Olunotonda

scritto il 3 febbraio 2010 da Teiluj

E che altro poteva fare se non mungere la luna?
Oh luna, oh tonda! Oh tonda, oh luna!
Se ne stava fissa lì,
sulla strada più lontana
stesa dritta sotto il cielo
e si faceva bella
cogli zompi al cuore suo
Olunotonda
e quello, intanto, la guardava di laggiù.
Minuscolo e amoroso le parlava di laggiù.
Come un micio infradiciato dalla  pioggia,
inaspettata
incandescente
lattiginosa.
Oh luna, oh tonda, le diceva
con le labbra emulsionate, con il cuore a capannetta.
E la luna lo sapeva che era notte anche da lì
perché quando il cuor di lui
un po’ più forte la stringeva
un formicolìo stellato
le accendeva il cielo blu

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quello che staccava le braccia alle barbie

scritto il 24 gennaio 2010 da Teiluj

Si chiamava Rodolfo Valerio Cristofante e staccava le braccia alle barbie guardandole cogli occhi. Per un atto caritatevole, le guardava cogli occhi, così loro non badavano alle braccia staccate ma agli occhi, gli occhi di Rodolfo Valerio Cristofante staccatore di braccia, caritatevole cogli occhi.

E con ’sta fissa delle braccia.

Doveva essere per una cosa che gli era successa da piccolo, si diceva, quindi ok. E’ tipico degli staccatori di braccia, che gli siano successe cose da piccoli, quindi ok.

Una volta ad esempio da piccolo, Rodolfo Valerio Cristofante gli era successo di battere il naso sul pugno di Raniero Giuseppe Cristofante che si era molto risentito, ché ancora oggi gli chiede scusa Rodolfo Valerio Cristofante, a suo padre.

Gli era successa questa cosa, così staccava le braccia e ne faceva codine per le cose, senza sangue, con la codina staccabile, da staccare alle barbie guardandole cogli occhi per vedere se piangono, ma quelle niente. brave.

Rodolfo Valerio Cristofante staccatore di braccia cogli occhi caritatevoli invece sì, lui piangeva. Piangeva staccando le braccia come codine da riattaccare alle cose senza sangue. E quelle non sanguinavano mai. Così, lui, sanguinava lui, cogli occhi.

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Rien ne va plus

scritto il 26 dicembre 2009 da Teiluj

Eravamo io, il pesce pelotudo e lo spettro del natale presente.
Io facevo la calza, lo spettro del natale presente guardava un film su babbo natale, il pesce pelotudo, niente, faceva il pesce pelotudo.

A un certo punto lo spettro del natale presente alzò il dito e disse: “ehi pupa, molla lì quella mezza calzetta e andiamo a fare un giro” “Sei pazzo” risposi allora continuando a sferruzzare indòmita, io “non vedi che fuori è Natale?” – “Ah” – disse lui – “Eh” – dissi io – “vabbe’” – aggiunse poi – “vabbe’” – conclusi io. E il pesce pelotudo, niente, faceva il pesce pelotudo.

A un certo punto lo spettro del natale presente alzò il dito e disse: “ehi, bambola, molla lì quel groviglio di lana e andiamo a guardare la neve dalla finestra” “Sei pazzo” gli dissi ancora “non vedi che la neve è Natale?” “ma che cazzo” disse lui “quel che dico anch’io” dissi io. E il pesce pelotudo, eccetera eccetera.

A un certo punto lo spettro del natale presente fece per parlare ancora, aveva appena preso fiato, stava per tirar su quel suo dito rachitico quando io balzai come un gatto sulla sedia e con lo slancio di un felino gli saltai addosso, infilzandolo con un ferro da maglia in mezzo agli occhi. “Come non detto” disse lui. “amici come prima” dissi io. E il pesce pelotudo.

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L’odio dell’amore

scritto il 14 dicembre 2009 da Teiluj

Dicembre ha gli occhi di un assassino feroce, sputa odio e frusta dolore, Torquemada a  forma di vento,  ripugnante bestemmia ancestrale.
Entra in casa pisciando sangue, rovista nell’intimo con le mani sporche, grasse, nauseabonde, e paralizza tuo padre. Sette volte lo paralizza, dall’emisfero destro al ventricolo sinistro, il tuo ventricolo sinistro, affondando i denti lerci schifosi sulle arterie che trova e causandone decomposizione improvvisa.
Dicembre è un bambinello con la bava alla bocca e gli artigli alle mani venuto nel nome del signore a depredarti del muscolo che gli uomini di buona volontà usano chiamare cuore, per figurarsi un dio al posto di quei fiotti di sangue che sgorgano della carne umida e pulsante.
Dicembre ci prova a privarmi di me, mi massacra e mi tortura gli affetti, li tiene in ostaggio e gli ruba la bocca per impedir loro anche di piangere il dolore che impone; è così che  si prende gioco dei belli e li appaia ai malvagi per gusto meschino, per sentirsi invincibile come la morte, per farsi grande con questa piccola vita. Dicembre, perfido e impietoso,  dammi retta, lascia stare: è inutile insistere con squallidi vessilli neri al mio albero, schiacciandolo con il peso del tuo: ho più palle di te tra gli addobbi, e un angelo nero rabbioso, più forte di te e col sangue negli occhi, fa la guardia per me alle pupille dell’oggi, contandomi i sogni sulle ceneri appuntite delle tue misere perfidie.

Il mio contributo alla ormai tradizionale raccolta  Post sotto l’Albero , che raccoglie centinaia di altri post di numerosi blogger sul tema del Natale. Un grazie a  Sir Squonk, che ne è il papà

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Nell’atto semplice del respirare

scritto il 1 novembre 2009 da Teiluj

E mentre aspetto la sera per tornare a casa, l’odore delle caldarroste e un solletico insistente, buono ad abbassar le ciglia.
Uno, due, tre pensieri in viaggio dalla pancia al cuore e  mani intirizzite a
gonfiarmi le tasche, ad arrossarmi le guance.
Qualche fantasma, poche streghe, nessun santo in circolazione per via dell’ora tarda e uno strascico lungo, lunghissimo, di parole d’organza a coprirmi le spalle, a umettarmi la cervice; e gli occhi. E il petto, gonfio d’autunno moribondo, del buio, batte di un cuore distratto, come assente, fuori sincrono rispetto ai piedi, fuori circolo rispetto alle vene, fuori da me  rispetto a me. Eppure tanto mio da bruciarmi le narici nell’atto semplice del respirare. Inspirare, espirare.

Novembre
mi cammina di fianco
e gocciola carne e sangue.

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Ottobre

scritto il 9 ottobre 2009 da Teiluj

Ottobre è un uomo smunto che spinge un carretto di stracci.
Sorseggia nebbia e rutta indifferenza ondeggiando tra una panchina e un canto storto. Ride, poi smette, poi ride. Ubriaco e stanco ride contro la pioggia e si fa beffe del cielo, piccolo e tondo come i suoi occhi piccoli e tondi.

Ottobre è un escluso, cattivo e maleodorante che inghiotte tramonti e rigurgita brina per smentire il giorno e far cadere il sole a testa in giù tra gli sguardi pesanti e l’alito cattivo di pensieri cattivi e malaticci.

Ottobre è un malato di cuore che respira fumo e mangia ombre, cospargendosi di crema le mani e di veleno gli occhi, e i denti, per vivere più a lungo e sognare più forte gli incubi rimasti accesi alle prime luci dell’alba, quando protetto da un velo di buio nessuno può vederlo orinare sui tetti delle case e dire male delle cose.

Ottobre è un uomo smunto che spinge un carretto di stracci, e se lo incontri per strada non starlo a guardare, non vederlo, fa’ che non ci sia; soltanto, nel passare oltre, presta orecchio ai suoi sguardi randagi.

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Noir

scritto il 20 settembre 2009 da Teiluj

“Ecco cosa farò” disse, facendo dei capelli una treccia per nascondere l’inquietudine. Prese a camminare lungo un portico, svoltò due volte per il semplice bisogno di spezzare la linearità arrogante del percorso, raggiunse una scalinata, la evitò cambiando strada ancora, e quando fu sul suo seicentoseiesimo passo arrestò le gambe e i pensieri, esattamente come si arresta un criminale. Bruscamente.
Chiudendo gli occhi vide bene il cielo, immenso e lontano e l’aggredì il silenzio della notte. Probabilmente era inverno, dato che aveva freddo, quindi si rimise in cammino stringendo i pugni e i denti per non cadere. Giunse infine a un portone conosciuto e chiuso, si fermò e si sentì risucchiare dall’asfalto pesante. Un tocco, due tocchi, e un uomo aprì la porta. Senza dire una parola aprì la porta, fece un cenno col capo e chiuse la notte fuori, per proteggerla, o per ignorarla.
La donna con la treccia si mise a sedere, estrasse dalla tasca un temperino, lo portò al viso e si cavò gli occhi. Prima uno, poi l’altro, lasciando fiottare sangue sul pavimento e sulle pareti, rumorosamente. Si cavò gli occhi, lasciandoli rotolare su un sostegno casuale e vide il cielo, immenso e lontano.

Si alzò in piedi, sorrise, riprese l’uscio, e il buio l’inghiottì.

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