tanto, soffermarmi ad osservare la mia vita come dall’esterno; considerare uno spazio di tempo più o meno significativo e analizzarne l’andamento.
Riflettevo sul fatto che ho ormai quasi trent’anni. Si, è ufficiale, sta diventando il mio chiodo fisso, e scritto a lettere – trent’anni – pesa anche di più. Riflettevo sul fatto che effettivamente nel corso degli anni sono cambiata; non semplicemente cresciuta, ma proprio cambiata. Riflettevo sul fatto che sono sempre più avvezza a gestire il mio universo con un atteggiamento pragmatico, composto, razionale. Riflettevo sul fatto che ho limato nel tempo quella porzione di me più introspettivamente “patetica”, nel senso greco del termine, arrivando, oggi, quasi a vergognarmene, ad esempio rileggendo il mio blog più datato. E non solo per l’uso spropositato di k e la totale incuria nel gestire virgole e spazi. Riflettevo sul fatto che probabilmente ho trascurato di proposito, spinta da errate associazioni, quel mio modo di essere. Inconsciamente, ma di proposito. Riflettevo sul fatto che con ogni probabilità invece, era proprio quella, la parte migliore di me.

citazione del giorno:
“Non scriviamo e leggiamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore.. sono queste le cose che ti tengono in vita.”
John Keating (L’attimo fuggente)

Quei giorni un po’ così

lunedì, 28 aprile 2008

ɐʇuıɔuı ǝɹǝssǝ ıp ıǝɹǝʇʇǝdsos ıuoızɐnɹʇsǝɯ ǝl ǝʇɐʌıɹɹɐ àıƃ oɹǝssoɟ ıɯ uou ǝs
˙ʌʇ ɐʇuɐʇ opɹɐnƃ ǝ ‘ǝɹǝƃƃǝl ıp ɐılƃoʌ oɥ uou ‘ǝɹǝʌıɹɔs ıp ɐılƃoʌ oɥ uou ˙ıpoɹd ouɹǝʌoƃ oɯıʇln,llǝp ǝlıqɐʇsuı ùıd è ǝɹoɯn oıɯ lı ˙ɐɹdosoʇʇos ‘ɐʇɐssods ‘ɐıɟuoƃ oʇuǝs ıɯ ˙ɐǝsnɐu ɐl oɥ

Prima di parlare, conta fino a 10

mercoledì, 23 aprile 2008

Ovvero, la comunicazione rappresentativa.
Si chiama comunicazione rappresentativa quella strategia comunicativa grazie alla quale, quando istintivamente saresti così:

toro

puoi invece essere percepito così:

micio

traendone vantaggio nel corso di approcci relazionali di natura lavorativa, o altra, laddove il buon esito del confronto comunicativo sia auspicabile. Ma vediamo qualche esempio:

Prendiamo un’espressione come “Hai rotto i coglioni, l’hai capito o no che te ne devi andare?”. Grazie alla comunicazione rappresentativa potremo trasformarla in frasi di più sinuose fattezze, come “Ho un improvviso quanto inaspettato senso di fastidio al bassoventre, forse avrei bisogno di una pausa”.
Semplice no? Grazie a questo splendido strumento verbale non diremo più cose tipo “Ma vai a cagare, imbecille” perché potremo dire, ad esempio “Non trovi anche tu che la nuova carta igienica sia particolarmente soffice e setosa?”. E via dicendo.

Adottando questo sistema, i vostri rapporti di lavoro , di famiglia, di coppia e quant’altro, miglioreranno in un batter d’occhio, e nessun istinto potrà più comprometterli.

Si raccomanda un giretto in luoghi aperti e solitari per un urlo liberatorio di tanto in tanto.

My personal tribute

mercoledì, 23 aprile 2008

William Shakespeare
23 aprile 1564, 23 aprile 1616. Ed oltre.

Non dolci baci l’aureo sole sparge
sulle stille di rosa mattutina
quanto i tuoi occhi in freschi raggi accendono
la notte rugiadosa alle mie guance.
Né luna argentea tanto lucente
in seno a liquido abisso risplende
quanto risplendi tu nelle mie lacrime.
Tu brilli in ogni lacrima che piango;
e ciascuna è un cocchio che ti porta.
Tu cavalchi trionfante la mia pena.
Le mie lacrime gonfie di dolore
ti mostreranno la tua stessa gloria.
Ma non amar te stessa, o delle lacrime
farai specchi; e ancor più dovrò piangere.
mia regina, dire quanto vali
non sanno lingue, o pensieri, mortali.
(da “Pene d’amore perdute, W. Shakespeare.”)

Ecco, cose così, mi mandano in estasi.
E’ un bel giorno per goderne.

Mancano..

martedì, 22 aprile 2008

rugheancora sessantanove giorni al mio trentesimo compleanno.
E mi sento già depressa. Ogni giorno di più.
Giochiamo a palla a muro?
A nascondino?
..mosca cieca..

giochi elastici.

lunedì, 21 aprile 2008

Il salto con la corda, il campanaro, il nascondino, l’acchiapparello, strega-comanda-colore; quanto mi divertivo! Il gioco che facevo più spesso però era sicuramente quello della “palla al muro”: si può giocare in gruppo, ma funziona bene anche da soli, e da brava misogina in erba, già ai tempi dell’infanzia prediligevo la solitudine anche nel gioco. Probabilmente i nomi di questi giochi sono legati al dialetto locale, e variano quindi di regione in regione, se non vi torna, ecco qui una breve spiegazione di “palla a muro”:

Possono partecipare un numero indefinito di ragazzi. A turno chi tira la palla al muro deve cantare e mimare una filastrocca. Chi sbaglia la presa della palla viene sostituito da un altro “compagno”. La filastrocca che ho trovato su internet è:

Muovere ( semplice: ci si muove tirando),
senza muovere (si resta immobili. Il minimo movimento, e si passa il turno),
senza ridere (difficilissimo, se in compagnia, restar seri)
con un piede (un gioco da ragazzi),
con una mano (con un minimo di allenamento, e la palla delle giuste dimensioni, si impara in fretta)
batti mano (il trucco è stare il più lontano possibile dal muro su cui si fa rimbalzare la palla),
zigo-zago (la prova più difficile: ruotare le braccia nel breve tempo che impiega la palla a tornare indietro),
violino (mi pare fosse una giravolta. Richiede abilità da grande giocatore di palla a muro)
tocco terra (la palla devi riprenderla con le mani, non con la faccia),
la ritocco (idem come sopra),
un bacino (banale: credo sia una mossa strategica per riprendersi dal “tocco terra”)
tocco cuore (niente di più semplice),
angioletto (allarghi le braccia, con fare puro)
del Signore (un inchino. Si, poi si guarisce crescendo).

Ora, io non ricordo bene se fosse davvero così. Mi pare manchi qualcosa. Qualunque contributo mnemonico, dunque, sarà gradito.

Blogger? mi fai ridere

domenica, 20 aprile 2008

Diciamolo: la pratica blogging altro non è che condivisione, con un numero potenzialmente infinito di persone, di pensieri, pratiche e argomenti del tutto uguali a fuori dal blog. In un rapporto di “uno a molti” laddove fino a poco tempo fa era al massimo di “uno ad alcuni”. Ciò che cambia è il mezzo, non i contenuti. Men che meno l’attendibilità, l’oggettività e la qualità.

E finiamola con questo sentirci degli eletti, dei super eroi, degli intellettuali per il sol fatto di avere un blog (chiunque abbia un pc, una connessione internet, e non sia analfabeta può avere un blog!).

In particolare mi fanno i ridere i blogger che:

1) copincollano notizie dell’ansa e si credono giornalisti. No, di più, credono di essere più bravi dei giornalisti;

2) trascrivono il loro diario personale e si autodefiniscono geni o poeti incompresi;

3) emettono giudizi su altri blogger credendo, per il sol fatto di leggerli, di conoscerli bene o, peggio ancora, di aver capito quel che hanno letto;

4) ti spiegano come dovrebbe essere fatto un blog, come se esistesse un unico modo di fare blog;

5) si prendono talmente tanto sul serio che la metà basterebbe;

6) ti leggono e poi appongono commenti di tipo valutativo, come se un post fosse un tema, e il commentatore la maestra che ti mette il voto.

Tutto questo è anacronistico, obsoleto, vetusto. Che specialità sarebbe essere blogger?

Per dirla proprio tutta la parola “blogger” ormai non significa proprio niente e non ha ragion d’essere, non più. Ridimensionamoci, siamo ridicoli. E impariamo l’uso del “secondo me”. Ché per il posto di dio in terra c’è da prendere il numeretto e mettersi in fila.