dis-corsivo

scritto il 27 giugno 2009 da Teiluj

Ho sete di parole
ho fame.
Voglio sbronzarmi di vocali discinte
e consonanti doppie
voglio mangiare le gambucce cicciottine delle “g”
e condire di salsa rosa le “l” stilettine.

Voglio stendermi su un cuscino nero d’inchiostro
e sognare virgole, spazi bianchi e apici ricurvi
e poi sdrucciole e bisdrucciole,
per scomporle a piccoli morsi, educati e lenti.

Voglio spremere il succo dei puntini di sospensione
che rotolano a fine rigo
e masticare croccanti punto e a capo.

Voglio sgranocchiare ciotoline di “ch” e di “gr”
sorseggiando “s” doppio malto e “c”, dolci, senza ghiaccio.

Voglio baciare rime attraenti
e piccanti
e divorare coppe di “gl”con granella di nocciole
e tanta, tanta panna.
Poi un caffè
e il conto, grazie

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semi-ottica

scritto il 14 giugno 2009 da Teiluj

Tranci di vita in piazzole di sosta
son solo
occhi per vedere
bocche per parlare
e cuori per ascoltare
cigli di strada e ciglia
di sguardi
Venite, andiamo
è tempo di mirare
pupille nuove e case
pupilli freschi e cose
buone da mangiare.
Tranci di vita intrecciati a sospiri
buoni da guardare
saporiti da toccare
e cose belle e grandi
tutte da leccare

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Allegro-rie

scritto il 22 maggio 2009 da Teiluj

C’erano scatole divise per forma, dimensione e colore.  Scatole grandi, scatolette, scatoloni, e dentro le scatole spesso altre scatole, non sempre più piccole. C’erano fiocchi, e nastri rosa e rossi, e scatole. Se ne stavano lì, incastrate l’una con l’altra  in ordine sparso, nel senso orizzontale del peso e in quello verticale dell’età, ma non sempre. A volte infatti occupavano gassose angoletti sospesi, o il soffitto, in barba all’ordine e alla linearità delle altre. Erano scatole cialtrone o eccentriche. O solo maleducate. Tutte dipinte di sesamo e pane caldo, caldo come quando è fresco, il pane. Alcune avevano forma romboidale, altre erano ellittiche, piramidali, quadrate, tonde e a semicerchio, con gli spigoli incazzati o tondeggianti e soffici come mozzarelle di bufala. Altre ancora erano a forma di occhio azzurro, di palude, di stecco del gelato o di arrivederci. Mille e mille scatole multicolori e multisapori tutte piene zeppe di cose.

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Inn’amore

scritto il 14 maggio 2009 da Teiluj

Gli innamorati, che tenerezza.
avvinghiati l’uno all’altra, l’una a l’uno.
E salivano,
gli innamorati,
l’uno verso l’altra.
dentro, anche.
sovente.
Ella saliva,
e la saliva di lei
si unisce all’una dell’uno, salivando.
Vanno e vengono, gli innamorati
ma sempre  vengono, sopratutto.
Gli innamorati
che inn’amore.

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Mai più mai

scritto il 28 aprile 2009 da Teiluj

Ci fu un tempo in cui fui piccina.
Mai più mai, ritornerà.
Piccina picciò fui un tempo
e mai più mai ritornerò,
piccì picciò.
M’innamoravo di tutto, senza correr dietro ai cani, no. no.
Mai più mai, ai cani
dietro, correrò.
Ci fu ambarabà
e ciccì
e coccò
ma mai più mai, piccina picciò. Ci fu
mai più mai,
ahi
ahi
cài.

ò.

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Era il cinque di Aprile

scritto il 7 aprile 2009 da Teiluj

Il fatto è che uno pensa che la sua vita sia sua, e che niente e nessun possa interferire.
Uno pensa che le cose succedano sempre agli altri, che le cose che vede dentro il televisore siano lontane, che sì, dispiace, ma, cazzo, mica posso disperarmi per tutti, ho già i miei pensieri, ognuno pensasse ai suoi. Uno pensa che sì, una volta espressa la solidarietà il mio l’ho fatto, mica posso farmi carico dei problemi degli altri. E poi, ci ho da fare ci ho.

Ma poi arriva una cosa tipo il terremoto. No, senza tipo: il terremoto. E nel giro di pochi secondi tutto quel “gli altri” diventa il tuo PIU’ NIENTE. Venti fottuti secondi e diventa un “non succede solo agli altri”. E ti è andata anche di lusso se è un “non succede solo agli altri”, perché vuol dire che ti sei cagato sotto per venti secondi, che sembrano pochi, ma in realtà ci sta dentro un mucchio di roba: la mia famiglia, non voglio morire, i miei amci, non voglio morire, l’estate sta per arrivare, non voglio morire, la mia casa, non voglio morire, la mia vita, non voglio morire. Non voglio morire. Tutto, tutto in quegli stramaledetti venti secondi. E ti è andata di lusso, perché hai la merda nelle mutande ma anche tutto il resto è ancora lì. Gli affetti, la libreria, le mutande di ricambio, il dentifricio, il phon, lo scottex, le padelle, il cuscino, il secco, il vetro, la plastica il gatto e quel rompipalle del vicino. Ti assicuri anche che stia bene, il vicino, e con lui tutta la sua famiglia. E lo abbracceresti, quel verme, perché è salvo. Siete salvi. La vostra vita è salva.

Il fatto è che se ti va male in venti secondi hai perso TUTTO.
Tutto.
Tutto.
E ti chiedi perché.
E ti chiedi come.
Era la tua casa.
Era la tua vita.
Erano i tuoi cari.

E, magari, vorresti esser morto.

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Il Dispensatore Di Sorrisi

scritto il 3 aprile 2009 da Teiluj

Il Dispensatore Di Sorrisi, dispensava sorrisi.
Sorrideva per il fornaio, sorrideva per il postino, sorrideva persino per il suo datore di lavoro, il Dispensatore Di Sorrisi. E quelli, mentre lui sorrideva, sorridevano a loro volta, perché il Dispensatore Di Sorrisi, dispensava sorrisi per quelli che di sorrisi non ne avevano. Fin da quando era stato arruolato nell’esercito, il Dispensatore Di Sorrisi dispensava sorrisi, e l’esercito rideva e sparava, sparava e rideva i sorrisi che il Dispensatore Di Sorrisi dispensava; a destra, a manca, col buio di notte e col sole di giorno finché il Dispensatore Di Sorrisi divenne famoso in tutto il pianeta globale, in America, in Australia, nei continenti con la E, come l’Europa, e in quelli con la X, sulla fiducia. Aveva cataste piene di sorrisi  in soffitta, in cantina, sotto il cuscino, nelle scarpe e nei barattoli di zucchero nella dispensa, il Dispensatore Di Sorrisi, e tutti, tutti li donava i suoi sorrisi, senza emettere fattura e senza compenso.

Quando dispensò il suo centoquattordicimiliardesimo sorriso, il Dispensatore Di Sorrisi ebbe un malore e si accasciò. Proprio lì, tra il martello e l’incudine del fabbro che non aveva ancora finito di sorridere il sorriso che il Dispensatore Di Sorrisi stava dispensando per lui e la sua gatta morta appena scappata con l’amico: una faccenda di coito interrotto. No, non con la gatta morta, con il sorriso del Dispensatore Di Sorrisi.
Dopo che il dottore lo visitò, sfoggiando un sorriso d’ottima annata del Dispensatore Di Sorrisi e un costosissimo cappotto, e senza mettere via né l’uno né l’altro, sentenziò la diagnosi: – due, al massimo tre sorrisi di vita. Lei è stato poco morigerato, lo ammetta -

Nessuno sa cosa avvenne dopo quel giorno, ma si mormora che per paura di un possibile contagio, nessuno avvicinò più quello che un tempo era il maggior Dispensatore Di Sorrisi della terra. Qualcuno dice sia morto sparandosi in gola i tre sorrisi rimasti.

Questa è la triste storia del Dispensatore Di Sorrisi

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