14Marzo

Il sindaco di Milano la proposta l’ha lanciata per la sua città: un kit antidroga nelle mani di 34 mila famiglie per scoprire se i figli dai 13 ai 16 anni si drogano o no. Ma ieri è stata Livia Turco, ministro della Salute, a raccogliere l’idea di Letizia Moratti. «È una proposta che valuto con un certo interesse— ha detto —. Bisogna fare in modo che si arrivi ad un consumo nullo delle droghe, ma per questo serve educazione e formazione ». [fonte]
Mentre i politici si tirano addosso l’un l’altro, cercando una collocazione politica al kit antidroga per le famiglie (è di destra, no è di sinistra, no no è di destra, allora sei di destra, traditore, si si sei un voltagabbana, no non hai capito niente, ah ah faccia di serpente e così via), le famiglie lo contestano eticamente e presuntuosamente, sempre nello stesso articolo citato, infatti si legge:
sono una madre non una poliziotta. Io da padre mi sarei accorto se mia figlia aveva a che fare con la droga.
Il che, naturalmente, nella maggior parte dei casi, a meno di non avere in casa un figlio tossico all’ultimo stadio, è una cazzata stratosferica. I genitori sono di solito gli ultimi a sapere che il figlio si droga, fondamentalmente per due motivi: primo, i ragazzi se vogliono tenerti nascosto qualcosa, ci riescono benissimo (ma quando si diventa genitori si dimentica di esser stati figli?); secondo: i genitori, in quanto cittadini italiani, soffrono di una profonda disinformazione sulle dinamiche "droga", oltreché di un rifiuto istintivo ad accettare anche solo il pensiero che loro figlio, il loro perfetto figlio, possa avere a che fare con la droga.
Per render conto alle significative (?) e degne di nota (?) disquisizioni politiche in merito, sottolineo che a me, la Moratti, mi sta ampiamente sullo stomaco, MA ciò nonostante mi trovo daccordo in questo caso e penso che far la guerra al kit antidroga per le famiglie, sia anacronistico, presuntuoso e, non ultimo, da emeriti imbecilli.